Pensione di reversibilità 2026: soldi sul conto corrente e risparmi possono ridurre l’assegno?


Articolo a cura della Redazione

Avere dei risparmi sul conto corrente non significa ricevere in automatico una pensione di reversibilità più bassa.

È uno dei dubbi più frequenti tra chi percepisce una pensione ai superstiti: se sul conto sono presenti 30.000, 50.000 o 100.000 euro, l’INPS può ridurre l’assegno?

La risposta, in linea generale, è no. Per stabilire l’eventuale riduzione della pensione di reversibilità non si guarda semplicemente al patrimonio posseduto, ma ai redditi del beneficiario rilevanti secondo le regole previdenziali.

Capitale, patrimonio e reddito, quindi, non sono la stessa cosa.

Nel 2026 la questione assume particolare importanza perché, con l’aggiornamento del trattamento minimo INPS a 611,85 euro mensili, cambiano anche i limiti reddituali utilizzati per verificare la cumulabilità della pensione ai superstiti. L’INPS ha confermato per il 2026 questo valore del trattamento minimo.

 

In breve

  • il semplice saldo del conto corrente non viene considerato come reddito;
  • i risparmi già accumulati non determinano automaticamente una riduzione della reversibilità;
  • un’eredità ricevuta non coincide necessariamente con un reddito rilevante;
  • possono invece essere rilevanti i redditi prodotti dal patrimonio;
  • nel 2026 la prima soglia da considerare è pari a 862,15 euro annui;
  • superando determinate soglie, la reversibilità può essere ridotta del 25%, 40% o 50%;
  • esistono redditi espressamente esclusi dal calcolo;
  • in presenza di figli minori, studenti o inabili aventi diritto alla pensione ai superstiti, i limiti di cumulabilità non si applicano nei casi previsti dalla legge.

 

Quando il reddito può ridurre la pensione di reversibilità?

La disciplina di riferimento è contenuta nell’articolo 1, comma 41, della Legge 8 agosto 1995, n. 335, insieme alla relativa Tabella F.

La legge stabilisce che la pensione ai superstiti può essere cumulata con altri redditi del beneficiario, ma introduce delle percentuali di riduzione quando vengono superati determinati limiti reddituali.

Le soglie non sono fisse per sempre: dipendono dal valore annuo del trattamento minimo INPS.

Per il 2026 il trattamento minimo è stato fissato in 611,85 euro mensili, corrispondenti a 7.954,05 euro su 13 mensilità.

 

Quali sono i limiti di reddito per la reversibilità nel 2026?

Sulla base del trattamento minimo 2026, le fasce risultano:

 

Reddito personale annuo Riduzione della pensione ai superstiti
Fino a 23.862,15 € Nessuna riduzione
Oltre 23.862,15 € e fino a 31.816,20 € 25%
Oltre 31.816,20 € e fino a 39.770,25 € 40%
Oltre 39.770,25 € 50%

 

Un aspetto importante deve essere chiarito: la percentuale di riduzione non viene applicata al reddito del pensionato, ma alla pensione ai superstiti.

Per esempio, superare la prima soglia non significa perdere il 25% del proprio reddito. Significa che, in presenza delle condizioni previste dalla normativa, l’importo della pensione di reversibilità può essere assoggettato alla riduzione prevista per quella fascia.

 

Il conto corrente fa reddito per la pensione di reversibilità?

Il denaro presente sul conto corrente, considerato come capitale, non viene sommato automaticamente ai redditi del beneficiario.

Patrimonio e reddito sono due concetti differenti:

il patrimonio rappresenta ciò che una persona possiede in un determinato momento:

  • denaro sui conti correnti;
  • depositi;
  • immobili;
  • investimenti;
  • altri beni patrimoniali.

Il reddito, invece, rappresenta ciò che viene prodotto o percepito in un determinato periodo e che assume rilevanza secondo le specifiche norme previdenziali e fiscali.

 

Quali redditi vengono considerati per la pensione di reversibilità?

L’INPS ha chiarito che, ai fini della cumulabilità prevista dalla Legge n. 335/1995, vengono generalmente considerati i redditi assoggettabili all’IRPEF, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali, salvo le esclusioni previste.

Possono quindi assumere rilevanza, ad esempio:

  • redditi da lavoro dipendente;
  • redditi da lavoro autonomo o professionale;
  • redditi d’impresa;
  • determinate pensioni dirette;
  • redditi da partecipazione in società o imprese;
  • redditi derivanti da immobili diversi dall’abitazione principale;
  • altri redditi fiscalmente rilevanti secondo la disciplina applicabile.

 

Un reddito da lavoro può ridurre la reversibilità?

Sì, se chi percepisce una pensione di reversibilità continua a lavorare, il reddito da lavoro può concorrere alla verifica delle soglie previste dalla Tabella F.

