#Finsubito news – Ripopola Calabria: cinquanta, cento o mille case non fanno da sole una strategia per riabitare


Marina di Zambrone, Roseto Capo Spulico, San Nicola Arcella: il cuore blu del Sud autentico, il rumore del mare, il profumo delle zagare, le tarantelle e i peperoncini. È il lessico della promozione turistica che accompagna spesso il racconto della Calabria, una regione presentata attraverso le sue coste, il patrimonio paesaggistico e le tradizioni. E quelle citate sono solo tre località che appartengono a tratti diversi del litorale, affacciate sul Tirreno e sullo Ionio, e che restituiscono un’immagine riconoscibile della regione.

La mappa di Ripopola Calabria guarda invece altrove, verso una geografia di paesi, paesoni e paesini distribuiti tra montagne, vallate, altopiani e aree interne.

Il programma della Regione – guidata dal presidente Roberto Occhiuto – mette a disposizione cinquanta immobili pubblici, oggi inutilizzati, in 26 comuni delle cinque province. Gli edifici saranno recuperati con i fondi del Piano Sviluppo e Coesione, con risorse per 20 milioni, e verranno concessi in comodato d’uso gratuito per dieci anni a persone che risiedono fuori dalla Calabria da almeno tre anni e che si impegnano a trasferire la residenza nell’alloggio assegnato, mantenendola per tutta la durata del comodato. Ogni candidato può indicare fino a tre alloggi, che possono arrivare a 140 metri quadrati e vengono assegnati con graduatorie pubbliche. Hanno punteggio premiale le famiglie con figli, i nuclei monoparentali, le giovani coppie, gli smart worker, le persone con disabilità, i lavoratori autonomi, i professionisti della cultura e della creatività e i calabresi emigrati che vogliono rientrare.

Alcuni aspetti restano da definire. Dopo i dieci anni il Piano regionale prevede forme per favorire la permanenza degli assegnatari e cita, a titolo di esempio, il riscatto dell’alloggio, ma modalità e procedure saranno stabilite in seguito. Quanto ai costi del recupero, il comunicato con cui la Regione ha lanciato l’iniziativa, il 30 aprile, indicava contributi fino a 2.000 euro al metro quadrato, con un massimo di 280mila euro per unità abitativa, per progettazione, lavori, miglioramento sismico ed energetico e spese tecniche. Non si tratta di contributi ai futuri residenti: nel Piano i beneficiari dei finanziamenti e gli attuatori dei lavori sono i comuni, proprietari degli immobili che concedono in comodato.

Il punto, però, è che una casa non basta e a riconoscerlo è lo stesso Piano, che definisce la disponibilità dell’immobile «condizione necessaria ma non sufficiente» per sostenere nuovi insediamenti e rileva che la questione abitativa dei piccoli centri non dipende dalla scarsità di alloggi: in Calabria il 42,2% delle abitazioni, circa 581mila, non è occupato da residenti. Mancano piuttosto un’offerta pronta e accessibile e condizioni di contesto, cioè lavoro, servizi e connessioni, che rendano sostenibile la scelta di vivere in un piccolo comune. Il Piano è esplicito anche sulle dimensioni dell’intervento: nei 26 comuni della prima fase i cinquanta alloggi porterebbero circa 110 nuovi residenti, pari a poco più del 2% del calo demografico atteso entro il 2035, e la fase pilota non è dimensionata per invertire la tendenza. Il suo scopo dichiarato è verificare se, e a quali condizioni, il modello produca insediamenti stabili; in un paese di poche centinaia di abitanti, aggiunge, l’arrivo di una famiglia cambia comunque la vita collettiva.

Il nome scelto per il progetto tiene in sè già parte della questione. «Ripopolamento» ricorre spesso quando si parla di piccoli comuni e aree interne, ma non ne restituisce la complessità: presuppone un vuoto da colmare, come se chi ci vive non fosse già parte di una comunità, e sposta l’attenzione sul numero dei nuovi abitanti, lasciando sullo sfondo le condizioni di chi c’è, le relazioni, le attività economiche, i bisogni e i diritti di cittadinanza. I paesi calabresi non sono territori disabitati in attesa di qualcuno che li raggiunga: sono segnati da emigrazione e contrazione demografica, ma anche da esperienze di restanza, ritorno e nuovi insediamenti.

