Most favored nation: l’impatto possibile del “prezzo dell’America”


La politica americana del Most favored nation (Mfn) nasce per ridurre il costo dei farmaci negli Stati Uniti, dove i prezzi dei medicinali, secondo le analisi citate dall’amministrazione americana in un recente rapporto, risultano essere molto più elevati, circa tre volte, rispetto a quelli praticati in altri Paesi ad economia comparabile. Tuttavia, il suo effetto potrebbe andare molto oltre il mercato statunitense.

Big Pharma non sta accogliendo il Mfn come una misura favorevole: lo sta negoziando come compromesso. In cambio di concessioni sui prezzi di diversi farmaci, su Medicaid, nuovi lanci, canali diretti al paziente e investimenti produttivi negli Stati Uniti, le aziende cercano protezione tariffaria, stabilità regolatoria e maggiore forza negoziale verso i sistemi sanitari esteri.

I rischi maggiori per l’Europa, a cui già si comincia ad assistere, sono lanci ritardati, più selettivi, maggiore frammentazione dell’accesso, minore attrattività a condurre studi clinici e investimenti, mentre la Cina in tutto ciò potrebbe rafforzarsi ulteriormente e presentarsi al mondo come fonte alternativa di asset, sviluppo e innovazione farmaceutica.

Una politica di prezzo che è diventata politica industriale

Il dibattito sul Most favored nation, viene spesso presentato come una questione di prezzo: gli Stati Uniti vogliono pagare i farmaci innovativi a livelli più vicini a quelli degli altri Paesi sviluppati. Questa lettura coglie solo una parte del fenomeno.

Il Mfn è ormai uno strumento di politica industriale, commerciale e geopolitica. Tiene insieme più obiettivi: ridurre il costo dei medicinali per i pazienti americani, spingere le aziende a investire e produrre negli Stati Uniti, aumentare la pressione sui Paesi ricchi accusati dall’amministrazione americana di contribuire troppo poco al finanziamento dell’innovazione e rafforzare la posizione dell’industria farmaceutica americana nella competizione globale.

Il messaggio politico di Washington al mondo Pharma è chiaro: ridurre il carico economico sul paziente americano, riportare produzione e valore negli Stati Uniti e recuperare sui mercati esteri parte del valore che il mercato americano intende concedere con maggiore selettività.

Da qui deriva la reazione ambivalente dell’industria. Le aziende farmaceutiche hanno storicamente difeso la centralità del prezzo americano, perché proprio il mercato Usa sostiene una quota rilevante del valore globale dei farmaci. Davanti a una politica che lega prezzo, tariffe, investimenti produttivi e accesso regolatorio, molte aziende hanno però scelto la via negoziale.

Al 23 aprile 2026, l’amministrazione Trump aveva annunciato accordi Mfn volontari con 17 grandi aziende farmaceutiche. Questi accordi vanno letti come pacchetti negoziali più ampi del semplice taglio di prezzo. Da un lato, le aziende assumono impegni sul fronte dei prezzi attraverso il Department of Health and Human Services (Hhs). Dall’altro, collegano questi impegni a piani definiti di “onshoring” (strategia con cui un’azienda riporta attività industriali e investimenti all’interno del Paese domestico) e allocazioni produttive negli Stati Uniti, con il coinvolgimento del Department of Commerce.

Obiettivo ridurre le tariffe

Le aziende che accettano accordi Mfn sui prezzi e, allo stesso tempo, si impegnano a investire o produrre negli Stati Uniti possono ottenere un trattamento tariffario favorevole fino al 20 gennaio 2029. In pratica, la riduzione del prezzo americano viene compensata da un vantaggio industriale: meno dazi, maggiore stabilità nei rapporti con l’amministrazione americana e maggiore forza negoziale verso gli altri mercati.

Big Pharma sta quindi trattando il Mfn come un compromesso industriale. Gli accordi visti finora indicano una strategia precisa: assorbire la pressione sui prezzi americani, contenerne l’impatto sui margini, proteggere il valore dei nuovi lanci e usare il pacchetto Mfn-tariffe-onshoring per ridisegnare la geografia globale del valore farmaceutico. La partita resta complessa, perché il prezzo dei farmaci entra ormai nello stesso campo di tariffe, produzione, accesso e politica commerciale.

Mfn puro o compromesso negoziato?

Il punto centrale è distinguere tra il principio teorico del Mfn e ciò che viene effettivamente applicato.

Il principio che sta alla base serpeggia da anni nelle amministrazioni americane: Gli Stati Uniti non sono più disposti a sostenere quasi completamente il costo dell’innovazione. Non sono più disposti a pagare un farmaco molto di più di un certo numero di Paesi sviluppati che ottengono un prezzo commerciale migliore. Secondo il principio del Mfn se un medicinale costa molto meno in Europa, Canada, Giappone o in altri Paesi presi dall’amministrazione come riferimento, quel prezzo può diventare un riferimento negoziale anche per il mercato americano.

