C’è un genere letterario che attraversa i secoli senza perdere forza: la lettera. È il luogo della confidenza, della memoria, del dialogo che supera la distanza e perfino la morte. In “Carissimo don Gius. Lettere postume al mio padre nella fede” (Edizioni Ares, pagine 248, euro 15), Giuseppe “Peppino” Zola sceglie proprio questa forma per tornare a dialogare con l’uomo che ha segnato in maniera decisiva la sua esistenza: monsignor Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. L’uscita del volume arriva in un momento particolarmente significativo per il movimento ecclesiale. Lo scorso 14 maggio si è infatti conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione di don Giussani, un passaggio importante nel percorso ecclesiale che riguarda una delle figure più influenti del cattolicesimo italiano del Novecento. È dentro questo clima, che non è soltanto commemorativo ma invita a una rilettura della sua eredità spirituale, che si colloca il libro di Zola.
Ma sarebbe riduttivo leggerlo esclusivamente come un contributo alla memoria del fondatore di CL. Il volume è piuttosto il racconto di un’esperienza umana e religiosa, vista dall’interno da uno dei protagonisti della prima stagione del movimento. Avvocato milanese, classe 1939, protagonista della vita civile e politica della città, Zola appartiene infatti a quella generazione di studenti che, tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, furono conquistati dalla proposta educativa del giovane sacerdote brianzolo nei corridoi del liceo Berchet di Milano.
Da quell’incontro nasce una vicenda che attraversa oltre sessant’anni di storia ecclesiale italiana. E il libro segue proprio questo itinerario, senza assumere il tono della cronaca né quello dell’autobiografia tradizionale. La scelta dell’epistolario postumo permette infatti all’autore di rivolgersi direttamente al “don Gius” di sempre, quasi a verificare con lui il cammino percorso, le fatiche, le gioie, gli interrogativi ancora aperti.
Il risultato è un testo che si muove continuamente su due livelli. Da una parte la dimensione personale, quasi domestica, fatta di ricordi, episodi, incontri, amicizie. Dall’altra la riflessione sul significato ecclesiale del carisma di Comunione e Liberazione, sulle sue trasformazioni, sulle tensioni che inevitabilmente hanno accompagnato la crescita di un movimento diventato una delle realtà più significative del cattolicesimo contemporaneo.
È forse proprio questa duplice prospettiva a rendere interessante il volume anche per chi non appartiene alla storia di CL. Le lettere non ricostruiscono semplicemente una biografia né offrono un repertorio di aneddoti su Giussani. Cercano piuttosto di rispondere a una domanda più profonda: che cosa rimane di un incontro capace di cambiare una vita? Come si custodisce un carisma senza trasformarlo in nostalgia o in semplice memoria?
Lungo tutto il libro emerge con chiarezza quella che Zola considera la cifra essenziale dell’insegnamento di Giussani: il cristianesimo come avvenimento prima ancora che come dottrina, come esperienza capace di investire ogni aspetto dell’esistenza. È una convinzione che percorre le pagine senza assumere mai il linguaggio del trattato teologico. Piuttosto prende corpo attraverso episodi concreti, dialoghi, ricordi condivisi, intuizioni maturate nel tempo.
Uno dei temi ricorrenti è quello dell’unità. Non un’unità organizzativa o disciplinare, ma la coscienza di appartenere a una comunità il cui centro non è un leader carismatico bensì Cristo. In questo senso il libro affronta anche le divisioni e le incomprensioni che hanno segnato la storia del movimento. Non vengono ignorate, ma lette alla luce di un criterio che Zola individua nel continuo ritorno all’origine dell’esperienza cristiana. Quando si perde il rapporto con quell’origine, sembra suggerire l’autore, anche le strutture più solide rischiano di irrigidirsi; quando invece l’origine resta viva, anche le crisi possono diventare occasione di rinnovamento.
Una riflessione che trova eco nell’Invito alla lettura firmato da Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il quale individua proprio nel ritorno all’essenziale il filo conduttore dell’intero volume. La fede, osserva Prosperi, diventa realmente personale solo quando genera comunione, evitando sia il ripiegamento individualistico sia la riduzione organizzativa dell’appartenenza ecclesiale. Questo libro, afferma Prosperi, offre “una testimonianza viva, grata e appassionata di un uomo che ha fatto un incontro eccezionale che gli ha cambiato la vita. Zola si sorprende e si entusiasma nell’osservare che è quello stesso incontro che continua a cambiare la vita di tanti, giovani e meno giovani, generando un popolo. Colpisce, leggendo, come tutto venga ricondotto con chiarezza a questo elemento originario. Le divisioni, le fatiche, le incomprensioni – che pure attraversano inesorabilmente la vita di ogni realtà umana – non sono negate, ma giudicate. E il giudizio su di esse non nasce da una strategia o da un equilibrio organizzativo, bensì da un ritorno all’essenziale. Quando si perde l’origine, anche le forme migliori finiscono per irrigidirsi, producendo inevitabilmente contrapposizioni; quando invece l’origine è viva, allora tutto può essere assunto, purificato e rilanciato. Questo libro, dunque, è prezioso non solo per chi ha condiviso direttamente la storia raccontata, ma per chiunque desideri comprendere che cosa significhi oggi vivere la fede come esperienza autenticamente personale, quindi comunionale. È da qui che può rinascere tutto”.
