Oriente Occidente di Rampini | America, Cina, Europa: figli poveri contro padri ricchi. Una nuova «invidia sociale»?


La ricchezza degli anziani continua a crescere, mentre i giovani faticano a comprare casa, costruire una famiglia e migliorare il proprio tenore di vita. Dall’America all’Europa, fino alla Cina, una nuova frattura sociale si aggiunge alle tradizionali diseguaglianze. Ma è giusto parlare di egoismo dei nonni? E quanto del disagio giovanile nasce dal confronto con una generazione che ha avuto più fortuna? Dietro le rivolte giovanili che fanno notizia, c’è un nuovo tipo di «invidia sociale», non più diretta solo contro i multimiliardari Elon Musk e Jeff Bezos, ma contro chi ti sta molto più vicino?

I giovani americani hanno scoperto una nuova categoria di privilegiati contro cui indirizzare la propria rabbia. Non soltanto i magnati della Silicon Valley, i banchieri di Wall Street o gli eredi delle grandi dinastie industriali. Sono i loro genitori e nonni. L’ultima indagine della Federal Reserve sulla ricchezza delle famiglie offre una fotografia sorprendente. Dal 2022 al 2025, al netto dell’inflazione, il patrimonio medio degli americani con almeno 75 anni è aumentato del 37%. Quello degli under 35 è diminuito del 23%. Gli ultrasettantacinquenni sono diventati la fascia di età più ricca d’America, con un patrimonio medio di 505.000 dollari. È una rivoluzione rispetto al passato. Una volta gli anziani consumavano i risparmi accumulati durante la vita lavorativa, e quindi tendevano a impoverirsi. Oggi accade il contrario. Edward Wolff, economista della New York University, osserva che la tendenza si è rovesciata. Gli anziani che hanno acquistato la casa quarant’anni fa, magari a prezzi che oggi sembrano ridicoli, hanno visto il valore del loro immobile moltiplicarsi. Lo stesso è accaduto a chi possiede azioni, fondi d’investimento, risparmi pensionistici investiti in Borsa. Dal dicembre 2022 al dicembre 2025 l’indice azionario S&P 500 è salito del 78%. Chi aveva un patrimonio da investire si è arricchito quasi senza fare nulla. Chi non aveva risparmi, ed era costretto a pagare un affitto, ha subito il rincaro del costo della vita. Anche il pessimismo economico segue questa divisione: chi possiede molte azioni guarda al futuro con più fiducia; chi non ne possiede vede peggiorare le proprie prospettive.




















































La novità non è soltanto la diseguaglianza tra ricchi e poveri. È il suo intreccio con l’età. La linea di demarcazione non separa più soltanto le classi sociali: attraversa le generazioni. Questo fenomeno offre una chiave per interpretare una parte del disagio giovanile. Non basta più domandarsi quanto guadagna un ragazzo rispetto ai suoi coetanei. Bisogna confrontare le sue opportunità con quelle che avevano i genitori alla stessa età. E bisogna chiedersi se la promessa fondamentale delle società moderne, quella di vivere meglio della generazione precedente, sia ancora credibile.

Lo storico Niall Ferguson ha dedicato a questo tema un’analisi provocatoria, pubblicata su The Free Press, con un titolo eloquente: «Perché l’Europa brucia». Parte dalle manifestazioni giovanili in Francia, Spagna e Belgio. Gli studenti protestano contro i tagli all’istruzione, la scarsità di alloggi accessibili, il peggioramento dei servizi pubblici. Ferguson suggerisce loro un bersaglio diverso: invece di prendersela con i governi, i capitalisti o i nemici ideologici del momento, dovrebbero guardare ai propri nonni. È una provocazione, ma poggia su una questione seria: la distribuzione delle risorse pubbliche tra le generazioni. In Francia, Gran Bretagna e Italia, osserva Ferguson, lo Stato sociale è stato progettato per società molto diverse da quelle attuali. Nei paesi avanzati dell’Ocse, il numero degli ultrasessantacinquenni rispetto alla popolazione in età lavorativa è raddoppiato dal 1960. La politica si adegua. Gli anziani sono numerosi, votano con assiduità, difendono i propri diritti acquisiti. I giovani sono meno numerosi, spesso disertano le urne, hanno interessi frammentati. Il risultato è una democrazia nella quale le generazioni più mature dispongono di un peso elettorale crescente.

Il caso italiano non fa eccezione. Siamo fra le società più anziane del mondo e abbiamo una natalità molto bassa. Il patrimonio immobiliare è concentrato nelle generazioni mature. Per molti giovani l’accesso alla proprietà della casa dipende dall’aiuto dei genitori o da un’eredità. Chi nasce in una famiglia proprietaria parte avvantaggiato; chi nasce in una famiglia senza patrimonio deve affrontare un mercato immobiliare che spesso rende difficile emanciparsi. Qui emerge un paradosso. La ricchezza dei genitori può essere una protezione preziosa per i figli. Ma può diventare anche una fonte di dipendenza. L’aiuto familiare sostituisce opportunità che il mercato del lavoro e le politiche pubbliche non riescono a offrire. Un giovane adulto può avere una laurea, un lavoro, persino un reddito decoroso, e tuttavia non riuscire a costruirsi un’autonomia economica senza il sostegno dei genitori. È una forma di solidarietà privata che attenua le tensioni sociali, ma rischia di perpetuare le diseguaglianze. I figli dei proprietari ereditano sicurezza. Gli altri ereditano l’insicurezza.

