Manovra, poco spazio per altri aiuti. Nel mirino energia e banche, tasse su tabacchi e giochi


La faccenda appare paradossale, ma paradossale non è. La prossima settimana il Parlamento autorizzerà il governo ad uno scostamento monstre da 29 miliardi in due anni, metà dei quali serviranno a finanziare la legge di Bilancio per il 2027. Eppure fra Palazzo Chigi e Tesoro si sta già raschiando il barile per trovare l’altra metà delle risorse necessarie a raggiungere i trenta miliardi, quanto serve a fare dell’ultima manovra della legislatura un biglietto da visita davanti agli elettori. La lista delle richieste è lunghissima, e Fratelli d’Italia ha già fatto sapere agli alleati che sarà necessario fare delle scelte. Tutti sono d’accordo sul taglio dell’Irpef, a trovare fondi per aiutare le imprese colpite dal caro energia, a mandare segnali ai meno abbienti con un intervento sugli affitti. Poi però ci sono i Comuni che chiedono risorse per aumentare il numero dei vigili nelle strade, il ministro Orazio Schillaci spinge per l’aumento del fondo sanitario, la Lega insiste per un intervento sulle pensioni, molto probabilmente una voce già desinata a saltare.

Fin qui Giorgia Meloni ha sperato in un ulteriore aiuto della Commissione in nome dell’aumento dell’inflazione, ma i segnali che arrivano da Bruxelles promettono malissimo. Ieri lo confermava una dichiarazione scettica del premier greco Kyriakos Mistotakis, alleato di Meloni nella battaglia diplomatica: «Credo riusciremo a ottenere qualcosa in più, ma se si tiene conto anche della situazione sui mercati obbligazionari, ritengo non si tratterà di una cosa significativa».

La Commissione è preoccupata per le tensioni sui titoli di Stato, e non vuole alimentarle promettendo ulteriori margini di spesa che aumenterebbero la pressione sui Paesi più indebitati come Italia, Francia, Spagna e la stessa Grecia. C’è di più: la prossima riunione dei ministri finanziari europei è prevista per il 9 e 10 novembre, e prima di allora una decisione non sarà certamente presa. Il governo deve presentare la bozza di legge di Bilancio entro il 20 ottobre, dunque ben prima di quell’appuntamento. Contare ancora sull’Europa è un azzardo. E dunque da dove prendere i fondi? In cima alla lista di Palazzo Chigi e Tesoro ci sono banche, assicurazioni e società energetiche. In un momento di crisi non c’è nulla di più popolare che chiedere aiuto a loro, e per questo sta tornando in scena il siparietto fra i due vicepremier. Da un lato quello della Lega Matteo Salvini, deciso a battere il chiodo per spingerle a contribuire, dall’altra il leader di Forza Italia Antonio Tajani, che deve fare i conti con la famiglia Berlusconi e i bilanci di Mediolanum, uno dei soggetti che sarebbe chiamato a contribuire. Dice il primo, ironico: «Ci aspettiamo un contributo volontario, gioioso e spontaneo da banche e assicurazioni». E il secondo: «Dobbiamo rinforzare i messaggi a chi vuole investire in Italia, e a farlo senza timore di essere tartassato da un governo che, invece di essere Robin Hood, fa lo sceriffo di Nottingham».

La realtà è che per ora né le banche, né le grandi imprese energetiche sono disposte ad allungare la mano al governo. L’Associazione delle banche, l’Abi, spinta dai grandi gruppi, è del tutto contraria a rivedere l’accordo triennale da 10,5 miliardi firmato l’anno scorso, e che per la manovra del 2027 vale già 3,7 miliardi. Salvini ha detto apertis verbis di sperare di ottenerne almeno cinque, e l’impressione è che pensi alla possibilità di ritoccare quell’accordo. I banchieri da quell’orecchio non ci sentono, per due ragioni. La prima: il patto è stato firmato, e cambiarlo in corsa significa rimettere mano a bilanci che per definizione non possono cambiare a seconda delle richieste di chi governa. La seconda: la tensione sui mercati internazionali dei titoli di Stato e gli aumenti dei rendimenti, producono perdite in quegli stessi bilanci. Nella pancia delle banche italiane ci sono 450 miliardi di solo debito pubblico italiano, e – così ragionano ai piani alti del settore – imporre altri prelievi nella legge di Bilancio aggiungerebbe incertezza a incertezza. Poi ci sono le società energetiche, le quali a loro volta rivendicano di aver fatto la loro parte. In questo caso lo scorso febbraio, quando accettarono un aumento dell’Irap regionale di due punti, più di un miliardo di nuove tasse. E però il governo sembra comunque intenzionato a imporre a questi ultimi un aggravio fiscale, in particolare ai produttori di di petrolio.

È possibile gli uni o gli altri alla fine cedano alle pressioni, benché le informazioni che trapelano dai palazzi raccontano di un lavoro avviato per recuperare tutto il gettito possibile altrove con metodi collaudati: un aumento delle tasse sui tabacchi – in giro per l’Europa se ne pagano molte di più – e di quelle sul settore dei giochi. Circolano anche stime sui fondi non utilizzati del Recovery Plan per una cifra non inferiore ai due miliardi. Per capire come andrà a finire non manca molto. Giovedì scade il termine per presentare a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio, di fatto lo scheletro della manovra. Cinque giorni dopo, martedì 20, sarà l’ultimo giorno utile per approvare in Consiglio dei ministri la bozza da mandare all’Europa, e a quel punto la legislatura sarà virtualmente terminata.


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