Di particolare interesse è anche la prefazione di monsignor Massimo Camisasca, tra i primi collaboratori di Giussani e oggi vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla. Camisasca sottolinea il valore documentario della testimonianza di Zola, definendolo un testimone credibile proprio perché protagonista diretto delle diverse stagioni attraversate dal movimento. Le sue lettere, osserva il vescovo, parlano contemporaneamente della terra e del cielo: della concretezza di una vita condivisa e della speranza cristiana che continua oltre la morte. “Peppino Zola è un testimone credibile perché ha vissuto a lungo con don Giussani fin da quando era ragazzo, ha partecipato alle varie fasi del movimento che nasceva giorno dopo giorno attorno al Gius, ha una memoria viva e nitida di ciò che è accaduto nella sua vita – scrive Camisasca – Zola delinea un cammino in avanti che noi, i primi che hanno incontrato don Giussani, lasciamo alle generazioni future non come una strada da ripercorrere pedissequamente, ma come un invito, una proposta, una provocazione. Sono lettere che parlano della terra e assieme sono rivolte al Cielo, a una persona che le può leggere e guardare dall’alto, dall’alto di una vita vissuta assieme e goduta assieme, che attende ora di compiersi con tutti gli amici che abbiamo incontrato”.
Ma forse il tratto più originale del libro sta proprio nel suo registro narrativo. Non c’è alcuna pretesa di sistematizzare il pensiero di Giussani né di costruire una storia ufficiale di Comunione e Liberazione. Zola preferisce la strada della memoria personale, affidandosi a uno stile piano, colloquiale, quasi confidenziale. Il lettore ha l’impressione di assistere a una conversazione che continua nel tempo, come se il dialogo con il maestro non si fosse mai realmente interrotto.
In questo racconto trova spazio anche la figura di Adriana Mascagni, moglie dell’autore, compositrice e artista scomparsa nel 2022. Le sue canzoni accompagnano simbolicamente molte pagine del volume, quasi costituendo una colonna sonora discreta della narrazione. La loro presenza aggiunge un ulteriore livello emotivo al libro, trasformando il dialogo con don Giussani in una memoria familiare, condivisa, affettiva.
Accanto alla dimensione spirituale emerge inoltre un tema che ha attraversato tutta l’esperienza di CL: il rapporto tra fede e presenza nella società. Zola insiste sul fatto che obbedienza e libertà non siano termini contrapposti. Al contrario, sostiene che proprio l’appartenenza vissuta renda possibile una creatività capace di incidere nella realtà, nella professione, nelle responsabilità pubbliche, nella cultura, nella politica. Una prospettiva che richiama alcuni dei temi più caratteristici della proposta educativa di Giussani e che continua a interrogare il dibattito ecclesiale contemporaneo.
Il libro assume così anche il valore di un passaggio generazionale. Zola appartiene alla prima cerchia dei ragazzi che incontrarono Giussani negli anni del Berchet. Oggi, superati gli ottant’anni, guarda alle nuove generazioni non con l’intenzione di consegnare un modello da imitare, ma un’esperienza da verificare personalmente. La memoria, sembra suggerire, è autentica solo quando diventa possibilità di futuro.
In un tempo in cui il rischio della nostalgia accompagna spesso il racconto delle grandi figure ecclesiali del Novecento, il libro “Carissimo don Gius” sceglie una strada diversa. Non costruisce un monumento né una biografia edificante. Piuttosto restituisce la voce di un uomo che continua a interrogare il presente attraverso il ricordo vivo di chi gli è stato accanto.
Che il lettore condivida o meno la vicenda di Comunione e Liberazione, resta il valore di una testimonianza capace di raccontare dall’interno come un incontro possa diventare principio ordinatore di un’intera esistenza. E forse è proprio questa la ragione più profonda dell’interesse del volume: ricordare che le grandi esperienze spirituali non sopravvivono grazie alle istituzioni o alle commemorazioni, ma perché continuano a generare uomini e donne che, ancora oggi, sentono il bisogno di scrivere una lettera al proprio maestro. (di Paolo Martini)
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