Il mare si svuota, la salute paga: il super El Niño può diventare una crisi sanitaria mondiale


Il primo segnale arriva dal mare. I pescatori escono con le loro imbarcazioni, percorrono distanze sempre maggiori, consumano più carburante, ma le reti tornano quasi vuote. Poi chiudono gli stabilimenti, scompaiono i posti di lavoro e il prezzo del pesce aumenta. Soltanto alla fine ci accorgiamo che quella che sembrava una crisi della pesca è diventata anche una questione di salute pubblica.

È quanto sta accadendo nel Pacifico, dove il super El Niño sta sconvolgendo gli ecosistemi marini e l’industria ittica. Un’inchiesta pubblicata dal Guardian il 15 ottobre racconta il caso del Perù, uno dei principali produttori mondiali di farina e olio di pesce. Ma la vicenda riguarda potenzialmente tutti, compresa l’Europa.

Il pesce scompare, ma il problema non riguarda soltanto chi lo mangia

Il meccanismo è relativamente semplice. Le acque superficiali del Pacifico si riscaldano e ostacolano la risalita di quelle profonde, ricche di nutrienti. Diminuisce il plancton, si riduce il nutrimento delle acciughe peruviane e l’intera catena alimentare entra in difficoltà.

La crisi si aggiunge alla pressione esercitata dalla pesca industriale. Il settore ittico peruviano potrebbe contrarsi del 30,7% nel 2026, con la perdita prevista di circa 78.000 posti di lavoro, secondo i dati riportati dal Guardian.

Il dato sorprendente è che oltre il 90% delle acciughe pescate viene destinato alla produzione di farine e oli, utilizzati soprattutto nei mangimi per l’acquacoltura e gli allevamenti.

Significa che un pesce che scompare davanti alle coste del Perù può contribuire a far aumentare il prezzo di un prodotto allevato e venduto a migliaia di chilometri di distanza.

La prima vittima sanitaria è la qualità dell’alimentazione

Quando un alimento nutriente diventa più costoso, le famiglie con redditi modesti sono spesso costrette a sostituirlo con alternative meno care, non necessariamente equivalenti sul piano nutrizionale.

Il pesce rappresenta una fonte importante di proteine, vitamina B12, iodio, selenio e, soprattutto nelle specie grasse, acidi grassi omega-3 a lunga catena.

Una riduzione persistente del suo consumo, se non compensata da altri alimenti, può contribuire a peggiorare la qualità della dieta. Il problema è particolarmente rilevante per bambini, donne in gravidanza e popolazioni che dipendono fortemente dalle risorse marine.

Non significa che la diminuzione delle acciughe provocherà automaticamente malnutrizione. Significa che il rischio aumenta dove esistono già povertà, insicurezza alimentare e scarse possibilità di sostituzione.

La crisi climatica, in altre parole, può amplificare disuguaglianze sanitarie preesistenti.

Il secondo pericolo arriva dalle malattie infettive

Il riscaldamento degli oceani non modifica soltanto la disponibilità di pesce.

Temperature marine elevate possono favorire, in particolari condizioni ambientali, alcuni batteri del genere Vibrio, responsabili di infezioni gastrointestinali e, più raramente, di gravi infezioni delle ferite.

El Niño può inoltre modificare precipitazioni e temperature sulla terraferma, influenzando la distribuzione di malattie trasmesse dalle zanzare, come la dengue, e aumentando in alcune regioni il rischio di contaminazione delle acque.

Sono associazioni già documentate dalla ricerca scientifica, ma non effetti inevitabili: le conseguenze cambiano notevolmente da un territorio all’altro.

C’è anche una terza vittima: la salute mentale

Quando una comunità vive di pesca, perdere il mare significa perdere molto più di uno stipendio.

L’incertezza economica, i debiti, la disoccupazione e la migrazione forzata possono favorire disagio psicologico, ansia e depressione.

È un aspetto spesso trascurato nelle valutazioni delle conseguenze sanitarie dei cambiamenti climatici. Eppure la perdita dei mezzi di sostentamento può incidere profondamente sulla salute delle famiglie e sulla coesione delle comunità.

E in Italia? Il problema può arrivare attraverso i prezzi

Non dobbiamo immaginare che il super El Niño faccia scomparire improvvisamente il pesce dalle nostre tavole.

La conseguenza più plausibile è indiretta: l’aumento del costo delle farine e degli oli di pesce può ripercuotersi sull’acquacoltura internazionale e, in parte, sui prezzi finali.

L’entità di questo effetto dipenderà dalla durata della crisi, dalle scorte, dai mangimi alternativi e dalla capacità delle imprese di adattarsi.

Ma emerge una questione più importante: un sistema sanitario può essere preparato alle epidemie e contemporaneamente impreparato a una crisi alimentare provocata dal clima.

La sanità del futuro dovrà occuparsi anche degli oceani

Il concetto di One Health, che collega salute umana, animale e ambientale, rischia di rimanere uno slogan se non viene tradotto in organizzazione.

Occorrono sistemi capaci di integrare dati climatici, sorveglianza epidemiologica, sicurezza alimentare e indicatori sociali. Le autorità sanitarie dovrebbero poter identificare precocemente le popolazioni esposte, prima che l’impoverimento si trasformi in malnutrizione o malattia.

Per l’Italia significa coinvolgere non soltanto il Ministero della Salute, ma anche agricoltura, ambiente, protezione civile, Regioni e servizi territoriali.

La vera innovazione non sarà curare meglio le conseguenze delle crisi climatiche, ma riconoscerle prima che raggiungano gli ospedali.

Perché il messaggio del super El Niño è proprio questo: la salute può cominciare a peggiorare molto prima che compaia il primo paziente. E qualche volta il primo sintomo non è la febbre, ma una rete da pesca vuota.

References:

  •  The Guardian, 15 ottobre 2026. A perfect storm: how the super El Niño is devastating the fishing industry.
  •  FAO. The State of World Fisheries and Aquaculture 2024: Blue Transformation in Action. Roma, 2024.
  •  IPCC. Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability. Working Group II, Sixth Assessment Report.
  •  WHO. Climate change and health. Scheda informativa e documentazione sulla vulnerabilità sanitaria ai cambiamenti climatici.
  • WHO, FAO, UNEP, WOAH. One Health Joint Plan of Action (2022–2026).


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