Lasciare i risparmi fermi sul conto corrente può sembrare una scelta prudente, ma non significa che il loro valore rimanga invariato. L’inflazione continua infatti a ridurre il potere d’acquisto della liquidità e, nel giro di pochi anni, l’effetto può diventare significativo. Nell’ultimo anno, secondo le elaborazioni riportate sui dati dei depositi bancari, l’erosione ha raggiunto circa 74 miliardi di euro.
Il calcolo prende come riferimento i 1.839,8 miliardi di euro depositati dagli italiani a settembre 2025 e l’inflazione registrata nel periodo successivo. Secondo quanto si legge su Il Corriere della Sera, a settembre 2026, i prezzi hanno segnato una crescita annua del 4,2%, rendendo ancora più evidente il problema per chi detiene ingenti somme liquide senza ottenere un rendimento.
Il punto è che il saldo del conto corrente non diminuisce: i 100 mila euro restano 100 mila euro. A cambiare è ciò che quella somma permette di acquistare. Se il livello generale dei prezzi cresce, infatti, la stessa quantità di denaro consente di comprare meno beni e servizi.
Quanto valgono davvero i soldi lasciati sul conto
L’effetto diventa ancora più evidente quando si allunga l’orizzonte temporale. Negli ultimi tre anni, l’erosione del potere d’acquisto è stata del 5,4%. Applicata ai 1.775,8 miliardi di euro presenti sui depositi a settembre 2023, equivale a una perdita reale di quasi 96 miliardi di euro.
Su cinque anni la riduzione sale al 16,8%, con un’erosione complessiva superiore a 302 miliardi considerando i 1.798,7 miliardi depositati a settembre 2021. Su un periodo di dieci anni, invece, l’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto del 20,4%, mentre nell’arco di vent’anni la perdita arriva al 30,7%.
Nel frattempo, la liquidità presente nelle banche non sembra diminuire. Ad agosto i depositi della clientela residente hanno raggiunto 1.869,6 miliardi di euro, circa 29,8 miliardi in più rispetto a settembre 2025 e oltre 70 miliardi sopra il livello di cinque anni prima. La fotografia è quindi quella di una ricchezza che cresce in termini nominali, ma che può perdere valore in termini reali.
L’inflazione erode i risparmi
L’inflazione non rappresenta però l’unico elemento da considerare. Mantenere somme elevate su un conto corrente può comportare anche costi bancari, mentre nella maggior parte dei casi la liquidità non produce un rendimento sufficiente a compensare l’aumento dei prezzi.
Secondo l’ultima indagine di Banca d’Italia, nel 2024 il costo medio di gestione di un conto corrente tradizionale era pari a 101,1 euro, rispetto ai 90,9 euro del 2020. Per i conti online la spesa media è invece passata da 21,4 a 30,6 euro nello stesso periodo.
C’è poi un terzo elemento, meno immediato da quantificare: il rendimento a cui si rinuncia mantenendo il capitale completamente liquido. Le elaborazioni basate sull’Ubs Global Investment Returns Yearbook 2026 indicano che tra il 2006 e il 2025 le azioni hanno garantito un rendimento reale medio annuo del 4%, le obbligazioni del 2,6% e un portafoglio composto per metà da azioni e per metà da obbligazioni del 3,3%.
La differenza può diventare consistente nel lungo periodo. Centomila euro investiti vent’anni fa in azioni sarebbero oggi equivalenti a circa 219 mila euro in termini reali. Lo stesso capitale investito in obbligazioni avrebbe raggiunto circa 167 mila euro. Lasciato invece sul conto corrente, sarebbe rimasto nominalmente pari a 100 mila euro, ma avrebbe oggi un potere d’acquisto di circa 69.300 euro.
Conti deposito e titoli di Stato per la liquidità
Per chi non vuole esporsi alle oscillazioni dei mercati azionari – spiega Il Corriere della Sera – esistono comunque diverse possibilità per cercare di ottenere un rendimento dalla liquidità. Una delle alternative più semplici è rappresentata dai conti deposito vincolati. Alcune offerte arrivano oggi a riconoscere circa il 4% lordo sulle scadenze più lunghe. Al netto della ritenuta fiscale del 26% e dell’imposta di bollo dello 0,2%, il rendimento effettivo scende, ma può comunque contribuire a ridurre l’impatto dell’inflazione.