Nella pratica, però, gli accordi effettuati fino a ora con le aziende non equivalgono a un aggancio automatico di tutto il mercato farmaceutico statunitense al prezzo estero più basso. Sono pacchetti negoziati. Comprendono concessioni su Medicaid, impegni sui nuovi lanci, canali direct-to-consumer, investimenti negli Stati Uniti, protezione tariffaria e maggiore certezza regolatoria.

Per i farmaci già sul mercato, il cuore operativo è Medicaid. Il produttore concede prezzi o rebate aggiuntivi quando il prezzo netto pagato dal programma Medicaid è superiore al benchmark Mfn.

Per i nuovi lanci, invece, il principio è più ampio. L’obiettivo è evitare come succede oggi che un nuovo farmaco venga lanciato negli Stati Uniti a un prezzo netto molto superiore rispetto agli altri Paesi ad alto reddito.

Qui va chiarito un punto metodologico importante: il basket di riferimento non è composto da sette Paesi, ma da otto. Include i Paesi del G7 esclusi gli Stati Uniti – Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Regno Unito – più Danimarca e Svizzera. Queste ultime due vengono incluse perché, pur essendo economie più piccole rispetto agli altri Paesi del paniere, ospitano alcune delle principali multinazionali farmaceutiche globali per capitalizzazione di mercato. La logica politica che sta alla base è che se un Paese beneficia fiscalmente e industrialmente della presenza di grandi gruppi farmaceutici, deve anche contribuire in modo più coerente al finanziamento dell’innovazione.

Un secondo dettaglio importante è che la metodologia Mfn fa riferimento al prezzo netto, non al prezzo di listino. Include nella sua fattispecie sconti, rebate e concessioni, nella misura in cui siano rendicontabili. Inoltre, l’amministrazione americana ha indicato il secondo prezzo più basso del basket di Paesi presi come riferimento, per evitare che un singolo outlier determini oscillazioni eccessive.

Questo è il punto più delicato per l’Europa. Se il prezzo europeo diventa un riferimento capace di influenzare il prezzo americano, allora l’azienda può essere incentivata a ritardare il lancio europeo, limitare il numero di Paesi in cui negozia subito il rimborso, oppure evitare accordi troppo aggressivi sul prezzo.

Già si parla di aziende che potrebbero concentrare i primi lanci europei solo nei mercati più attrattivi, in particolare Germania e Regno Unito. La Germania rimane centrale perché è il più grande mercato farmaceutico europeo e perché, nel sistema tedesco, il farmaco autorizzato può accedere rapidamente al mercato e al rimborso.

Il Regno Unito è diventato ancora più interessante dopo l’accordo del 1° dicembre 2025 con l’amministrazione americana. L’intesa prevede un aumento del 25% del prezzo netto dei nuovi medicinali pagato dal Nhs e una riduzione della pressione dei meccanismi di clawback del “Voluntary scheme on branded medicines pricing” (Vpag). In cambio, gli Stati Uniti hanno previsto protezioni tariffarie per prodotti farmaceutici, ingredienti e tecnologie mediche di origine britannica. È un accordo che mostra in modo plastico la nuova direzione di posizionare il prezzo dei farmaci non più solo come una questione sanitaria, ma come una variabile di politica commerciale.

Come funziona il nuovo schema: Medicaid, nuovi lanci, TrumpRx e Medicare

La politica Mfn è costruita a strati. Il primo riguarda Medicaid, il programma pubblico americano che copre milioni di persone a basso reddito, bambini, donne in gravidanza, anziani con risorse limitate, persone con disabilità e altre categorie vulnerabili. Medicaid è amministrato dai singoli Stati, secondo requisiti federali, ed è finanziato congiuntamente da governo federale e Stati. In questo caso, il Mfn serve a ridurre il costo dei farmaci già presenti sul mercato quando Medicaid paga un prezzo netto superiore al prezzo migliore disponibile nei Paesi comparabili.

Il secondo strato riguarda i nuovi lanci. Qui l’obiettivo è più ambizioso: evitare che i nuovi farmaci branded o biologici single-source, cioè con un solo produttore o titolare, arrivino negli Stati Uniti con prezzi netti significativamente più alti rispetto a quelli praticati nei principali Paesi sviluppati. Questo meccanismo può modificare profondamente la strategia globale di lancio delle aziende.

