la rivolta in Europa segna l’inizio della nuova inflazione alimentare ed energetica – Barbadillo


La protesta dei teppisti a Milano iceberg di una rivolta europea

Le proteste in diversi Paesi europei anticiperebbero una crisi più grave, secondo l’economista irlandese Philip Pilkington, autore di The Reformation in Economics (Palgrave Macmillan, 2016) e collaboratore dell’Institute for New Economic Thinking, in un’intervista rilasciata il 19 ottobre a Mario Nawfal, imprenditore e commentatore politico molto seguito sulla piattaforma X.

Le manifestazioni in Francia, Italia e Albania sono – per Pilkington – segni di crescente instabilità, destinata ad aggravarsi, quando le conseguenze economiche della guerra in Iran e delle perturbazioni dei mercati energetici si trasferiranno pienamente sui consumatori europei. L’elemento centrale è il progressivo impoverimento delle famiglie.

Pilkington evoca il dato secondo cui, dal 2022, i consumi alimentari francesi sarebbero diminuiti del 6,4% in termini reali, con contrazioni presumibilmente ancora più consistenti per le fasce meno abbienti. La percentuale esatta richiede una verifica della serie statistica di riferimento, ma la debolezza dei consumi alimentari francesi ha riscontro nelle rilevazioni ufficiali.

Aspettando Il peggio

 

Il significato economico del fenomeno è: famiglie costrette a ridimensionare spese essenziali per compensare la perdita di potere d’acquisto. E, secondo Pilkington, il peggio potrebbe ancora arrivare. L’economista segnala fortissime tensioni sui mercati delle materie prime agricole, richiamando aumenti dei contratti future, che quantifica nel 70% per il riso e nel 40% per grano e zucchero. Percentuali da riferire agli specifici contratti e periodi considerati, non direttamente assimilabili all’inflazione alimentare al consumo, ma che nella sua lettura segnalano il rischio di una nuova impennata dei prezzi.

A rendere più preoccupante la situazione contribuisce la crisi dei fertilizzanti (dovuta al blocco del Mar Nero e delle relative importazioni dalla Russia), la cui produzione dipende largamente dalla disponibilità di energia e gas naturale. Le perturbazioni delle forniture, unite all’aumento dei costi del carburante e dei trasporti, potrebbero compromettere la redditività delle coltivazioni e, in determinate circostanze, anche i raccolti del prossimo anno.

Rischi tra inverno e primavera

 

Pilkington individua un meccanismo di trasmissione dello choc economico, destinato a manifestarsi con ritardo. I maggiori costi energetici incidono su produzione agricola,  trasformazione industriale e distribuzione, trasferendosi sui prezzi finali. Per questa ragione considera molto rischioso il periodo compreso tra i prossimi inverno / primavera.

L’Europa affronterebbe questa eventuale seconda ondata inflazionistica senza aver recuperato le conseguenze della prima, esplosa nel 2022. Un rallentamento dell’inflazione, infatti, non comporta necessariamente una riduzione dei prezzi già aumentati.

A ciò Pilkington aggiunge la dimensione politica. I governi dell’Ue sono già impopolari, mentre il malcontento per il costo della vita si sovrappone alla sfiducia verso le istituzioni.

Le manifestazioni francesi, italiane e albanesi hanno motivazioni differenti. Pilkington propone tuttavia di leggerle anche come manifestazioni di una vulnerabilità sociale comune. Il suo interrogativo è: se le tensioni sono già così evidenti, che cosa potrebbe accadere quando un ulteriore rincaro dei beni essenziali raggiungerà famiglie già economicamente provate?

La previsione è un periodo di seria instabilità europea, nel quale la pressione economica potrebbe trasformare il malcontento diffuso in contestazione politica sempre più radicale.

Peter Zeihan aggiunge che…

 

A questa interpretazione economica si affianca quella demografica e strutturale proposta da un altro analista intervistato da Nawfal, Peter Zeihan, esperto statunitense di geopolitica e dinamiche demografiche. Secondo lui, le proteste parigine sarebbero parte di un processo di transizione che investe la società francese: l’invecchiamento della popolazione, i vincoli di bilancio e le trasformazioni politiche e sociali renderebbero più difficile sostenere gli attuali livelli di spesa pubblica.