Tra le offerte considerate, Cherry Bank propone il rendimento più elevato sulla scadenza quinquennale, mentre Banca Ifis e Solution Bank seguono con tassi rispettivamente del 3,75% e del 3,70%. Su tre anni i rendimenti arrivano invece al 3,70%, mentre sulle scadenze di dodici mesi si collocano in una fascia compresa tra il 3,25% e il 3,40% lordo.
La scelta di vincolare il denaro richiede però attenzione alla durata. Alcuni prodotti non consentono di ritirare anticipatamente il capitale, mentre altri prevedono condizioni meno favorevoli sul rendimento in caso di svincolo. Per somme fino a 100 mila euro per depositante e per banca, inoltre, opera la garanzia del Fondo interbancario di tutela dei depositi, entro i limiti previsti dalla normativa.
Un’altra possibilità è rappresentata dai titoli di Stato. Il rendimento del Bot a un anno supera il 3% lordo, mentre i Btp offrono rendimenti intorno al 4% sulle scadenze quinquennali e circa il 4,5% su quelle decennali. In questo caso, però, la scadenza deve essere coerente con il momento in cui il risparmiatore prevede di avere bisogno del capitale. Se il denaro servirà entro un anno, per esempio per l’acquisto di una casa, scegliere un titolo con durata molto più lunga può esporre al rischio di doverlo vendere prima della scadenza. In quel caso il prezzo di mercato potrebbe essere inferiore al valore nominale.
Una strategia a scaletta per distribuire le scadenze
Per evitare di concentrare tutto il capitale su un’unica scadenza, una soluzione può essere quella di costruire una scaletta di Bot e Btp con durate differenti, per esempio a uno, tre, cinque e dieci anni.
In questo modo il capitale torna progressivamente disponibile e può essere eventualmente reinvestito. Una parte della liquidità può inoltre essere destinata a strumenti indicizzati all’inflazione, mentre per patrimoni più consistenti può avere senso diversificare anche geograficamente, includendo titoli di altri Paesi europei o emessi dall’Unione europea.
Fondi ed Etf obbligazionari permettono poi di distribuire il capitale su un numero maggiore di emittenti senza dover acquistare direttamente molti titoli. Questa soluzione può essere particolarmente utile per chi vuole accedere anche a obbligazioni societarie, debito emergente o strumenti denominati in valute differenti dall’euro.
Per chi può accettare più rischio, il Piano di accumulo
Quando l’orizzonte temporale si allunga e il risparmiatore è disposto ad accettare maggiori oscillazioni, entra in gioco anche il mercato azionario.
Una delle modalità per investire gradualmente è il Pac, il Piano di accumulo del capitale. Invece di investire tutto immediatamente, il capitale viene distribuito attraverso versamenti periodici. Il vantaggio è quello di acquistare a prezzi differenti e ridurre il rischio di concentrare l’intero investimento in un momento particolarmente sfavorevole. Il rischio di perdita, però, rimane.
Una simulazione realizzata con il calcolatore di Credem su un fondo azionario globale mostra l’effetto che può avere questa strategia. Un Pac iniziato a settembre 2021 con 10 mila euro iniziali e 60 versamenti mensili da 1.500 euro avrebbe raggiunto a settembre 2026 un controvalore di 133.207,95 euro, a fronte di 100 mila euro complessivamente versati. Il guadagno sarebbe stato quindi di 33.207,95 euro, pari a un rendimento cumulato del 33,20%. Anche il Pac, tuttavia, presenta un aspetto da non trascurare: il denaro destinato ai versamenti futuri resta temporaneamente liquido e continua quindi a essere esposto all’inflazione.
Una possibile soluzione è modificare la frequenza degli investimenti. Con 100 mila euro disponibili, per esempio, si potrebbero programmare cinque versamenti annuali da 20 mila euro, destinando nel frattempo le somme ancora da investire a depositi vincolati con scadenze progressive. In questo modo la liquidità non ancora entrata sul mercato può produrre un rendimento, mentre il capitale viene trasferito gradualmente verso il portafoglio di investimento.
La questione centrale, quindi, non è semplicemente scegliere tra conto corrente e investimento. È stabilire quanta liquidità serve davvero, per quanto tempo e quale livello di rischio si è disposti ad accettare. Lasciare tutto il patrimonio fermo può proteggere dalle oscillazioni dei mercati, ma non dall’erosione del potere d’acquisto. Al contrario, investire l’intera somma senza considerare orizzonte temporale e necessità future può creare altri rischi. La soluzione passa quindi dalla combinazione di liquidità, strumenti a rendimento e investimenti coerenti con gli obiettivi del risparmiatore.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link






