Nel 2015 l’enciclica Laudato si, l’approvazione degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile da parte dell’Assemblea generale dell’Onu e l’Accordo sul clima di Parigi sembravano inaugurare una nuova epoca. A distanza di poco più di dieci anni, che bilancio possiamo trarre?
A fine 2015 chi si preoccupava di clima e ambiente aveva motivo di festeggiare, il mondo sembrava avere svoltato grazie a tre eventi: a giugno le edizioni vaticane avevano dato alle stampa l’enciclica di Papa Francesco Laudato si; a settembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, a dicembre, alla Cop21, 195 paesi approvavano l’accordo sul clima, da allora Accordo di Parigi.
Nel giro di pochi anni, quella che sembrava un’inarrestabile slavina, aggiungeva alla lista dei successi l’esplosione dei movimenti giovanili dei Fridays for future e degli scioperi globali, innescati dalla protesta di Greta Thunberg sugli scalini del Parlamento svedese.
Poco dopo l’Unione europea pubblicava la sua strategia di lungo termine – A clean planet for all – a cui sarebbe seguito due anni dopo il varo del Green Deal europeo, un insieme di politiche con l’obiettivo di net zero al 2050.
Da quel fatidico 2015 sono passati poco più di dieci anni che inducono a tentare un primo bilancio dei progressi conseguiti e dei ritardi accumulati.
Che cosa ci dice la scienza oggi
Nel decennio trascorso la comunità scientifica ha proseguito il suo travolgente cammino con misurazioni, interpretazioni e nuove conoscenze.
Da questo punto d’osservazione il bilancio si può riassumere in due punti: secondo il modello dei confini planetari che rappresenta lo stato dei nove processi biofisici fondamentali per la stabilità del sistema Terra (cambiamento climatico, integrità della biosfera/biodiversità, cambiamento d’uso del suolo, acqua dolce, flussi biogeochimici di azoto e fosforo, nuove entità antropogeniche, acidificazione degli oceani, carico di aerosol atmosferico, riduzione dello strato di ozono) solo due – aerosol e ozono – non hanno superato i limiti di sicurezza.
Gli altri sette sono in una situazione di alto rischio; da notare che nel 2015 i confini insicuri erano tre su nove, contro i sette di adesso.
L’Accordo di Parigi definiva due obiettivi per il clima: quello minimo era non superare l’aumento di 2°C rispetto all’età pre-industriale, quello migliorativo era rimanere entro 1,5°C.
Un recente rapporto dell’Unep ha chiarito che l’aumento di 1,5°C verrà superato nei prossimi anni. Può consolare che le previsioni del 2015, secondo le politiche allora vigenti, erano tra 3,6 e 4,2°C, e che gli scenari peggiori, tra quelli allora valutati son ora considerati improbabili. In sostanza ci sono stati progressi, ma insufficienti.
Il quadro politico internazionale
Il felice esito della Conferenza di Parigi fu dovuto in parte all’accordo tra Usa e Cina di impegnarsi per una conclusione soddisfacente, e in parte alla spinta della coalizione di Stati dal nome High ambition coalition e dall’efficacia della presidenza francese.
Un contesto politico favorevole che non trova riscontri oggi, con Usa e Cina in aperta competizione, gli Usa usciti dall’accordo sul clima e guidati da un presidente apertamente negazionista, l’Europa in preoccupante ritirata e divisa al suo interno, le istituzioni del multilateralismo esautorate dalle grandi potenze.
Manca inoltre un solido schieramento internazionale a sostegno della decarbonizzazione e delle politiche pro-ambiente: in assenza di Cina ed Europa, si danno da fare Stati di piccole dimensioni come le isole del Pacifico, minacciate dall’innalzamento del livello del mare, e la Colombia della presidenza Petro, sconfitto alle ultime elezioni presidenziali.
Pesa soprattutto la frantumazione del Sud globale, privo di leadership adeguate per forza economica e politica. Anche gli attori economici non brillano.
Le tante dichiarazioni e piani di decarbonizzazione profusi negli ultimi anni sotto la pressione delle opinioni pubbliche da conglomerati industriali e finanziari sono stati via via rimessi in discussione o ritirati, e quel che resta assomiglia molto più a greenwashing che a impegni credibili.
