Dopo cinque anni di continui e sfibranti balletti normativi, la legge di bilancio 2027 presentata dal governo Meloni ancora una volta cambia le regole fiscali sul Superbonus 110%. La nuova misura allunga un percorso regolatorio già travagliatissimo: dopo le prime e durissime strette realizzate dal governo Draghi, con Giancarlo Giorgetti al ministero dello Sviluppo economico, negli anni successivi si sono sovrapposte norme fiscali, contabili, civilistiche e di controllo, in un bailamme di decreti, leggi, circolari, interpretazioni e applicazioni. L’esecutivo di centrodestra modifica i rimborsi fiscali sui bonus edilizi, riscrivendo i patti già assunti e gettando nello sconcerto tra cittadini, imprese e banche. Il tutto per recuperare risorse da spendere nell’ultima finanziaria prima delle elezioni (e non di certo per il welfare).
In questo clima di nuova incertezza, la legge di bilancio 2027 introduce sul Superbonus edilizio 110% nuove e inedite restrizioni alla compensazioni fiscali previste per il 2027. La bozza della legge “spalma” la compensazione fiscale dovuta per il 2027 da uno ai prossimi 10 anni su un monte crediti annuale stimato in 18 miliardi. L’articolo 37 del disegno di legge agisce infatti sulle quote dei crediti del Superbonus 2023 che avrebbero dovuto essere utilizzate in compensazione nel 2027, la cui massa complessiva è valutata dalla relazione tecnica del ministero dell’Economia in una forbice compresa tra 18 e 20,5 miliardi. Con la nuova norma, tramite modello F24 nel 2027 saranno compensati appena 2 miliardi circa, mentre i restanti 18,5 miliardi vengono differiti nei nove anni successivi, estendendo così il recupero fiscale fino al 2036.
Particolarmente dura e allarmata è la posizione assunta dal comitato di presidenza dell’Associazione bancaria italiana (Abi). Per le banche, se si applicano le regole dell’Autorità bancaria europea (Eba) relative alle definizioni di default, la manovra può essere considerata come ristrutturazione del debito. La rateizzazione decennale non concordata comporta infatti una netta svalutazione del credito, dovuta all’inflazione dei prossimi anni e a quella già subita dal 2023, oltre alla perdita degli interessi. L’impatto così supera ampiamente la soglia del 1% del valore attuale netto del credito e ammesso come limite massimo. Secondo l’Abi questa valutazione di default può impattare sullo Stato italiano. Non a caso sono in corso valutazioni su questo aspetto da parte della Banca d’Italia e altre sono previste dalla Banca centrale europea, viste le gravi implicazioni sui bilanci delle banche italiane che detengono ingenti portafogli di titoli di Stato.
Secondo un’analisi elaborata nel 2024 dal sindacato autonomo dei bancari Fabi sui crediti fiscali da Superbonus 110% nei portafogli dei cinque maggiori gruppi bancari italiani, basata sui bilanci 2023, il magazzino fiscale totale delle banche per i bonus edilizi ammontava a 49,8 miliardi, pari a una quota annuale su 6 anni di 8,3 miliardi e a una quota mensile di 692 milioni. Nel dettaglio, Intesa Sanpaolo deteneva crediti fiscali per 20,1 miliardi, con una quota annuale di 3,4; UniCredit per 5,7 miliardi, con quota annuale di 950 milioni; Bper Banca possedeva crediti fiscali per 4,5 miliardi, quota annuale di 750 milioni; Banco Bpm 2,9 miliardi, quota annuale 483 milioni, infine Mps 1,6 miliardi con quota annuale di 267 milioni. La stima della Fabi riferita agli altri gruppi bancari ammontava complessivamente a 15 miliardi, con quota annuale di 2,5 miliardi. L’anno prossimo dunque invece di compensare 3,4 miliardi Intesa potrebbe operare solo su 340 milioni, UniCredit da 950 milioni scenderebbe a 95, Bper da 750 a 75 milioni, Banco Bpm a soli 48,3 milioni e Mps ad appena 26,7 milioni. è di tutta evidenza il maggior carico fiscale su un esercizio che si preannuncia da record per i bilanci bancari.
