il fiero vanto del cassonetto sovrano


di Katia Regina

 

Ci sono dichiarazioni che costringono a riscrivere non solo le leggi della politica, ma anche quelle della fisica e del senso del ridicolo. L’ultima perla d’alta scuola ci arriva fresca di giornata dalle porte girevoli di Rebibbia. Ne è appena uscito l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dopo aver saldato il suo conto con la giustizia per traffico di influenze illecite e finanziamento illecito. Varcata la soglia, l’ex leader della destra sociale ha regalato ai taccuini dei cronisti una riflessione di rara profondità geopolitica: «Mi è mancato un bicchiere di vino, ma in carcere ho trovato empatia, sono quasi tutti di destra». Un capolavoro. Un autogol da antologia della retorica sovranista.

 

Per anni la destra di governo ci ha martellato i timpani a colpi di decreti sicurezza, invocando manette patriottiche per chiunque respiri fuori sincrono e trasformando il dissenso pacifico in un crimine di lesa maestà. Poi basta un breve soggiorno del loro uomo di punta per scoprire l’arcano: il “popolo delle patrie galere” non è un’orda di eversori stranieri, ma lo zoccolo duro dei loro stessi elettori. In pratica, a sentire Alemanno, gli istituti di pena italiani non sono luoghi di espiazione, ma enormi congressi permanenti di partito, solo con un vitto peggiore e meno spazio per le attività ricreative. Chi lo avrebbe mai detto che il sovranismo avrebbe trovato la sua massima densità demografica proprio nel cortile dell’ora d’aria?

 

Per i lettori meno avvezzi al raffinato gergo forense, è bene chiarire cosa sia questo benedetto “traffico di influenze illecite”. No, non parliamo dell’influenza stagionale da curare con la tachipirina, e gli sbalzi termici nei palazzi del potere non c’entrano. Il traffico di influenze è quella sottile, redditizia e italianissima arte in cui si monetizza la mediazione. La formula magica non è il rozzo «lei non sa chi sono io», quanto piuttosto un ben più ammiccante e felpato «io so cose, e conosco persone, che potrebbero darti una spinta». È la capitalizzazione della raccomandazione sottobanco prima ancora che si compia l’atto di corruzione vero e proprio. Un’influenza che altera i mercati, trucca appalti milionari sulla pelle dei meritevoli e accelera le pratiche nei corridoi ministeriali, ignorando i comuni mortali. Un cancro silenzioso che divora le istituzioni. Ecco perché, se l’influenza normale si cura con il brodo di gallina e un po’ di riposo, quella politica si cura direttamente a Rebibbia, data la sua estrema pericolosità sociale.

Il nostro Gianni, del resto, viene da lontano: cresciuto nelle file del Fronte della gioventù, tra un arresto giovanile per il lancio di una molotov contro l’ambasciata sovietica (da cui fu assolto) e la successiva scalata fino alle poltrone ministeriali. Una vita intera spesa a gridare «legge e ordine!», terminata a stringere mani calorose e scambiare tessere di partito tra le brande sovraffollate.

 

Ed è proprio qui, nel violento impatto tra la propaganda della fermezza e la realtà delle celle, che il quadro smette di far ridere e diventa drammatico. Per onestà intellettuale, va detto che nemmeno i passati governi hanno mosso un dito per rendere le carceri qualcosa di diverso da gironi danteschi. Ma l’attuale esecutivo ha un merito storico innegabile: è riuscito attivamente a peggiorare la situazione a colpi di populismo penale. Hanno inventato reati a gettone fino al paradosso della famigerata circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dell’ottobre scorso. Un provvedimento folle che, in nome di una presunta sicurezza militarizzata, ha congelato ogni forma di intervento rieducativo esterno – dal teatro ai laboratori sociali – interrompendo percorsi di riscatto consolidati da anni e costringendo il ministero a una parziale, imbarazzata ritirata strategica sotto il peso delle proteste di giuristi e associazioni.