I media italiani a proposito della calda estate 2026
Non meglio dai media a larga diffusione. Consideriamo solo la situazione italiana per la quale disponiamo di dati. Come ricorda la newsletter del think tank Ecco (eccoclimate.org), secondo il rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace, dal 2022 al 2025, le notizie dedicate alla crisi climatica sono diminuite del 26% nei cinque quotidiani italiani a più ampia diffusione (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa) e del 53% nei telegiornali serali delle reti Rai, Mediaset e La7.
Nemmeno in occasione degli eventi estremi dell’estate 2026 la qualità dell’informazione è migliorata se, come riferisce sempre la newsletter Eco, secondo una sua indagine su “oltre 250.000 articoli pubblicati da testate italiane o in lingua italiana tra giugno e agosto 2026 sugli eventi climatici estremi: solo il 15% degli articoli riconduce esplicitamente l’aumento di eventi estremi al cambiamento climatico, e appena l’1,3% menziona i combustibili fossili tra le cause“.
Ci viene da dire per fortuna esistono testate giornalistiche come quella per cui scriviamo – GreenPlanner – che monitorano con costanza la crisi climatica con notizie scientifiche e ricerche in campo dando la parola alla scienza.
La tecnologia avanza
C’è una potente spinta che nel 2015 poteva solo essere ipotizzata: le tecnologie pulite, fotovoltaico ed eolico, batterie per impianti di produzione di energia ed auto elettriche, pompe di calore, hanno avuto ritmi di innovazione e miglioramento delle prestazioni e dei costi superiori alle previsioni e sono ormai più vantaggiose anche economicamente delle tecnologie fossili, tanto da far dire a ragion veduta che l’esito dello scontro tra le due filiere tecnologiche è già deciso a favore delle tecnologie pulite, anche se con tempi ancora incerti.
Solo qualche dato. Nel 2026 la capacità globale dell’energia solare ha superato i 3 TW (3.000 GW) con una diffusione accelerata negli ultimi anni.
Le auto elettriche vendute nel 2026, secondo la Iea (Agenzia Internazionale dell’Energia), saranno tra il 28/30% del totale, in Europa nei primi sette mesi del 2026 le auto elettriche immatricolate sono state il 22% del totale.
E ancora, dopo la Francia, anche Paesi Bassi e Germania hanno approvato la loro roadmap per l’uscita dai combustibili fossili, con un piano di misure per decarbonizzare progressivamente la loro economia.
I paradossi della sensibilità pubblica
Ci sono molti modi di leggere la sensibilità pubblica ai cambiamenti climatici. Se guardiamo agli spazi pubblici, il contrasto tra gli scioperi globali per il clima che avevano invaso le strade di tutto il mondo negli anni dei Fridays for future e di Greta Thunberg, l’irruzione di questi temi nelle sedi istituzionali mondiali, dal Parlamento Europeo al Palazzo delle Nazioni Unite, non hanno confronti con l’apparente stasi di questi ultimi anni, in cui le preoccupazioni dominanti sembrano essere quelle per la carenza di petrolio e gas più che per ilo contributo dei fossili ai disastri climatici.
Se guardiamo alla vita vissuta, i cambiamenti climatici, che erano evidenti nei grafici dei climatologi e negli incendi e le alluvioni di paesi lontani, fanno ora parte della vita di tutti noi, con l’agosto più caldo mai registrato a livello globale, con ondate di calore record, ghiacciai in piena sofferenza, fiumi con portate ridotte ai minimi.
Anche chi non legge e non ascolta si è imbattuto, consapevole o no, negli effetti della nuova normalità climatica.
Secondo un sondaggio di Climate Opinion Research Exchange condotto a fine agosto in sei paesi europei (Danimarca, Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito) otto intervistati su dieci hanno identificato le ondate di calore estive come una probabile conseguenza del cambiamento climatico, rifiutando esplicitamente qualsiasi interpretazione minimizzatrice o negazionista del tipo “in estate ha sempre fatto caldo“, e ne riconoscono, in una percentuale superiore al 70% la natura antropogenica.
In tutti i sei Paesi è cresciuta l’importanza attribuita ai cambiamenti climatici, ma molto meno la disponibilità a essere parte della soluzione. È il cosiddetto paradosso climatico, il divario tra consapevolezza del problema e le azioni che dovrebbero conseguirne, rilevato da molte indagini si a livello individuale che collettivo.