Il terzo strato è TrumpRx.gov, un canale direct-to-consumer. Non è un’assicurazione sanitaria e non sostituisce Medicare, Medicaid o i piani privati. Serve piuttosto a rendere disponibili offerte e sconti sui farmaci direttamente ai pazienti, soprattutto quando il farmaco è acquistato fuori copertura assicurativa o quando il paziente paga direttamente. La piattaforma è stata lanciata nel febbraio 2026 con i primi farmaci brand oggetto di accordi Mfn ed è stata poi ampliata anche a farmaci generici, integrando offerte di operatori privati.

Il quarto strato riguarda Medicare, il programma federale di assicurazione sanitaria rivolto soprattutto alle persone dai 65 anni in su, ad alcune persone con disabilità e a pazienti con malattie specifiche. Nel contesto Mfn, Medicare è particolarmente rilevante per i farmaci anti-obesità della classe GLP-1. L’amministrazione americana punta a rendere più sostenibile l’eventuale ampliamento della copertura, prima negoziando il prezzo e poi costruendo modelli di accesso controllato.

Il risultato finale è un sistema ibrido, una combinazione di negoziazione pubblica, pressione commerciale, canali privati, protezione industriale e minaccia tariffaria.

Come Big Pharma cerca di gestire

La domanda centrale è se il Mfn sia ben accolto dalle aziende farmaceutiche americane. La risposta è no, almeno dal punto di vista industriale. È ben nota la differenza di prezzi tra Europa e Stati Uniti, che fa sì che i due mercati abbiano proporzioni totalmente differenti.

Secondo un recente rapporto Efpia 2025 basato su dati Iqvia Midas, relativamente ai nuovi lanci di farmaci realizzati nel periodo 2019-2023, gli Stati Uniti rappresentano il 66,9% delle vendite globali dei nuovi medicinali, l’Europa top 5 il 15,8%, il Giappone il 4,4%, mentre il resto del mondo pesa il 10,7%. I Paesi pharmemerging, gruppo nel quale rientra anche la Cina in questa specifica classificazione Iqvia, rappresentano complessivamente il 2,2% del totale.

Questo dato parla da solo. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il primo mercato farmaceutico mondiale e quindi il mercato che determina in modo preponderante il valore economico dei nuovi asset innovativi, il valore dei lanci.

Big Pharma, proprio in virtù dei volumi e dei valori americani, ha storicamente osteggiato qualsiasi forma di “importazione” dei prezzi esteri nel mercato americano. Il motivo che sta alla base di tutto ciò è che se il prezzo americano viene ancorato ai prezzi più bassi negoziati da sistemi sanitari pubblici esteri, il rischio è una compressione significativa dei ricavi e dei margini. Questa compressione diventa molto evidente se si immaginano le minori dimensioni degli altri mercati in cui le aziende dovrebbero recuperare quanto viene lasciato sul terreno negli stati uniti. In sostanza il Mfn è una forma indiretta di price control, usa i prezzi esteri come leva per limitare il valore ottenibile negli Stati Uniti.

Eppure, molte aziende hanno firmato gli accordi. In un contesto in cui Washington lega il Mfn a tariffe, onshoring, accesso al mercato, canali direct-to-consumer e stabilità regolatoria, accettare un accordo può diventare il male minore.

Il compromesso è questo: le aziende concedono qualcosa sui prezzi americani, soprattutto su Medicaid e sui nuovi lanci, ma ottengono una cornice più favorevole su tariffe, investimenti produttivi e rapporti con l’amministrazione corrente.

Big Pharma, quindi, non sta adottando il MFN con entusiasmo. Sta cercando di calmierarne l’impatto. Sta cercando di trasformare una misura potenzialmente punitiva in un pacchetto negoziale più gestibile.

Il Mfn ridisegna i contratti di partnership, sviluppo e commercializzazione

Un segnale importante arriva dai contratti di collaborazione di ricerca, sviluppo e commercializzazione su prodotti farmaceutici tra aziende.

Il Mfn potrebbe impattare profondamente le valutazioni di licensing, collaborazione e acquisizione. Quello che sta emergendo è la possibilità che possa diventare in concreto una variabile economica strutturale negli accordi e nella capacità di certe aziende anche di attrarre investimenti per lo sviluppo.

Quando una società valuta un asset, non guarda più soltanto al potenziale clinico, al mercato target, alla proprietà intellettuale o alla probabilità di approvazione regolatoria. Deve anche valutare il nuovo scenario che si stà disegnando: conviene lanciare in Europa o in altri Paesi ex-USA dove quel lancio potrebbe influenzare il valore commerciale negli Stati Uniti? Fino a poco tempo fa questo dubbio non esisteva.

Questo cambia il modo in cui verranno strutturati i deal.

