Il dato da cui partire è netto: Girl usa una biografia reale come matrice e la riscrive attraverso la forma del cinema. La scelta di Dhont comprime adolescenza, danza, terapia medica e sguardo sociale in un racconto di 105 minuti, con un livello di esposizione della fisicità che ha prodotto consenso festivaliero e critiche dure.
Avviso: l’articolo cita disforia di genere, terapia medica e una scena di autolesionismo presente nel film. Il testo distingue sempre la persona reale Nora Monsecour dal personaggio di Lara.
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Dalla vicenda di Nora alla sceneggiatura
Lukas Dhont incontra la storia di Nora Monsecour nel 2009 attraverso un articolo belga. Il regista ha poi raccontato che quella ragazza, assegnata maschio alla nascita e decisa a vivere la danza dentro la propria identità femminile, lo colpì perché aveva quindici anni e una determinazione già adulta. Da lì prende forma un progetto che attraversa gli anni della formazione di Dhont e arriva alla sceneggiatura scritta con Angelo Tijssens.
Il primo impulso era documentario. Nora non accettò di consegnare la propria adolescenza a una camera da presa; la via scelta divenne allora la finzione, con il personaggio di Lara al centro. AnOther conserva il passaggio più rivelatore: Monsecour lesse le versioni del copione, diede note, seguì la scelta dell’interprete e fu presente nella lavorazione. Il film non nasce quindi come appropriazione lontana della sua vicenda, bensì come racconto autorizzato dentro una relazione creativa lunga e irregolare.
Lara, personaggio di finzione con radici biografiche
Lara non coincide con Nora. La protagonista del film vive con il padre Mathias e con il fratello minore Milo; si sposta per avvicinarsi a una scuola di danza, affronta visite mediche e tenta di entrare nel ritmo della classe femminile. Il racconto seleziona pochi luoghi: casa, studio medico, sala prove e spogliatoio. La geografia stretta serve a far sentire quanto ogni ambiente misuri la protagonista attraverso il movimento, lo sviluppo puberale, la postura e l’abito.
La scelta narrativa più discussa riguarda la frizione fra desiderio artistico e anatomia. Lara non chiede solo accesso a una scuola: chiede che la sua identità venga riconosciuta in un’arte che divide ruoli, corpi e apprendimenti sin dall’infanzia. Il film stringe la tensione su quel differenziale di tempo. Le compagne hanno già assorbito anni di tecnica sulle punte; Lara arriva tardi rispetto al codice fisico della danza classica e vive ogni allenamento come una prova sul proprio stare al mondo.
La sala di danza come pressione fisica
La danza in Girl non vale da ornamento. La sbarra, gli specchi e le punte impongono un ordine severo al racconto. La camera segue caviglie, schiena, fiato e fasciature perché il balletto classico chiede al corpo un allineamento pubblico: in scena non basta sentire di appartenere a un ruolo, serve incarnarlo sotto lo sguardo degli altri.
Qui Dhont lavora sul contrasto fra due tempi diversi. La transizione medica procede con attese, colloqui e passaggi clinici; la scuola pretende rendimento immediato. Lara schiaccia questi tempi fino a farsi male. Il film rende visibile la violenza di tale compressione senza trasformarla in una morale esplicita. La sala prove diventa il luogo in cui l’identità femminile della protagonista viene riconosciuta e insieme messa alla prova da un regime estetico spietato.
Il casting aperto per genere
La ricerca dell’interprete partì nel maggio 2017 con un criterio dichiarato da Dhont: vedere ragazze, ragazzi e giovani che non si riconoscevano in quelle categorie. Le audizioni superarono quota cinquecento. Il ruolo richiedeva danza classica, disponibilità emotiva e presenza cinematografica; la combinazione fu trovata solo quando Victor Polster entrò nel gruppo dei giovani danzatori selezionati per le parti di classe.
Polster aveva quindici anni e Girl fu la sua prima esperienza attoriale. La scelta aprì una frattura che accompagna ancora il film: Lara è una ragazza trans, Polster è un interprete cisgender. Il premio ottenuto a Cannes riconobbe l’esito artistico, la critica successiva mise invece sotto accusa il processo di rappresentazione. Le due traiettorie convivono nel destino del film e spiegano perché il titolo sia rimasto più discusso di molti altri esordi premiati nello stesso periodo.
Il profilo produttivo del film
La scheda del Festival de Cannes fissa i dati industriali: regia di Lukas Dhont, produzione 2018, Belgio, 105 minuti, sezione Un Certain Regard e status di primo film. Nei crediti figurano Angelo Tijssens alla sceneggiatura con Dhont, Frank van den Eeden alla fotografia, Valentin Hadjadj alla musica, Alain Dessauvage al montaggio e Yanna Soentjens al suono.
Il Vlaams Audiovisueel Fonds registra il ruolo di Dirk Impens per Menuet e la coproduzione con Frakas Productions e Topkapi Films. Lo stesso tracciato assegna a The Match Factory le vendite internazionali, a Lumière la circolazione nel Benelux, a Cinemien il mercato olandese e a Diaphana Distribution la Francia. Questa architettura spiega la doppia natura del film: opera d’esordio molto intima nella messa in scena e prodotto europeo costruito per viaggiare nei festival, nelle sale d’essai e poi sulle piattaforme.
Cannes 2018 e la corsa dei premi
Il debutto mondiale avviene il 12 maggio 2018 a Cannes. Lì Girl entra in Un Certain Regard e ottiene tre segnali di consacrazione: la Caméra d’Or per l’opera prima, il premio per la miglior interpretazione assegnato a Victor Polster nella sezione e la Queer Palm. Il risultato colloca Dhont tra i nomi europei emersi con più forza in quella stagione.
La European Film Academy conserva un ulteriore passaggio: Girl vince l’European Discovery – Prix FIPRESCI 2018 e riceve candidature per film europeo e attore europeo. Nel percorso statunitense arriva la candidatura ai Golden Globes come miglior film non in lingua inglese. La Academy of Motion Picture Arts and Sciences pubblica poi la shortlist della categoria Foreign Language Film per la 91ª edizione degli Oscar senza includere il titolo belga tra i nove ammessi al turno finale.
La frattura critica dopo l’uscita
La discussione su Girl nasce da due scelte: l’interprete cisgender nel ruolo di una ragazza trans e l’insistenza della regia sulla sofferenza fisica. Diversi critici trans e queer hanno contestato la concentrazione su disforia, esposizione del corpo e autolesionismo, leggendo il film come opera troppo legata allo sguardo di autori cisgender.
Nora Monsecour ha difeso il film in prima persona. Il suo intervento pubblico non cancella le obiezioni, però impedisce di trattare Girl come una fantasia separata dalla persona che lo ha ispirato. La tensione reale sta qui: il film appartiene alla sua esperienza dichiarata ed entra anche in uno spazio culturale in cui ogni racconto trans firmato da autori cisgender viene letto con una responsabilità più alta rispetto al passato.
Il ritorno del film nel discorso del 2026
A otto anni dalla prima a Cannes, Girl continua a riapparire perché concentra una questione ancora aperta nel cinema europeo: chi racconta le vite trans, con quali strumenti e con quale margine di invenzione. Il film ha aperto a Dhont la strada che porterà poi a Close, opera diversa per trama e maturità produttiva ed è già segnata dalla stessa attenzione al rapporto fra adolescenza, norma sociale e vulnerabilità maschile.
La sua permanenza nella conversazione non dipende dal solo premio. Molti esordi premiati scompaiono dalla discussione dopo la stagione festivaliera; Girl resta esposto perché la sua ambizione artistica coincide con un campo etico tuttora sensibile. La domanda su Lara finisce per rimbalzare sulla produzione reale del film: quanto la vicinanza di Nora alla lavorazione basti a sostenere le scelte di rappresentazione e dove inizi il diritto dello spettatore trans a contestarle.
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Junior Cristarella
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