Casa, quanto ci costi. Siamo andati a passo di carica dritti dentro il burrone. Abbiamo fatto i compiti a casa, tutte le riforme possibili e immaginabili. Abbiamo introiettato il senso di colpa di essere indebitati. Di aver fatto troppi buffi e di essere costretti adesso a pagare gli interessi sugli interessi. E, per questo, siamo stati disposti a tutto. A rinunciare a tutto. A cominciare dall’idea di Paese che c’era. Che avevamo e a cui abbiamo voltato le spalle in nome della modernità. E no, non c’entra niente la nostalgia di un mondo che non c’è più. Ma che, forse, era più vivibile. E dove comprare casa, e quindi metter su famiglia, sicuramente era più facile. Lo crede, secondo un recente studio, poco meno dell’80 per cento degli italiani. E hanno tutti ragione.
Casa, quanto ci costi
Ora che ci stanno anche i numeri ufficiali dell’Istat, sarà davvero difficile prendersela coi bias cognitivi, buttarla in caciara evocando chissà quali astruse teorie psicoanalitiche. In un quarto di secolo, dal 2000 fino al 2025, i prezzi delle case hanno registrato incrementi superiori al 100 per cento. Sissignori, avete capito bene. Il valore degli immobili s’è duplicato. Ma c’è poco da festeggiare. Perché non significa che chi ha ereditato la piccola abitazione dei genitori, o magari dei nonni, sia diventato improvvisamente ricco.
Prezzi su del 100%
Niente di tutto ciò. Vuol dire, più semplicemente, che per chi compra i prezzi sono lievitati. Rendendo, sostanzialmente, un’impresa titanica quella di riuscire a mettere un tetto sulla testa alla propria famiglia. Ammesso, e non concesso, che la si abbia già una famiglia. Sì, perché solitamente, prima ci si procura un’abitazione e poi ci si sposa e si fanno figli. Ecco, in Italia non si può fare quasi più nulla di tutto ciò. Men che mai nell’ordine tradizionale delle cose.
Poteva pure andarci peggio
E dire che, in fondo, poteva andarci anche peggio. Sembra folle. Ma non lo è. Siamo stati capaci, in un certo senso, di resistere (nei limiti del possibile) alle folate che altrove hanno portato i fondi a impadronirsi dei patrimoni immobiliari di intere città. In Spagna, la triste fine della signora Maricarmen Abascal rappresenta la testimonianza più nitida. La donna, malata e anziana, era stata sfrattata dal suo appartamento, in cui viveva fin dai tempi della dittatura di Francisco Franco, nel 1956, quando suo padre la ottenne in affitto. Non prima, però, di aver subito altri quattro tentativi di sfratto e l’imposizione di un canone che nel frattempo era salito del 275 per cento. Se l’Italia ha resistito è stato perché, ai tempi (ingiustamente) vituperati della Prima Repubblica, l’acquisto di un immobile non pesava granché sulle famiglie.
Come eravamo
E, anzi, diventare proprietari del proprio appartamento rappresentava, oltre a uno status sociale, anche un preciso obiettivo di politica economica. Benessere, più o meno e nei limiti del possibile, più diffuso. Poi è arrivato il green, gli obblighi. Le privatizzazioni e le manovre. In mezzo, le grandi campagne contro i (presunti) “sacchi” non appena un sindaco o chi per lui si metteva in testa di poter firmare una licenza edilizia. Così siamo arrivati che di abitazioni ce ne son poche. Ce ne son di meno proprio lì dove servirebbero di più. E cioè nelle grandi città.
E come siamo oggi
Siamo in un’epoca in cui le metropoli o comunque le città di dimensioni maggiori richiamano un numero sempre più grande di persone dalla periferia. Più occasioni di lavoro, a condizioni migliori. Almeno in teoria. Il risultato è che i piccoli centri si fanno deserti, le aree interne si allargano a macchia d’olio, e si avvera, purtroppo, la comica profezia del ragazzo di campagna di Renato Pozzetto. Spazi ridottissimi a prezzi da attico. Tac.
I numeri della crisi abitativa
Il tema della casa, quindi, non è solo italiano. Semmai è anche italiano. La crisi abitativa è un problema che affligge tutto il Vecchio Continente. In Italia, come riferisce uno studio di Confindustria Assoimmobiliare e Assonime, ci sono ben 1,5 milioni di famiglie a vivere una condizione di grave disagio abitativo. C’è un deficit di case che assomma a ben 150mila immobili l’anno. Un “rosso” che morde Roma e Milano più che ogni altra città. A ciò s’assomma la stagnazione salariale: i redditi familiari sono scesi del 4%, in media, tra 2004 e 2024 (dati Ue).
L’importanza del Piano casa
Per queste ragioni, secondo il report, il Piano casa fortemente voluto dal governo “rappresenta un’importante opportunità per rafforzare e modernizzare l’offerta abitativa e rispondere in modo più efficace alle esigenze dei giovani e delle famiglie con redditi più contenuti”. Già, perché la risposta non è limitare la proprietà privata, come vorrebbe la Ue con gli affitti brevi o come pretenderebbe la sinistra piazzaiola e veteromarxista. È molto più semplice: costruire più case.
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