Ma questa decisione non colpisce solo le banche che hanno acquistato i crediti del superbonus negli anni scorsi: penalizza duramente anche le imprese edilizie che avevano ancora nel proprio cassetto fiscale quei crediti derivanti dallo sconto in fattura praticato ai committenti. Con la stretta impostata dalla manovra, un’impresa di costruzioni che nel 2023 avesse maturato 1 milione di crediti fiscali passerebbe da una programmazione iniziale in quattro rate eguali da 250mila euro di compensazione prevista per l’anno prossimo a una quota compensabile di appena 25mila euro, con i restanti 225mila dilazionati in nove rate fino al 2036. Non è difficile immaginare gli effetti finanziari e i rischi di crisi di liquidità aziendale.
Il tutto impatta sulla programmazione dei conti pubblici. I dati ufficiali forniti da Mef, Agenzia delle Entrate e dal Servizio studi della Camera indicano il totale dei crediti fiscali creati da Superbonus e dagli altri bonus edilizi in quasi 230 miliardi, di cui oltre 160 relativi al solo Superbonus 110%. Quelli acquistati dalle banche e dagli intermediari finanziari sono stimati tra 35 e 51 miliardi, pari a circa il 46% del totale dei crediti edilizi ceduti, oltre 51 miliardi per l’Amministrazione finanziaria. Quelli nei cassetti fiscali delle imprese edili ammontano a 20-24 miliardi, dal 18% al 20% del totale dei crediti generati, molti dei quali bloccati e incagliati a causa della saturazione della capienza fiscale delle aziende.
Ma non basta. Sul fronte dei bonus fiscali, degli aiuti al settore delle costruzioni e dell’edilizia incentivata solo nell’ultimo anno si sono concentrate una serie di mosse del governo, del parlamento e dell’Agenzia delle Entrate, in un continuo aprire e chiudere i rubinetti, allargare e stringere i paletti. Ad esempio con le restrizioni alle compensazioni F24 per ruoli erariali scaduti: nel DL 39/2024 prima la soglia era stata fissata a 10mila euro, quest’anno era stata alzata a 50mila ma ora per il 2027 viene ridotta a 30mila. C’è stato poi il balletto sullo stop alle compensazioni fiscali con i contributi Inps e Inail, che era stato inserito nella disegno di legge di Bilancio 2026 e poi è stato cancellato dal Senato a fine 2025 sulla spinta dei professionisti tecnici. Infine c’è la risoluzione numero 17 del 2026 dell’Agenzia delle Entrate sulle verifiche ai general contractor del settore delle costruzioni, che ha esteso le garanzie per le imprese. Ora invece arriva la nuova mazzata.
Pare di vedere un remake della convulsa giornata di giovedì 11 novembre 2021 quando il Governo Draghi convocò nel giro di un pomeriggio il consiglio dei ministri, varò il famigerato Dl n. 157 (il cosiddetto Decreto Antifrodi) che impose pesanti strette, visti di conformità e congruità dei prezzi sui bonus edilizi. Il testo fu approvato blindato e pubblicato direttamente sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 la sera stessa dell’11 novembre 2021 (con entrata in vigore fissata al giorno successivo, il 12 novembre), cogliendo di sorpresa operatori, banche e costruttori edili e innescando la prima grande crisi di liquidità della misura. Si crearono decine di migliaia di situazioni incerte per i proprietari di case e appartamenti, che insieme migliaia di piccole imprese edilizie finirono per ingrossare “gli esodati del Superbonus“, tra lavori bloccati, famiglie finite per strada, cause civili, danni per centinaia di milioni.
La decisione di spalmare su 10 anni i rimborsi dei crediti fiscali che lo Stato avrebbe dovuto rimborsare nel solo 2027 è dunque un indicatore evidente della disperazione con la quale il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti e tutto il governo guidato da Giorgia Meloni sono alla ricerca di risorse di bilancio. Miliardi che l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni potrebbe indirizzare dai conti delle banche e delle imprese di costruzioni a mance e mancette per gli elettori. La violazione dei patti fiscali con ogni probabilità non sarà usata per investire nel welfare, nella sanità, nell’istruzione e nelle pensioni, per dare respiro alle famiglie alle prese con la drammatica fiammata dell’inflazione, ma nell’allargamento della flat tax per le partite Iva e in nuovi condoni per la base elettorale di centrodestra. Oltre che, ovviamente, per comprare ancora armi per miliardi e miliardi.
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