Depositi bancari pro capite 2026: la classifica delle regioni


C’è un’Italia che accumula e un’Italia che rincorre. A raccontarlo, ancora una volta, sono i conti correnti. A maggio 2026 il deposito bancario medio per abitante raggiunge i 19.812 euro, con una crescita del 4,3% rispetto al 2021. Un dato che, preso da solo, descrive un Paese prudente e attaccato alla liquidità. Ma la media nazionale nasconde una frattura profonda: al Nord si arriva a 22.702 euro pro capite, mentre nelle Isole ci si ferma a 13.049 euro. Uno scarto di quasi 10mila euro a persona.

I numeri emergono da un’elaborazione di Isnec e Withub su dati della Banca d’Italia e restituiscono una fotografia nota, ma con un elemento nuovo: negli ultimi cinque anni sono proprio le aree economicamente più fragili ad aver registrato gli aumenti più consistenti. Una rincorsa che però, almeno per ora, non basta a colmare la distanza.

La classifica delle regioni: Trentino-Alto Adige in vetta, Sicilia in coda

La graduatoria regionale conferma le differenze territoriali. In cima c’è il Trentino-Alto Adige, con 27.737 euro di depositi medi per abitante, seguito dalla Lombardia. All’estremo opposto la Sicilia, con 12.444 euro pro capite, meno della metà della regione capolista. Poco sopra la Calabria, che si attesta a 14.202 euro.

Il Trentino-Alto Adige, del resto, è protagonista anche nel lungo periodo. Secondo un altro studio, condotto dall’Adusbef sempre su dati Bankitalia, tra il 2016 e il 2026 la regione ha registrato l’incremento nominale dei depositi più alto d’Italia, +43,2%, davanti a Sardegna (+42,7%) e Friuli Venezia Giulia (+39,7%).

Le province: Bolzano, Milano e Piacenza sul podio

Anche la classifica provinciale evidenzia la concentrazione delle maggiori disponibilità nel Settentrione: il podio è occupato da Bolzano, Milano e Piacenza. Una gerarchia che si ripete ormai da anni. L’analisi Adusbef, aggiornata anch’essa al 31 maggio 2026, quantifica il primato altoatesino in quasi 30.400 euro pro capite, seguito da Milano (27.900 euro a residente), Piacenza (26.800), Sondrio (26.000) e Belluno (25.650).

In fondo alla graduatoria la distanza diventa abissale. A Crotone la media scende a 9.679 euro, con Sassari a 9.741 euro e Nuoro a poco più di 10.600 euro per residente. Tra la provincia più “ricca” e quella più povera di liquidità, il rapporto è di tre a uno.

Il Mezzogiorno accelera: +11,1% nelle Isole, +9,4% al Sud

Il quadro cambia, almeno in parte, quando si guarda all’evoluzione rispetto al 2021. Le Isole registrano un aumento dei depositi pro capite dell’11,1%, seguite dal Sud con il 9,4%. La crescita si ferma al 5% nel Centro, mentre nel Nord si limita all’1,3%.

È una dinamica che, in termini percentuali, segnala un incremento più rapido proprio nelle aree che partivano da livelli di risparmio più bassi. “La crescita dei depositi nelle regioni meridionali può rappresentare un primo segnale di convergenza, ma il divario con il Nord resta ancora troppo ampio”, osserva al Corriere della Sera Guido Rosignoli, vicepresidente della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili.

Risparmio non significa sviluppo

L’aumento dei depositi al Sud può essere letto come un segnale di avvicinamento al resto del Paese. Ma i soldi fermi sul conto non coincidono necessariamente con un rafforzamento dell’economia locale. L’accumulo può riflettere una maggiore capacità di risparmio delle famiglie, ma anche un atteggiamento difensivo, legato all’incertezza e alla scarsità di opportunità di investimento sul territorio.

È qui che si concentra la riflessione di Rosignoli. “L’aumento del risparmio, per tradursi in sviluppo, deve essere accompagnato da strumenti capaci di indirizzare queste risorse verso investimenti produttivi, occupazione e crescita dei territori”, sottolinea il vicepresidente della Cassa dei ragionieri. La sfida, dunque, non riguarda soltanto quanto denaro c’è nei conti correnti, ma la capacità di trasformarlo in attività economica. “Senza maggiori opportunità produttive, accesso al credito e politiche capaci di sostenere imprese e occupazione, l’incremento dei depositi rischia di non produrre effetti duraturi sulla crescita e sulla riduzione degli squilibri territoriali”, conclude.

Il nodo dell’inflazione e dei costi

C’è poi un aspetto che i valori nominali tendono a nascondere: il potere d’acquisto. Il periodo considerato è stato segnato dalla fiammata inflazionistica del 2022-2023, che ha eroso il valore reale del denaro lasciato sui conti. L’Adusbef calcola che tra il 2016 e il 2026 lo stock nazionale di liquidità sia cresciuto del 28,3% nominale, passando da 906 a 1.163 miliardi di euro, ma che la crescita reale si riduca al 4,7% una volta depurata dall’inflazione del periodo, pari al 23,6%.

A pesare sono anche i costi: secondo i dati della Banca d’Italia, in dieci anni la spesa media di gestione di un conto corrente è salita del 23%, da 82,2 a 101,1 euro. Per il presidente dell’Adusbef Antonio Tanza, la crescita dei depositi riflette “la volontà delle famiglie di proteggersi in un contesto di persistente incertezza economica”.

Cosa ci dicono questi numeri sull’Italia di oggi

I dati sui depositi raccontano un Paese che risparmia molto e investe poco, e che vive il conto corrente più come un rifugio che come una leva. Al Nord la liquidità abbondante convive con un tessuto produttivo capace di assorbirla; al Sud la crescita più veloce dei risparmi rischia di essere il riflesso di una prudenza forzata, di consumi rinviati e di un’economia che offre poche alternative per far fruttare il denaro. La convergenza che i numeri lasciano intravedere è reale, ma fragile: finché il risparmio meridionale resterà fermo in banca, il divario non si colmerà con i saldi dei conti correnti, ma con lavoro, imprese e accesso al credito. In fondo, quei 10mila euro di distanza tra Nord e Isole misurano qualcosa di più di una differenza di reddito: misurano la fiducia nel futuro e la possibilità concreta di costruirlo dove si vive.


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