Il mondo ha già molte volte dimostrato, nella sua storia, enormi capacità di assorbimento delle crisi nella corsa travolgente del suo sviluppo. La resilienza del Pianeta alle crisi, geopolitiche, economiche e belliche, è trainata dall’impetuosa e continua crescita della Cina ma anche del resto dell’Asia e dell’Africa, che non hanno alcuna voglia di fermarsi. L’AI non è una moda e risolverà più problemi di quanti ne causerà. Sono alcune delle riflessioni di un assoluto fuoriclasse del business, Gianni Tamburi, fondatore e capo della Tip – Tamburi Investments Partners – un gruppo industriale indipendente e diversificato, quotato all’Euronext Star Milan, che opera nel settore dell’investment banking e della consulenza finanziaria, forte di 6 miliardi di partecipazioni in valore dentro aziende che occupano nell’insieme 15 mila dipendenti.
Tamburi, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, l’incognita Trump, si aspettava che i mercati e l’economia reale tenessero così bene?
No, non me lo aspettavo affatto, ed è molto sorprendente. Il tema vero è capire le ragioni, che con certezza non conosce nessuno. Sui mercati finanziari due spiegazioni circolano con insistenza. La prima: i sette trilioni di dollari che gli americani hanno distribuito durante il Covid sono finiti in larga parte a Wall Street e tengono caldo l’indice. C’è poi un tale terrore che il mercato crolli che, appena s’inclina sul titolo di qualche big, lo si rimette in piedi nel giro di due o tre giorni e tutto si sistema. La seconda ragione è la speculazione enorme sui Bitcoin, messi a garanzia di tantissime posizioni di investimento: nessuno può permettersi di lasciar andare Wall Street più di tanto, perché esploderebbe una bomba di proporzioni gigantesche. Così si dice. Poi, chissà.
E sul piano dell’economia reale?
Lì la parola giusta è resilienza, una parola che fino a qualche anno fa non si usava e oggi si usa anche troppo. Ma ricordiamoci che tutta l’Asia cresce del 3, 4, 5, 6, 7 per cento. Noi siamo tutti pagati dagli asiatici. La Cina, che secondo molti doveva fare flop, l’anno scorso ha fatto il 5%, quest’anno è partita al 5%, ora rallenta un po’ ma chiuderà sopra il 4,5. Poi India, Filippine, Thailandia, Indonesia, e via così. C’è gente che consuma, e questo non mi stupisce e continuerà. Non vedo né l’Asia né l’Africa né il Sudamerica fermarsi: c’è una tale fame, una tale voglia di fare, di consumare e di investire, che reggeranno tutto il sistema.
Anche se Putin o Netanyahu usassero davvero una bomba atomica tattica?
Glielo dico da amico: anche se fosse, abbiamo già visto Hiroshima e Nagasaki. Sarebbero manovre tattiche e circoscritte; un ordigno di oggi inquina probabilmente molto meno di quelli di allora. Poi naturalmente speriamo tutti che non accada nulla di simile. Ma alla fine il mondo assorbirebbe tutto, ha enormi capacità di assorbimento delle crisi nella corsa dello sviluppo: la fame del cinese che vuole legittimarsi comprandosi il vestito o iscrivendo il figlio al primo asilo non la ferma nessuno.
L’intelligenza artificiale distruggerà davvero posti di lavoro?
Siamo sempre vittime delle mode, dei TikTok, degli slogan. In qualunque momento degli ultimi trent’anni avessimo scoperto l’AI ci avrebbero detto che porta efficienza e aiuta a svilupparsi. Oggi va di moda dire che distrugge posti di lavoro. L’abbiamo già sentito con internet, che non ha distrutto nulla; il metaverso è durato due anni e poi basta e non ha fatto danni. L’AI è la naturale evoluzione di un mondo che è andato su internet ed è diventato tutto digitale. Qualche posto di lavoro di vecchio stampo lo perderemo, altri li guadagneremo. Al mondo occidentale, peraltro, fare efficienza fa molto bene, perché la voglia di lavorare è ormai bassissima: sembra quasi venuta apposta, questa AI: se stiamo tutti a casa, lavorano i computer, arrivederci e grazie. Resta il problema la redistribuzione del reddito, ma non lo vedo come un dramma. Singole imprese e governi devono darsi da fare per capire come usarla, questa nuova arma totale: non può esserci insieme il problema di non trovare persone e quello dei licenziamenti. Pensi ai robot: in tante fabbriche si dice che il lavoratore è troppo sfruttato e ripetitivo, che importiamo manodopera dai Paesi emergenti per certi lavori di bassissimo livello in agricoltura o nelle fabbriche più semplici. Ecco, lì abbiamo i robot pronti per rilevare su di se quel che nessun umano vuol più fare. Non voglio farla troppo facile, ma tutto questo può aiutare una tenuta se non una crescita del consumo generale. Il problema vero è che globalmente abbiamo meno voglia di lavorare e ci siamo abituati a un regime di vita alto: vorremmo lavorare meno mantenendo lo stesso tenore. Bisogna capire chi è in grado di permetterselo e chi no.
E l’Italia?
Negli ultimi dieci-quindici anni l’Europa ci ha insegnato che la sua burocrazia è peggio di quella italiana. Le dodicimila tra leggi, decreti e regolamenti varati a Bruxelles sono il più grande problema del continente: abbiamo importato una burocrazia cieca, sorda e demagogica, persino più di quella di casa. Il problema è generalizzato. Per fortuna gli altri sono indebitati più di noi: dall’essere la Cenerentola del debito pubblico siamo passati a darci del tu, in materia, con tanti altri Paesi. L’uscita dal Covid l’abbiamo fatta meglio di tutti, e le imprese francesi e tedesche che ci facevano la lezioncina hanno dovuto ricredersi: la loro rigidità ha perso contro la flessibilità delle nostre piccole e medie. Abbiamo un modo di vedere il mondo più flessibile, dinamico e veloce; l’individualismo, criminalizzato fino a ieri, un suo valore ce l’ha eccome.
Tip arriva oggi a sei miliardi di partecipazioni e quindicimila dipendenti. Cosa la convince ancora del fare impresa in Italia?
Tre miliardi diretti e tre di club deal, ai valori di oggi, per la precisione. Mi convince il fatto che l’economia privata funziona e crea valore. L’export cresce, il Pil cresce poco ma il Pil delle aziende vere cresce abbastanza. Stiamo ancora vivendo gli effetti del post-Covid e del Pnrr, siamo in una fase sballata, da economia post-bellica che ha sfasato i processi. Ma il centro dei miei interessi, l’impresa italiana, mediamente continua ad andare bene.
L’editoria: sopravviverà nel mondo TikTok?
Il fenomeno più interessante degli ultimi tempi è l’acquisto da parte di Leonardo Maria Del Vecchio dei giornali — noi tra l’altro siamo il secondo azionista del gruppo Monrif dopo la famiglia Riffeser. È un segnale forte di interesse e attenzione, che arriva dopo altre mosse compiute da Warren Buffett e dopo Bezos. In un mondo molto TikTok ci si è abituati a ripetere che l’editoria non conta più niente: guarda caso però qualcuno compra.
Un peso e un’influenza ci sono, l’accountability spesso c’è. Il settore esiste, va sfruttato bene. Avete però la sfiga che qualunque riga uno scriva finisce in Rete e diventa una commodity non pagata, svalorizzata dal solo fatto di esserci messa. È un grandissimo peccato: il mondo della Rete s’impadronisce ogni istante di qualcosa che non gli appartiene, ed è davvero scandaloso.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Web
Source link