La ricerca e il racconto sulle aree interne insistono da tempo su questa distinzione. Nell’aprile del 2020, su queste pagine, il professore Giovanni Carrosio ricordava che «riabitare non significa soltanto avere una casa»: servono servizi, lavoro, economie locali, infrastrutture, banda larga e una volontà politica capace di immaginare interventi di lungo periodo. I servizi, spiegava il sociologo, vanno considerati anche come investimento sociale e non dimensionati soltanto sul numero degli abitanti già presenti. Il ragionamento torna attuale davanti a un programma che interviene sulla disponibilità di alloggi e dichiara di voler mettere in rete patrimonio, comunità, lavoro e vita.

Mauro Francesco Minervino – antropologo e scrittore nato a Paola, in provincia di Cosenza – ha dedicato al tema più di un intervento. Nell’intervista pubblicata proprio su Orticalab nel 2021, «I paesi bisogna avere l’onestà di viverli», metteva in guardia dalla retorica degli eroi dei borghi e dall’ambizione di fare della turistizzazione una risposta generalizzata alle difficoltà dei territori.

Nell’articolo del 2 marzo 2026 su I Calabresi , «Non chiamateli borghi, così uccidete i paesi», descrive una regione fatta di paesi, paesoni e paesini, di centri costieri e insediamenti montani, realtà molto diverse che una rappresentazione indistinta finisce per cancellare. Contesta la monocultura turistica e ricorda che case a un euro, aria pulita e panorami non bastano a sostenere la vita quotidiana delle comunità, che dipende dalle economie locali, dal lavoro, dalla cura dei luoghi e dalla partecipazione di chi li abita.

Rosanna Mazzia, ex sindaca di Roseto Capo Spulico – oggi capogruppo di minoranza – e presidente dell’Associazione Borghi Autentici d’Italia, nell’intervista del 2022 definiva i paesi «luoghi marginalizzati, non marginali». Per restituire loro centralità, sosteneva, servono investimenti commisurati alle esigenze degli abitanti e un miglioramento dei servizi e delle condizioni sociali, ambientali e culturali.

Nella stessa direzione va la ricerca di Domenico Cersosimo e Sabrina Licursi, Lento pede. Vivere nell’Italia estrema , condotta in 63 comuni delle aree interne calabresi, per poco più di 115mila abitanti. Lo studio ha raccolto le esperienze di chi resta, di chi vorrebbe restare e di chi immagina un futuro in questi luoghi, indagando in particolare salute, istruzione e mobilità. Ne emerge una geografia di difficoltà e carenze, ma anche di relazioni, progettualità e forme di vita che le sole statistiche demografiche non riescono a restituire.

Potrebbe interessarti

La stessa complessità emerge dalle esperienze raccontate in questi anni, in cui l’abitare si intreccia con relazioni, servizi, amministrazione e cultura. A Belmonte Calabro, La Rivoluzione delle Seppie ha lavorato sul rapporto tra ricerca, arte, architettura e comunità, intrecciando presenze temporanee e permanenti e contribuendo a generare occasioni di incontro e servizi, come il primo bancomat e le lezioni d’inglese in paese. Nel Basso Ionio la rete We’re South ha messo in relazione Badolato, Santa Caterina dello Ionio, Guardavalle, Monasterace, Bivongi e Stilo, sperimentando forme di organizzazione sociale e pratiche di ri-abitazione. A Bova, nel cuore dell’Aspromonte e dell’Area Grecanica, l’esperienza amministrativa raccontata dal vicesindaco Gianfranco Marino mostrava il nesso tra progettazione, finanziamenti, cultura delle radici e interventi sulla viabilità. A Soveria Mannelli – dove si tiene anche il Festival del Lavoro nelle aree interne – un gruppo di giovani ha trasformato il lamento ricorrente («qui non succede mai niente») in un progetto culturale, il Festival del Lamento , costruito sull’associazionismo e sulla partecipazione locale. Sono esperienze diverse per dimensioni, obiettivi e strumenti, e raccontano una parte dei processi già in corso nei paesi calabresi.