L’intreccio tra clima e povertà
Se nella comunità degli specialisti del clima le conoscenze hanno continuato ad ampliarsi e la realtà del cambiamento climatico e la sua natura antropogenica sono ormai una convinzione unanime, i progressi più rilevanti si sono verificati nella ricerca sulle implicazioni sociali ed economiche.
Molti filoni di ricerca, economia del benessere, economia della ciambella, decrescita e post-crescita, economia ecologica e dello stato stazionario, economia sociale e solidale, economia per il bene comune, hanno trovato un punto di confluenza nell’economia dei diritti umani e nella roadmap delle Nazioni Unite per sradicare la povertà oltre la crescita, come ho scritto recentemente su GreenPlanner.
È un documento di fonte autorevole e una vera piattaforma operativa articolata in 6 pilastri d’intervento e 80 misure politiche, che segna il definitivo passaggio dalla denuncia e dalla protesta alla proposta.
Il ruolo della Chiesa cattolica non si è fermato a Francesco
Il 1° luglio 2025 le Conferenze episcopali di Africa, Asia e America Latina hanno pubblicato un appello dal titolo A call for climate justice and the common home, un appello per la giustizia climatica globale di ammirevole valore etico.
A inizio settembre 2026 la Commissione Teologica Internazionale ha pubblicato il documento Prendersi cura della nostra Casa comune – Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario nella quale i danni ambientali vengono definiti peccato contro il creato e la casa comune.
Sono due prese di posizioni autorevoli e fermissime che fanno pensare che la lezione di Papa Francesco non sia affatto scomparsa dall’orizzonte, ma al contrario abbia prodotto semi di consapevolezza e coerente volontà.
Il cambiamento climatico è una questione di giustizia
Il cambiamento climatico è una questione di giustizia, come ci ricorda annualmente il World Inequality Lab con il suo rapporto, che documenta come chi non ne ha alcuna responsabilità subisca le peggiori conseguenze, come dimostrato dalla disastrosa alluvione di fine agosto in Nepal, che ha causato oltre 1.500 morti e circa 6.000 dispersi.
Il Nepal che, ricordiamolo, ha emissioni di gas serra in atmosfera del tutto trascurabili. Se è una questione di giustizia, come si traduce nell’amministrazione della giustizia? Nel mondo sono in corso oltre 3.000 cause legali intentate contro governi e grandi imprese per i danni causati dal cambiamento climatico.
Tra le sentenze fin qui pronunciate hanno fatto storia la sentenza di aprile 2024 della Corte europea per i diritti umani (Cedu) pronunciata a seguito di una causa intentata dalle Anziane svizzere per il clima contro la Svizzera, nella quale si riconosce il diritto alla protezione del clima come un diritto umano e il conseguente obbligo dello Stato di adottare le misure necessarie.
Il 23 luglio 2025 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso il proprio parere sugli Obblighi degli Stati rispetto al cambiamento climatico, una pietra miliare della giurisprudenza internazionale (anche se la pronuncia della Corte è solo un parere consultivo e non una sentenza esecutiva) condizione abilitante perché la giustizia climatica entri nelle aule dei tribunali.
Se l’opinione pubblica è posta davanti ai danni diffusi del riscaldamento globale non più occultabili, se la comunità scientifica ed intellettuale ha elaborato un’idea di futuro che contempla benessere, giustizia e stabilità climatica-ambientale, se i principi della giustizia climatica si possono tradurre in sentenze e se anche potenze spirituali come la Chiesa cattolica sono sempre più attente e presenti, che cosa manca allora per fare ciò che dovremmo fare e che non abbiamo fatto finora in misura sufficiente?
Manca la politica, cioè la capacità della società e, in primis, delle sue componenti più capaci di visione e responsabilità, di portare le proposte nel dibattito pubblico e convincere i più recalcitranti, fermo restando che chi detiene oggi il potere economico e con questo condiziona il potere politico sarà sempre un oppositore e un nemico di ogni trasformazione.
È qui che si dimostrerà se la democrazia, posta di fronte a questa grande sfida, saprà dar voce e potere alla maggioranza o si piegherà agli interessi di corto respiro di una piccola minoranza.
Crediti immagine: Depositphotos
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