 

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Quali somme non vengono conteggiate?

Non tutto ciò che viene incassato o posseduto dal beneficiario entra automaticamente nel calcolo.

 

L’INPS ha indicato espressamente alcune importanti esclusioni.

Ai fini della disciplina sulla cumulabilità non vengono considerati, tra gli altri:

  • il trattamento di fine rapporto (TFR) e le relative anticipazioni;
  • il reddito della casa di abitazione;
  • gli arretrati sottoposti a tassazione separata;
  • la stessa pensione ai superstiti sulla quale deve essere effettuata l’eventuale riduzione.

 

L’INPS ha inoltre chiarito che, quando il beneficiario percepisce più pensioni ai superstiti, anche queste ultime sono escluse dal computo utilizzato per applicare il regime di incumulabilità in questione.

 

La casa in cui si vive riduce la reversibilità?

In linea generale, il reddito della casa di abitazione è escluso dal calcolo previsto per questa specifica disciplina.

La situazione è differente quando il beneficiario possiede altri immobili che producono reddito o dai quali deriva, ad esempio, un canone di locazione.

Un appartamento affittato può quindi assumere rilevanza reddituale, mentre non è corretto assimilare automaticamente l’abitazione principale a un reddito utilizzabile per ridurre la reversibilità.

 

Un’eredità può far diminuire la pensione di reversibilità?

Anche in questo caso bisogna separare patrimonio ricevuto e reddito prodotto successivamente.

Immaginiamo che il beneficiario erediti 80.000 euro.

La somma ricevuta non deve essere automaticamente trattata come se costituisse un reddito annuo di 80.000 euro ai fini della riduzione prevista dalla Tabella F.

Dopo l’eredità, però, la situazione può cambiare.

Se quei soldi vengono investiti e producono rendimenti, oppure se nell’eredità è compreso un immobile successivamente affittato, i redditi generati dovranno essere valutati secondo la loro natura.

Lo stesso principio vale, quindi, sia per i risparmi personali sia per il patrimonio acquisito attraverso successione.

 

ISEE e pensione di reversibilità sono la stessa cosa?

No.

Questa distinzione è importante.

L’ISEE fotografa la situazione economica del nucleo familiare attraverso un sistema che prende in considerazione sia elementi reddituali sia componenti patrimoniali.

La riduzione della pensione di reversibilità prevista dalla Legge n. 335/1995 segue invece una disciplina specifica.

Per questo non è corretto prendere il valore dell’ISEE, il saldo del conto corrente o la giacenza media e utilizzarli automaticamente per stabilire se la pensione ai superstiti debba essere ridotta.

Sono calcoli effettuati per finalità diverse.

 

Quando non si applicano i limiti di reddito?

La legge prevede un’importante eccezione.

I limiti di cumulabilità non si applicano quando il beneficiario appartiene a un nucleo nel quale siano presenti figli minori, studenti oppure inabili aventi diritto al trattamento ai superstiti, secondo le condizioni previste dalla disciplina previdenziale.

La presenza di un figlio nel nucleo, però, non deve essere interpretata genericamente: è necessario che ricorrano i requisiti previsti dalla normativa per il diritto alla pensione ai superstiti.

 

Cosa ha stabilito la Corte costituzionale sulle riduzioni della reversibilità?

Un ulteriore elemento di tutela deriva dalla sentenza n. 162 del 2022 della Corte costituzionale.

 

La Corte è intervenuta sul meccanismo previsto dall’articolo 1, comma 41, della Legge n. 335/1995 stabilendo che la decurtazione effettivamente applicata alla pensione ai superstiti non può essere superiore all’ammontare dei redditi aggiuntivi del beneficiario.

Il principio serve a evitare una situazione paradossale: che il pensionato, per effetto dell’applicazione delle riduzioni, perda dalla pensione una somma superiore al reddito aggiuntivo che ha determinato la decurtazione.

La stessa normativa contiene inoltre una clausola di salvaguardia finalizzata a evitare che il passaggio da una fascia reddituale alla successiva produca effetti eccessivamente penalizzanti.

 

Cosa bisogna controllare prima di stabilire se la reversibilità sarà ridotta?

La verifica dovrebbe essere effettuata seguendo un ordine preciso:

  • individuare tutti i redditi personali del beneficiario;
  • distinguere quelli rilevanti da quelli esclusi;
  • non confondere patrimonio e reddito;
  • verificare la soglia INPS applicabile nell’anno di riferimento;
  • individuare la corretta fascia della Tabella F;
  • verificare la presenza di figli minori, studenti o inabili aventi diritto;
  • considerare le clausole di salvaguardia e il limite introdotto dalla Corte costituzionale.

 

Soltanto dopo questi passaggi è possibile capire correttamente se e in quale misura debba essere applicata una riduzione.

 

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