Italia a minimi Ue per omicidi, mafie si evolvono


Italia ai minimi europei per numero di omicidi. E’ la fotografia scattata dall’ultimo report di Eurispes, che, però, avverte: “Un tasso di omicidi basso non equivale all’assenza di criminalità organizzata: le mafie si evolvono, cambiano modalità di azione e sostituiscono la violenza visibile con forme di controllo più silenziose, fondate sull’infiltrazione economica, sulla corruzione e su forme di violenza che nessun certificato di morte registra, ed è questo uno dei limiti strutturali dell’indicatore europeo scelto per misurare la pace e la giustizia. Inoltre, il successo complessivo non deve oscurare la componente che resiste al calo, quella della violenza contro le donne nelle relazioni più strette che chiede strumenti diversi da quelli che hanno permesso di arginare la violenza mafiosa”. Nel 2023 il tasso standardizzato di mortalità per omicidio – indicatore ufficiale Ue – nel Paese si attestava a 0,4 decessi ogni 100mila abitanti, contro una media dell’Unione di quasi 0,7: un valore che colloca l’Italia insieme a Germania e Malta, nel gruppo con la minore mortalità per omicidio dell’intera Unione. La distanza diventa ancora più evidente se il confronto si sposta sui Paesi con i valori più elevati, dall’1,1 di Svezia, Estonia e Lussemburgo all’1,5 della Lituania e all’1,7 della Lettonia. Dei venti territori italiani per i quali il dato Eurostat del 2023 è disponibile, diciassette presentano un valore inferiore alla media europea (0,65), l’Abruzzo si colloca esattamente sul valore medio, mentre lo superano soltanto Valle d’Aosta (0,68) e Sardegna (0,86). Un trend che è confermato anche dalle statistiche nazionali: secondo i dati delle forze di polizia elaborati dall’Istat, nel 2023, il tasso grezzo di omicidi volontari era in Italia di 0,57 ogni 100mila abitanti a fronte di una media europea di 0,91.

Si tratta del valore più basso tra i 26 Paesi dell’Unione con dati disponibili, insieme alla Slovenia e preceduto soltanto da Malta. Per comprendere questo risultato, però, occorre guardare indietro, a quando l’Italia era un Paese tutt’altro che sicuro sotto questo profilo. La ricostruzione storica pubblicata dall’Istat, infatti, mostra che tra il 1891 e il 1895 si contavano in media quasi 2.000 omicidi l’anno (5,9 ogni 100.000 abitanti), mentre nel periodo 2020-2024 si è scesi a poco più di 300 casi annui (meno di 0,6 ogni 100.000). Questa lunga discesa, però, conobbe un’inversione importante tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, quando alla violenza comune si sommarono quella politica e, soprattutto, l’escalation dei conflitti legati alla criminalità organizzata. Il culmine fu il 1991, con 1.916 omicidi (pari a 3,4 ogni 100.000 abitanti), oltre un terzo dei quali (il 37,5%), attribuibile alle organizzazioni di tipo mafioso: tra il 1985 e il 1991 gli omicidi erano cresciuti di 992 unità e 522 di questi erano stati delitti di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Il peso della componente mafiosa emerge anche nel lungo periodo con 6.681 omicidi attribuibili alle organizzazioni criminali di tipo mafioso compiuti nel periodo 1983-2018, il 95,6% dei quali concentrato in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Nel quinquennio 1988-1992 questi delitti sono arrivati a rappresentare circa un terzo di tutti gli omicidi commessi in Italia, mentre nel periodo 2013-2017 la loro quota era scesa al 9,1%. Dopo il picco la curva si è invertita con una rapidità che ha pochi precedenti: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000, fino ai 327 del 2024, con una riduzione complessiva superiore all’80%.

Le ragioni di questa inversione sono in buona parte note. La reazione dello Stato alla stagione delle stragi e alla crescente offensiva della criminalità mafiosa tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta si tradusse in un profondo potenziamento degli strumenti investigativi, giudiziari e penitenziari di contrasto alla criminalità organizzata. La diminuzione della violenza mafiosa è stata frutto dell’interazione fra diversi elementi: l’arresto di numerosi appartenenti a vertici mafiosi e il crescente utilizzo dei collaboratori di giustizia da un lato e, dall’altro, l’indebolimento delle guerre interne alle organizzazioni criminali insieme al progressivo mutamento delle strategie delle stesse organizzazioni, sempre meno inclini a ricorrere alla violenza eclatante quando questa comportava una risposta istituzionale particolarmente intensa. L’Italia, in altre parole, non è diventata un Paese a bassa mortalità per omicidio perché sia scomparsa ogni forma di violenza, ma perché è stata drasticamente ridimensionata la componente che per decenni aveva avuto un peso eccezionale e che non si riscontrava con la stessa intensità in altri Paesi europei: quella delle faide, degli scontri tra gruppi criminali e dell’uso delle armi da fuoco nelle dinamiche della criminalità organizzata.