La convergenza fra le due analisi suggerisce una riflessione ulteriore. Le società occidentali sono state trasformate anche dall’immissione di consistenti flussi migratori, destinati al sostegno delle economie occidentali mediante il lavoro di più basso livello e, quindi, generalmente assorbiti nei segmenti economicamente e socialmente più deboli. Un processo che dovrebbe essere funzionale, almeno in parte, alla disponibilità di manodopera e alla compensazione degli squilibri demografici, ma la cui effettiva convenienza economica per le società riceventi è tutt’altro che scontata.

Immigrazione a doppio taglio

 

Uno studio pubblicato dall’Institute of Labor Economics (Ila) nel 2024 e aggiornato nel 2025, condotto da Jan van de Beek, Joop Hartog e altri ricercatori su dati olandesi, ha evidenziato come l’aumento della popolazione e della forza lavoro dovuto all’ immigrazione non si traduca automaticamente in vantaggio per la collettività, soprattutto considerando le spese per assistenza, istruzione, sanità e gli altri servizi pubblici. Una circostanza che rende ancora più discutibile la pretesa di utilizzare l’immigrazione come soluzione semi-automatica agli squilibri demografici delle società occidentali, senza valutarne preventivamente l’effettiva sostenibilità economica e sociale.

I rischi sono società artificialmente ed erroneamente riconfigurate secondo esigenze di mercato, nelle quali la competizione per abitazioni, occupazione, servizi e risorse pubbliche alimenta frizioni fra gruppi sociali già vulnerabili. Una tensione che può investire particolarmente le generazioni più giovani, comprese le seconde e terze generazioni dell’immigrazione, cresciute tra aspettative di integrazione e promozione sociale sempre più difficili da soddisfare. I conflitti che ne derivano non costituiscono una conseguenza inevitabile dell’immigrazione, ma possono essere aggravati da segregazione territoriale, precarietà e progressiva perdita di coesione sociale.

Casa sempre meno accessibile

 

Sono dinamiche che richiamano questioni che vanno dalla finanziarizzazione della casa, sempre meno accessibile alle giovani generazioni, alle analisi di Charles Goodhart sugli squilibri demografici e sulle future tensioni distributive.

La questione si estende agli Stati Uniti, dove il trumpismo ha alimentato aspettative di riscatto presso settori sociali penalizzati dalla globalizzazione. Alla situazione geopolitica si somma la trasformazione di lungo periodo del modo stesso di generare ricchezza. Le società occidentali paiono strette fra il martello di un’evoluzione tecnologica e finanziaria, tendente a ridimensionare la centralità del lavoro e, con essa, il sistema di diritti e garanzie costruito durante la fase industriale della storia economica; e l’incudine di assetti sociali, istituzionali e di governo concepiti proprio in quella fase, oggi sempre meno adeguati a governare i nuovi processi produttivi e distributivi.

Allineamento obbligato

 

Questa contraddizione rischia di privare di prospettive fasce sempre più ampie di popolazione, mentre gli strumenti tradizionali di rappresentanza, protezione e redistribuzione danno segni di esaurimento. Intanto il modello liberista assume, anche nei rapporti internazionali, forme sempre più aggressive. Alla promessa della prosperità attraverso il libero mercato si affianca una logica di allineamento obbligato: con noi o contro di noi. Sanzioni, minacce tariffarie e pressioni finanziarie diventano strumenti ordinari di coercizione economica.

A questo quadro si contrappone l’arricchimento geometrico di una ristrettissima oligarchia economica e finanziaria: moderni satrapi, beneficiari di una straordinaria concentrazione di ricchezza e influenza, sostenuti da circuiti politici, istituzionali e mediatici che a loro volta traggono forza e risorse dalla medesima relazione circolare di potere.

Le previsioni di Pilkington potranno rivelarsi eccessive o essere smentite. Ma, lette insieme alle considerazioni demografiche di Zeihan, pongono una questione che supera la congiuntura europea.

Fino a che punto i governi occidentali potranno difendere un modello economico che fatica a mantenere le promesse di benessere diffuso, mentre favorisce concentrazione di ricchezza e potere? E possono ancora correggerne le contraddizioni, o la relazione circolare con i moderni satrapi e i circuiti che reciprocamente li sostengono rende ormai impossibile un’ inversione di rotta?

Osvaldo Bagnoli

Osvaldo Bagnoli

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