“Filantrop-IA”: un manifesto per guidare la transizione tecnologica verso il valore condiviso


Ci sono momenti nella storia in cui le trasformazioni tecnologiche non si limitano a cambiare gli strumenti che usiamo, ma ridefiniscono le categorie con cui interpretiamo il mondo. La rivoluzione industriale del XIX secolo non ha semplicemente sostituito il lavoro manuale con le macchine: ha ridisegnato le città, dissolto comunità rurali, prodotto nuove classi sociali, generato conflitti e diritti che ancora oggi puntellano le nostre democrazie. Trasformazioni radicali che hanno attraversato decenni prima che la società riuscisse a formulare una governance.

L’intelligenza artificiale è un cambiamento di quella portata, forse persino maggiore. Non riguarda, infatti, un settore produttivo, una categoria di lavoratori, un Paese: abbraccia simultaneamente il modo in cui produciamo conoscenza, prendiamo decisioni, distribuiamo opportunità, organizziamo il welfare, esercitiamo il potere. In pochissimi anni, ha iniziato a ridisegnare mercati del lavoro, sistemi sanitari, processi educativi, architetture politiche. E lo sta facendo a una velocità così vorticosa che non lascia tempo per la sola osservazione.

Di fronte a una trasformazione di questa portata, la domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà le nostre società: lo sta già facendo. La domanda è chi determinerà le direzioni di questo cambiamento, quali valori incorporerà, chi ne beneficerà e chi ne pagherà i costi. Sono domande politiche prima ancora che tecniche, domande a cui il Terzo Settore e la filantropia non possono sottrarsi.

La storia ci dice che le grandi rivoluzioni tecnologiche, lasciate alla sola logica del mercato, producono prima di tutto nuove disuguaglianze. Nuove fratture tra chi ha accesso e chi no, tra chi è rappresentato nei dati e chi è invisibile, tra chi guadagna potere decisionale e chi lo perde. Le rivoluzioni industriali del passato hanno generato movimenti operai, sindacati, legislazioni sociali, sistemi di welfare: risposte collettive che hanno richiesto decenni di lotte per affermarsi. Non possiamo permetterci di attendere altrettanto.


Le sfide concrete: dal caso Anthropic all’Europa

Questa consapevolezza di lungo periodo si incarna oggi in vicende concrete che ne rivelano la struttura di potere sottostante.

Qualche settimana fa, il Pentagono ha chiesto ad Anthropic — una delle principali società di sviluppo IA al mondo — di mettere i propri sistemi al servizio di programmi di sorveglianza di massa e di armi autonome senza limitazioni. Anthropic si è opposta, rivendicando l’esistenza di valori incorporati nei propri modelli che non possono essere disattivati su richiesta di un committente, per quanto potente. La Casa Bianca ha risposto minacciando ritorsioni commerciali. Al di là degli esiti di questa specifica vicenda, è chiaro che le decisioni sui valori fondamentali dell’IA vengono negoziate tra poche grandi imprese tecnologiche e pochi governi, in una logica che esclude sistematicamente la società civile.

Di contro, l’Unione Europea, pur in un contesto di generale deregolamentazione, ha scelto la via regolatoria adottando l’AI Act e l’Italia è stata fra i primi Paesi a dotarsi di una normativa in merito. Sono passi importanti, che riconoscono la necessità di regole. Ma un impianto normativo, per quanto sofisticato, non basta se non è accompagnato da una cultura della governance diffusa e da attori che presidino concretamente i diritti in gioco. La regolamentazione può definire i confini, spesso anche in modo tardivo e non tempestivo, ma non può sostituire la capacità della società civile di portare le istanze di tutta la comunità.

Rischi e opportunità: uno sguardo onesto

Il contesto globale è definito da una cifra che dovrebbe dare la misura della posta in gioco: oltre 549 miliardi di dollari di investimenti nello sviluppo dell’IA, di cui appena 2,2 miliardi destinati ad applicazioni per il bene comune. Chi investe definisce gli obiettivi; chi costruisce i sistemi decide quali dati usare, quali bias incorporare, quali comunità rendere visibili e quali ignorare.

I rischi sono già presenti e documentati. I pregiudizi algoritmici amplificano le disuguaglianze esistenti: i sistemi di riconoscimento facciale mostrano tassi di errore drammaticamente più alti sulle donne dalla pelle scura rispetto agli uomini dalla pelle chiara. Lo sfruttamento di lavoratori del Sud globale per etichettare i dati di addestramento riproduce logiche neo-coloniali. Il consumo energetico e idrico dei data center pesa su comunità già vulnerabili. Il divario digitale tra organizzazioni grandi e piccole si allarga: nei Paesi europei più avanzati il tasso di adozione dell’IA è cresciuto dal 16% al 28% tra 2021 e 2024, mentre nei Paesi meno avanzati è passato dal 2% al 4%. Chi adotta per primo accumula dati e consolida il proprio vantaggio: senza interventi mirati, questa forbice andrà ad aumentare esponenzialmente.