Bisogna però evitare una semplificazione. Ferguson sembra talvolta descrivere gli anziani come una classe privilegiata compatta, quasi un blocco di interessi contrapposto ai giovani. In realtà esistono pensionati poveri, anziani soli, persone che affrontano spese sanitarie elevate. E ci sono giovani che erediteranno patrimoni consistenti. L’età non cancella le differenze di classe. Inoltre, la ricchezza patrimoniale non equivale al reddito disponibile. Un pensionato può abitare in una casa che vale mezzo milione di euro e avere una pensione modesta. Quella ricchezza non paga la spesa al supermercato. Né tutti gli anziani hanno beneficiato nello stesso modo dei rialzi immobiliari e finanziari.

Anche l’analisi della spesa pubblica richiede cautela. Ferguson stesso riconosce che l’invecchiamento non è l’unica causa dell’aumento del debito. Hanno pesato le crisi finanziarie, la pandemia, gli interventi straordinari dei governi, il costo degli interessi. La questione non è dunque mettere i nipoti contro i nonni. È capire se le istituzioni distribuiscano in modo equo costi e opportunità tra chi lavora oggi e chi ha già concluso la vita lavorativa.

Esiste una seconda dimensione del problema, forse ancora più inquietante. È quella psicologica. L’invidia sociale non nasce dalla povertà assoluta. Può nascere dalla percezione che qualcun altro abbia avuto opportunità negate a noi. Il confronto diventa più doloroso quando riguarda persone vicine, appartenenti alla stessa famiglia o alla stessa comunità. La casa acquistata dai genitori con pochi anni di stipendio, oggi irraggiungibile per i figli, diventa il simbolo di un’ingiustizia. Il benessere dei nonni, conquistato in un’epoca di crescita, può apparire come una fortuna storica impossibile da ripetere.

Non è detto che questa percezione sia sempre fondata. Le generazioni precedenti hanno affrontato guerre, inflazione, disoccupazione, condizioni di lavoro più dure, aspettative di vita inferiori. Il confronto rischia di selezionare soltanto i vantaggi del passato e gli svantaggi del presente. Tuttavia il sentimento di esclusione può avere conseguenze politiche anche quando si basa su una ricostruzione incompleta della storia.

La Cina offre un laboratorio ancora diverso, descritto da Helen Gao in un articolo sul New York Times. Per decenni i cinesi hanno vissuto dentro una straordinaria mobilità sociale. Il paese cresceva, i salari aumentavano, un miliardo di persone usciva dalla povertà. Anche chi rimaneva indietro poteva sperare che i propri figli avrebbero avuto una vita migliore. La crescita economica rendeva più tollerabili le diseguaglianze.

Oggi quella fiducia vacilla. La crisi immobiliare ha distrutto una parte della ricchezza delle famiglie. La disoccupazione giovanile e la stagnazione dei salari alimentano il pessimismo. Le aspettative si riducono. E il successo altrui, invece di suscitare ammirazione, provoca sospetto. Gao descrive il fenomeno del ba, una sorta di investigazione collettiva condotta sui social network per smascherare presunti privilegi. Chi ottiene un successo accademico o professionale può diventare bersaglio di campagne digitali che cercano prove di favoritismi, nepotismo, raccomandazioni, frodi. L’obiettivo dichiarato è denunciare l’ingiustizia. In realtà sembra prevalere il desiderio di screditare chi ce l’ha fatta. Una giovane studiosa cinese, ammirata per aver intervistato il regista Christopher Nolan, è stata investita da accuse online sulla propria attività intellettuale. Un’altra giovane, celebrata per un discorso all’università di Harvard, è diventata bersaglio di sospetti sui privilegi familiari che avrebbero favorito la sua carriera. Il meccanismo psicologico è riconoscibile in Occidente: se io non riesco a salire nella scala sociale, chi è salito deve aver barato. In Cina si aggiunge un conflitto fra uomini e donne. Molti giovani maschi incontrano difficoltà crescenti a soddisfare le aspettative tradizionali: possedere una casa, acquistare un’automobile, mantenere una famiglia. Il mercato matrimoniale è squilibrato anche dall’eredità della politica del figlio unico e dalla preferenza per i maschi. Alcuni reagiscono trasformando la frustrazione economica in ostilità verso le donne e il femminismo.

La Cina in preda all’invidia sociale introduce un elemento decisivo. Quando una società cresce, le persone possono accettare che altri diventino più ricchi, perché sperano di migliorare a loro volta. Quando quella speranza svanisce, il successo degli altri viene interpretato come una sottrazione. L’economia diventa, nella percezione collettiva, un gioco a somma zero.

È questo il collegamento più interessante fra le tre analisi. Negli Stati Uniti, l’aumento della ricchezza degli anziani accentua il divario patrimoniale con i giovani. In Europa, l’invecchiamento modifica gli equilibri politici e la distribuzione della spesa pubblica. In Cina, il rallentamento economico trasforma l’ammirazione per il successo in risentimento. Tre fenomeni distinti, con una radice comune: la crisi della fiducia nella mobilità sociale. La ricchezza dei genitori e dei nonni diventa un bersaglio quando i figli non riescono più a immaginare di raggiungerla. Ma non dobbiamo confondere la diagnosi con la terapia. Impoverire gli anziani non rende più ricchi i giovani. Tassare i patrimoni non risolve la scarsità di abitazioni, la debolezza dei salari, la bassa produttività o le difficoltà di accesso al lavoro.

C’è anche un rischio culturale. Trasformare il conflitto generazionale in una guerra morale significa alimentare l’idea che il benessere di qualcuno sia la causa del malessere di qualcun altro. È la stessa logica che Helen Gao vede diffondersi nella Cina del risentimento.

21 ottobre 2026


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