I 26 comuni del programma sono distribuiti in modo diseguale tra le province. Quindici si trovano nel Cosentino: Alessandria del Carretto, Altilia, Belmonte Calabro, Cellara, Cerisano, Dipignano, Lago, Laino Borgo, Lattarico, Mongrassano, Rovito, San Lorenzo Bellizzi, San Vincenzo la Costa, Scigliano e Torano Castello. Sei sono in provincia di Catanzaro: Amato, Centrache, San Floro, San Mango d’Aquino, Torre di Ruggiero e Zagarise. Completano l’elenco Caccuri nel Crotonese, Cessaniti nel Vibonese e, nel Reggino, Grotteria, Sant’Ilario dello Ionio e Santo Stefano in Aspromonte.

I dati demografici e altimetrici del portale regionale danno una prima misura delle differenze: si va dai circa 340 abitanti di Centrache ai 4.342 di Torano Castello, e dai 130 metri sul livello del mare di Sant’Ilario dello Ionio ai 1.005 di Alessandria del Carretto. Variano molto anche i contesti geografici. Nel Cosentino ci sono comuni del Pollino (Alessandria del Carretto, San Lorenzo Bellizzi, Laino Borgo), località tirreniche (Belmonte Calabro, Lago), centri vicini a Cosenza (Dipignano, Cerisano, Rovito) e paesi del Savuto (Altilia, Scigliano). Nel Catanzarese si passa dalle colline prossime al capoluogo alle Serre e alla Sila Piccola. Caccuri si trova nell’entroterra crotonese e Cessaniti nel Vibonese; Grotteria e Sant’Ilario guardano alla Locride, mentre Santo Stefano in Aspromonte è sul versante montano reggino.

Quota e numero di abitanti, però, non dicono quanto disti una scuola, un presidio sanitario, una stazione o un servizio di trasporto pubblico, e quindi quanto sia praticabile viverci. Il Piano riconosce che la maggior parte di questi comuni non dispone direttamente dei principali nodi di trasporto e che, per ospedali, istruzione superiore e servizi amministrativi, gravita su pochi poli esterni: per diversi comuni interni i tempi per raggiungere quei nodi sono dell’ordine di 40-60 minuti o più. Ogni municipio ha comunicato alla Regione servizi, poli di riferimento e tempi di percorrenza, ma il catalogo degli immobili riporta le caratteristiche degli alloggi e i loro indirizzi senza offrire una ricognizione comparabile dei servizi disponibili nei comuni e nei territori circostanti. Per capire le condizioni materiali di ciascun luogo bisogna dunque guardare alle singole località e al loro rapporto con i centri di riferimento, perché i comuni coinvolti non condividono le stesse condizioni territoriali, infrastrutturali e demografiche.

Tra gli obiettivi dichiarati di Ripopola Calabria si possono trovare il recupero del patrimonio pubblico, l’integrazione dei nuovi residenti, il potenziamento dei servizi di prossimità e la creazione di spazi per lavoro, coworking e attività professionali. In ogni comune è prevista una struttura di coordinamento e accoglienza che accompagni i nuovi abitanti nelle pratiche amministrative e nell’accesso ai servizi. Sono impegni che vanno oltre la concessione degli alloggi, ma con limiti dichiarati: il Piano precisa che l’accompagnamento non comporta garanzia di occupazione né contributi ulteriori e che l’alloggio può essere usato solo come abitazione, non per attività economiche o professionali. Il rafforzamento dei servizi dipende invece da un confronto con i comuni sui fabbisogni e dall’eventuale destinazione di nuove risorse. Resta da capire come questi impegni saranno tradotti nei singoli territori, con quali risorse e in che rapporto con le politiche già attive.

Un posto in cui stare può essere un’occasione concreta per chi vuole trasferirsi in Calabria, per chi vuole tornare e per chi cerca un luogo dove avviare un nuovo progetto di vita. Eppure il dibattito sulle case a un euro, sul reddito di restanza, sulla riduzione delle tasse per chi va a vivere in montagna, come su molte e diverse formule simili, ha già mostrato che la casa è solo uno degli elementi di questa scelta. Servono condizioni durature: servizi, lavoro, mobilità, accesso alla formazione, relazioni e comunità capaci di partecipare alle decisioni che le riguardano. Su questo terreno, prima o poi, si misurano tutte le politiche per riabitare.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม