La mostra “Le signore dell’arte” a Palazzo Cucchiari a Carrara


Questa è una mostra sulla parità del talento, che riconosce il valore delle differenze lasciando parlare le opere e la forza espressiva di ciascuna artista. Gli uomini presenti entrano nel percorso come consorti e comprimari, in dialogo con le artiste, senza occupare il centro della scena” spiega Massimo Bertozzi, curatore della mostra. Per molto tempo sono state raccontate attraverso i legami familiari, come figlie, mogli, sorelle o compagne di artisti già riconosciuti. Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna, mostra curata da Massimo Bertozzi e promossa dalla Fondazione Giorgio Conti, in programma a Palazzo Cucchiari di Carrara dal 27 giugno al 25 ottobre 2026, prende forma proprio da questa riflessione. Il percorso riunisce 131 opere firmate da 42 artiste, insieme a tre dipinti di Giacomo Balla e quattro opere di Felice Casorati, e attraversa un secolo decisivo, dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, quando molte donne hanno cercato spazio, riconoscimento e autonomia nel mondo dell’arte. Dalle pioniere Ernesta Bisi Legnani e Amanzia Guerillot alle protagoniste del Novecento, tra cui Antonietta Raphael, Leonor Fini, Adriana Pincherle, Genni Mucchi, Luce ed Elica Balla, la mostra restituisce centralità a percorsi rimasti spesso in ombra. Ne abbiamo parlato con il curatore.

Antonietta Raphael, Mafai nello studio

Intervista a Massimo Bertozzi

Perché una mostra dedicata alle “signore dell’arte”?
Ogni volta, nelle mostre a Palazzo Cucchiari, ci siamo chiesti come mai le artiste fossero così poco numerose, se dipendesse dal tema scelto, dall’arbitrarietà delle scelte o da un’effettiva condizione di minoranza delle donne nell’arte italiana. Abbiamo deciso di soffermarci sul contributo delle donne al divenire dell’arte moderna in Italia. Il sottotitolo parla di parità del talento e racconta il faticoso percorso di emancipazione delle artiste verso un’effettiva condizione di parità, nella considerazione sociale come nell’apprezzamento delle qualità artistiche del loro lavoro.

Questo percorso attraversa cento anni. Cosa cambia per le artiste?
Cambia tutto, seppure molto più lentamente del dovuto, con molte contraddizioni e differenze nelle diverse realtà sociali, economiche e culturali del Paese. Alla metà dell’Ottocento le artiste, non essendo ammesse nelle accademie, potevano formarsi solo in famiglia, se erano figlie di un artista, o grazie alla famiglia, quando c’erano i mezzi per accedere all’insegnamento di un maestro privato. In ogni modo, l’ingresso delle donne in accademia non risolse il problema. Sarebbe stato molto più agevole e rapido diventare maestre di disegno e insegnare nelle scuole magistrali femminili che essere accettate come professioniste nel sistema delle esposizioni ufficiali o nei meccanismi del mercato, pubblico e privato. Poi le due guerre mondiali, in rapida successione, ebbero un impatto dirompente sull’importanza economica, sociale e morale delle donne. Dopo, non sarebbe più stato possibile tornare indietro.

Antonietta Raphael, Natura morta con chitarra, 1928
Antonietta Raphael, Natura morta con chitarra, 1928

All’inizio la famiglia era spesso l’unico luogo possibile di formazione. Quanto ha aiutato e quanto invece limitato queste donne?
Dipende dai singoli casi. Ci sono state figlie d’arte che hanno continuato la tradizione familiare dimostrando talento e capacità di adattarsi al cambiamento, ad esempio rifiutando il facile accomodamento nel matrimonio, solo perché garantiva protezione e sicurezza economica. Ci sono state anche figlie di famiglie aristocratiche che hanno considerato la formazione artistica come un arricchimento culturale da portare in dote, senza poter continuare la pratica della pittura dopo il matrimonio.

Quando scuole e accademie diventano più accessibili alle donne, cambia anche il modo di essere artiste?
Molto lentamente. Le donne ottengono molto più rapidamente l’abilitazione all’insegnamento del disegno che la patente di artiste professioniste. Ancora per molto tempo, e ben dentro il Novecento, la loro arte viene relegata ad attività amatoriale o dilettantistica, proprio nelle realtà più moderne e aggiornate, attente al ruolo sociale dell’arte. Prima della Grande Guerra, per dire, a Milano ci sono meno artiste professioniste che a Roma, o anche che a Torino e a Firenze.

Come sono state selezionate?
Sono state privilegiate le artiste nella cui formazione, e anche nella cui affermazione professionale, i legami familiari hanno avuto una qualche rilevanza, soprattutto come ambito di stimolo e confronto. Signore, quindi, nel senso di padrone della loro arte; consorti, compagne d’avventura.

Adriana Pincherle, Autoritratto, 1934
Adriana Pincherle, Autoritratto, 1934

Il Ritratto sagomato di Amanzia Guerillot, conosciuto anche come “La Signora Inganni”, torna visibile dopo circa 80 anni. Che valore ha nel percorso?
Esce dopo molti decenni dai depositi del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, restaurato per l’occasione, e questo è già un motivo di interesse. Un altro motivo è l’eccentricità del dipinto. A un certo momento del loro connubio artistico, oltre che familiare, i coniugi Inganni si adattarono al mercato realizzando una varietà di opere d’arte applicata, tra cui figure come questa, a grandezza quasi naturale, pensate per scene teatrali, ingressi abitativi e vetrine espositive. Nel caso di questo “fermaporta”, si è portati a credere che Amanzia, oltre a prestarsi come modella, abbia partecipato alla realizzazione dell’opera, forse dipingendo anche il mazzo di fiori che tiene in mano.

Antonietta Raphael, Adriana Pincherle, Leonor Fini, Luce ed Elica Balla raccontano modi diversi di essere artiste. Quali?
Emergono percorsi differenti e talvolta divergenti, legati a donne diverse per generazione, nazionalità e formazione artistica. La distanza che separa Antonietta Raphael, arrivata in Italia dalla Lettonia dopo una prima formazione musicale a Londra e i primi insegnamenti di pittura a Parigi, dall’esperienza delle figlie di Balla, costrette a lavorare quasi segregate in casa alla realizzazione dei progetti del padre, non potrebbe essere più evidente. Eppure, guardando gli esiti del loro scolpire e dipingere, emerge lo stesso sfogo liberatorio che riesce a produrre una pratica artistica senza condizionamenti.

Il tema della parità è ancora molto attuale. Che dialogo si attiva col pubblico?
L’omaggio al coraggio e alla perseveranza di chi, in tempi assai più difficili, non si è arresa ed è riuscita quantomeno ad avvicinarsi alla “terra promessa”, magari costretta a fermarsi prima dell’ultimo ponte, può fare da stimolo a una riflessione in più e rappresentare un’ulteriore spinta ad attraversare quell’ultimo ponte.

Ginevra Barbetti

Carrara // dal 27 giugno al 25 ottobre 2026
Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna
PALAZZO CUCCHIARI – Via Cucchiari, 1
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