A questi rischi noti se ne aggiunge uno inedito. I modelli di IA generativa non sono strumenti neutrali: ereditano orientamenti valoriali e tratti comportamentali dal processo di addestramento, con esiti che gli stessi sviluppatori riconoscono come parzialmente imprevedibili. Questo sposta il problema: non basta definire regole d’uso, occorre presidiare i valori incorporati nei sistemi fin dalla loro progettazione. Servono sistemi di IA inclusivi by design. 

Eppure l’IA porta con sé anche opportunità reali, che sarebbe sbagliato ignorare. Può democratizzare l’accesso a competenze avanzate per le organizzazioni con meno risorse. Può potenziare la capacità di analisi e valutazione dell’impatto sociale. Può aprire nuovi spazi di partecipazione e co-progettazione con le comunità. La questione non è se usare l’IA, ma come farlo: con quali valori, con quale governance, con quale consapevolezza critica delle sue implicazioni sistemiche.

La storia recente dei social media dovrebbe insegnarci qualcosa: anche allora i segnali c’erano, anche allora prevalse la logica dell’adozione individuale rispetto a quella della governance collettiva. Oggi quei sistemi polarizzano, alimentano dipendenza, erodono la sfera pubblica. Non possiamo permetterci di ripetere lo stesso errore con una tecnologia di portata ancora maggiore.

Il Manifesto: valori, principi, impegni

Filantrop-IA nasce da questa consapevolezza. Dopo oltre un anno di lavoro collettivo — che ha coinvolto fondazioni erogative, organizzazioni del Terzo Settore, esperti e ricercatori — presentiamo il nostro Manifesto sull’intelligenza artificiale per la filantropia e la società civile.

Il Manifesto si articola intorno a quattro valori fondamentali. 


  • La giustizia tecnologica: l’IA deve ridurre le disuguaglianze, non amplificarle, e nessuna organizzazione deve essere esclusa dalla transizione digitale. 
  • La dignità e l’autonomia delle persone: la tecnologia deve ampliare le capacità umane, non sostituirle, con privacy inviolabile e decisioni automatizzate sempre spiegabili e contestabili.
  • La responsabilità e la trasparenza: ogni sistema di IA è il prodotto di scelte umane, e quella responsabilità non può essere delegata alla macchina. 
  • L’intelligenza collettiva: nessun attore da solo può governare questa transizione, e la risposta del Terzo Settore deve essere sistemica, intersettoriale, costruita su reti e infrastrutture condivise.

Da questi valori discendono dieci principi operativi: dall’alfabetizzazione critica diffusa alla governance etica dei dati, dal sostegno a soluzioni open source al riconoscimento delle comunità come soggetti attivi — non destinatarie passive — del dibattito sull’innovazione. E un impegno specifico sulla sostenibilità ambientale, spesso assente dalle agende del settore: l’impronta ecologica dell’IA è reale e va integrata come criterio di scelta tecnologica.

Chiediamo che la filantropia e la società civile agiscano come attore di riequilibrio: non adottando semplicemente gli strumenti disponibili, ma contribuendo a determinare i valori e le priorità che guidano lo sviluppo tecnologico. Questo richiede alleanze strutturate — con il Forum del Terzo Settore, con Assifero, con Acri, con Philea e le reti europee della filantropia civica — capaci di incidere sui processi regolativi e sui quadri normativi in via di definizione. La regolamentazione europea è un punto di partenza, non un punto di arrivo.

Il Manifesto che presentiamo non è affatto un documento chiuso, ultimativo. È l’inizio di un percorso che vogliamo sia il più ampio possibile. Invitiamo fondazioni, enti del Terzo settore, ricercatori e professionisti a sottoscriverlo, a integrarlo con la propria esperienza, a tradurlo in pratiche concrete nei propri contesti. Le scelte che faremo nei prossimi anni determineranno se l’intelligenza artificiale diventerà un nuovo motore di disuguaglianza o un’opportunità per rafforzare diritti, democrazia e giustizia sociale. Non è tempo di attendere che altri decidano per noi.

Sono parte del gruppo promotore: Andrea Maria Bertolazzi, Tiziano Blasi, Martina Carpani, Elisabetta Cibinel, Christian Elevati, Roberto Giuliani, Martina Lascialfari, Enrica Lobina, Simone Martino, Daniela Matielo, Daniele Messina, Federico Mento, Paolo Palmerini, Elisa Ricciuti. 

Il manifesto verrà presentato e discusso il 14 luglio alle ore 11:30, modererà l’incontro Stefano Arduini, direttore di VITA . Per partecipare: https://us02web.zoom.us/j/81209114682


Foto di Brecht Corbeel su Unsplash

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 Stefano Arduini

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