La geografia regionale dell’indicatore europeo riserva più di una sorpresa a chi si aspetterebbe di ritrovare il tradizionale divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Nel dato standardizzato Eurostat del 2023, il valore più alto spetta alla Sardegna (0,86), seguita dalla Valle d’Aosta (0,68), dall’Abruzzo (0,65), dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Puglia (entrambe 0,55) e dalle Marche (0,54), mentre in fondo alla graduatoria, accanto al Friuli Venezia Giulia (0,11), all’Umbria (0,19), a Bolzano (0,20) e alla Lombardia (0,25), si trovano la Campania (0,20) e la Basilicata (0,22). Calabria (0,39) e Sicilia (0,38) registrano valori inferiori a quelli di Piemonte (0,43), Emilia Romagna (0,44), Veneto (0,47), Toscana e Lazio (0,49). Calcolando una media semplice dei valori regionali – dunque non ponderata per la popolazione – il Nord si attesta a 0,38, il Centro a 0,43 e il Mezzogiorno a 0,46; escludendo la Sardegna, il Sud continentale e la Sicilia scendono a 0,40, sostanzialmente lo stesso livello delle regioni settentrionali. È un quadro cambiato in pochi anni, giacché nel 2018 la frattura Nord-Sud era ancora chiaramente riconoscibile con 0,83 omicidi ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno contro 0,43 nel Centro-Nord registrati dalle forze dell’ordine. In Calabria, per esempio, il tasso di omicidio maschile era sceso dai 5,23 ogni 100.000 uomini del triennio 2010-2012 agli 1,95 del 2016-2018, con una riduzione del 62,8%, molto superiore alla media nazionale.

Se il primato italiano è degno di nota e in larga parte il frutto del ridimensionamento della violenza mafiosa e criminale, si tratta tuttavia di un risultato parziale: la riduzione ha riguardato soprattutto gli uomini. La serie storica Istat mostra un crollo degli omicidi maschili nel periodo 1992-2018 da 4 a 0,7 ogni 100.000, mentre per le donne il calo è stato decisamente più contenuto (da 0,6 a 0,4 ogni 100.000). In altre parole, se nei primi anni Novanta per ogni donna uccisa si contavano cinque uomini, oggi questo rapporto è sceso a circa due a uno. Sebbene le donne continuino comunque a rappresentare una componente minoritaria dei casi di omicidio, il fenomeno si distingue da quello maschile perché assume una forma specifica e ormai tristemente nota: la maggioranza degli omicidi riferiti a donne si consuma nell’ambito domestico per mano del partner o ex partner. Nel 2024, l’Istat ha stimato 106 femminicidi presunti su 116 omicidi con vittima donna, e nell’86% circa dei casi il contesto era quello familiare o affettivo. Il rischio, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si concentra tra le giovani donne ma cresce con l’età e raggiunge il valore massimo tra le anziane di 75-84 anni, con 0,81 vittime ogni 100.000, spesso per mano di partner o familiari. È una dinamica che non riguarda solo l’Italia: a livello europeo le donne hanno una probabilità circa doppia rispetto agli uomini di essere uccise da un partner o da un familiare: 0,4 contro 0,2 ogni 100.000 nel 2023.

Anche il tasso di omicidi femminili colloca l’Italia tra i Paesi europei con i valori più bassi: nel 2022 con 0,42 donne uccise ogni 100.000, l’Italia era vicinissima al valore minimo tra i Paesi Ue con dati disponibili3 (0,39 registrato in Irlanda). Il problema, dunque, non è che le donne italiane corrano un rischio più alto delle altre europee, ma che il loro rischio si sia ridotto molto meno di quello degli uomini, fino a diventare una componente centrale dei decessi per omicidio nel Paese. Secondo i dati del ministero dell’Interno nel primo semestre del 2026 le vittime femminili di omicidio e femminicidio sono state 34 contro le 54 dello stesso periodo dell’anno precedente, con un calo del 37%. “È, però, troppo presto per leggervi un’inversione di tendenza – spiegano da Eurispes – trattandosi di dati provvisori e riferiti a un arco temporale breve. Sarà il tempo a dire se – dopo aver drasticamente ridotto la violenza delle organizzazioni criminali – il Paese saprà fare altrettanto con quella che matura nelle relazioni più strette”.


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