 

Il risultato di questa politica del “buttiamo la chiave e cementiamo la toppa” è sotto gli occhi di tutti: il tasso reale di sovraffollamento nelle nostre carceri ha toccato la cifra record del 139,1%, con picchi disumani che superano il 150% in decine di istituti. Significa ammassare esseri umani in celle fatiscenti che d’estate si trasformano in forni crematori preventivi. Il bilancio delle vite spezzate è un bollettino di guerra: solo nel 2025 si sono contati ben 82 suicidi tra i detenuti, e dall’inizio del 2026 la scia di sangue non accenna a fermarsi, avendo già superato quota 24. A questo massacro silenzioso si aggiunge il dramma parallelo della polizia penitenziaria, schiacciata da turni massacranti, carenze d’organico croniche e da un sistema totalmente al collasso, che registra tassi di suicidio tra gli agenti drammaticamente superiori alla media nazionale.

Lo sconforto più nero nasce da una constatazione: ci scopriamo costretti a parlare dei numeri di questa macelleria sociale solo oggi, solo perché a varcare quel cancello è stato un uomo di potere, un figlio prediletto di questa stessa destra di governo. È deprimente. Sarebbe stato infinitamente più dignitoso occuparsi di questo inferno a prescindere dal blasone dei reclusi. Se non per pura, elementare umanità, almeno per rispetto formale verso l’articolo 27 della Costituzione, quel principio secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Un articolo che la politica si ricorda di leggere solo quando a finire dentro è uno dei propri leader.

 

Ma il viaggio mistico di Gianni non si ferma alle riflessioni umanitarie post-detenzione. Schifato da una Repubblica che, a suo dire, «perde la faccia per come tratta la gente» – e qui il sarcasmo è d’obbligo: accorgersene prima di entrarci no, eh? – l’ex sindaco ha già trovato la sua nuova arca dell’alleanza per continuare a impartire lezioni di civiltà. Ha infatti annunciato il suo immediato arruolamento in Futuro Nazionale, la neonata creatura del generale in congedo Roberto Vannacci. Un trapasso quasi naturale. Il tempismo, del resto, è tutto. Proprio di recente il generale ha sparato una delle sue dichiarazioni-manifesto, affermando senza il minimo imbarazzo che il suo movimento accoglie volentieri «la feccia, la sporca dozzina», aggiungendo persino di essere fiero di essere definito tale.

Qui lo sconcerto supera la satira e sconfina nella psichiatria politica. C’è un perverso ribaltamento antropologico nell’andare fieri di essere considerati lo scarto peggiore, il residuo non riciclabile di una comunità civile. La cosa straordinaria è che questo elogio della discarica non è un’anomalia nostrana, ma un trend globale che ipnotizza milioni di elettori. Il trucco, dopotutto, è geniale nella sua totale assenza di pudore: se la realtà è complessa e mette ansia, basta abolire la complessità e sdoganare il rutto libero. Si prende il rancore sociale, gli si mette una divisa o una cravatta d’ordinanza, e improvvisamente la sfrontatezza diventa una raffinata virtù politica da premiare nelle urne. Il cassonetto sovrano diventa l’altare della patria.

 

Per rimediare a questo cortocircuito collettivo servirebbe un’alternativa seria, un barlume di pensiero strutturato. E invece, la Sinistra? La sinistra, fedele alla sua vocazione storica di spettatrice non pagante dei propri disastri, assiste al fenomeno con lo sguardo smarrito di chi ha confuso la lotta di classe con un raffinato simposio sul sesso degli angeli. Mentre dall’altra parte si organizzano, imbarcano generali e colonizzano i palinsesti televisivi a colpi di provocazioni da osteria, i nostri eroi progressisti rimangono arroccati nei loro salotti, impegnati nell’alto compito morale di pettinare le bambole e redigere dotti comunicati stampa in un font elegantissimo che nessuno leggerà mai. È questo, alla fine, il sorriso più amaro che ci resta sulle labbra: constatare che mentre la “feccia” si organizza, si compatta e si prende il potere, l’opposizione è ancora lì, ferma al palo, a discutere se sia politicamente corretto definirla tale.

 

Consigli per la lettura: Fine pena ora di Elvio Fassone, Sellerio Editore

 

La “sporca dozzina” di Vannacci

 




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