I partner potrebbero chiedere più flessibilità, clausole di rinegoziazione, protezioni sul prezzo, maggiore controllo sui diritti territoriali e meccanismi per gestire l’incertezza politica. Il vecchio modello “mantengo ad esempio i diritti per la commercializzazione del farmaco negli Stati Uniti e cedo l’ex-USA ad una controparte” potrebbe diventare presto sempre meno semplice, lineare ed automatico.

In passato, concedere i diritti ex-Usa a un partner europeo o internazionale poteva essere una scelta relativamente semplice e vantaggiosa. Oggi, se un partner ex-Usa avrà interesse a negoziare rapidamente prezzi più bassi in Europa per massimizzare i propri ricavi locali, quel comportamento potrebbe danneggiare seriamente il valore americano dell’asset.

I diritti di sfruttamento commerciale ex-Usa non sono più solo una fonte di upside. Possono diventare anche una fonte di rischio, soprattutto se a gestirli è un secondo partner che deve trarre vantaggio commerciale diretto da mercati nei quali i payer pubblici spingono da sempre per prezzi più bassi. Questo è il punto industriale più rilevante: il Mfn già sta impattando sulla modifica già a monte della struttura dei contratti, il valore degli asset e la geografia dei lanci. L’impatto si potrebbe già vedere a breve.

Europa: da mercato strategico a mercato opzionale

L’Europa è il vero punto di caduta della politica Mfn. Per decenni i sistemi sanitari europei hanno negoziato prezzi inferiori rispetto agli Stati Uniti attraverso processi Hta, valutazioni di costo-efficacia, negoziazioni pubbliche, analisi di budget impact, sconti confidenziali, controllo centralizzato della spesa e managed entry agreement (Mea) di cui l’Italia è stata uno dei principali laboratori applicativi. Questo modello ha garantito sostenibilità ai payer europei e ha consentito ai sistemi sanitari pubblici di mantenere una forte capacità negoziale.

Nel nuovo contesto, però, lo stesso modello diventa più fragile. Se il prezzo europeo può comprimere il prezzo americano, l’azienda ha un incentivo a rallentare il lancio europeo, selezionare con più attenzione i Paesi di accesso o evitare accordi che generino benchmark sfavorevoli. Un lancio europeo a condizioni troppo penalizzanti può ridurre il valore globale del farmaco, perché il prezzo ottenuto in Europa entra nella strategia commerciale complessiva dell’asset.

I primi segnali vanno già in questa direzione. Secondo i dati presentati nell’ultima assemblea pubblica di Farmindustria su fonti Iqvia e Reuters, assumendo gli Stati Uniti come indice 100, l’indice europeo dei nuovi farmaci disponibili rispetto agli Usa era pari a 55 nella finestra gennaio 2024-giugno 2025, usata come baseline. Nel periodo luglio-dicembre 2025 l’indice scende a 48. Nei primi tre mesi del 2026 arriva addirittura a 36. Il dato va letto come indicatore di deterioramento dell’accesso relativo e della disponibilità commerciale rispetto al mercato americano, più che come semplice confronto tra attività regolatorie di Ema e Fda.

La dinamica è coerente con le preoccupazioni espresse dall’industria sui lanci europei. Se il mercato americano resta il principale determinante del valore globale dei nuovi asset, le aziende tendono a proteggere il prezzo Usa e a riconsiderare tempi, sequenza e ampiezza dei lanci nei mercati che possono generare benchmark penalizzanti. L’Europa, in questo scenario, perde forza come mercato di primo accesso e diventa più esposta a strategie di lancio selettive.

Lo stesso ragionamento vale per gli investimenti. Secondo dati presentati sempre alla recente assemblea generale di Farmindustria, su fonti White House ed Efpia, dopo l’avvio della politica Mfn le multinazionali farmaceutiche hanno annunciato oltre 400 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti nei prossimi cinque anni. Nella stessa lettura industriale, questo spostamento di capitale potrebbe tradursi in circa 100 miliardi di dollari di investimenti potenziali persi in Europa. Il dato va quindi attribuito alla prospettiva dell’industria, ma segnala un punto rilevante: il Mfn non incide solo sul prezzo dei farmaci, ma può orientare capitale, capacità produttiva, priorità strategiche e potere negoziale verso gli Stati Uniti.

Il rischio che corriamo in Europa è passare da mercato strategico a mercato opzionale. Le aziende continueranno a considerare rilevante il bacino europeo, ma con una logica più selettiva: priorità ai Paesi più ricchi, ai mercati con procedure più prevedibili, ai contesti capaci di riconoscere prezzi più elevati o percorsi di accesso più flessibili. L’innovazione potrebbe quindi arrivare più tardi, in un numero più ristretto di Paesi a maggiori possibilità.

L’impatto sui pazienti sarebbe rilevante in tutte le aree terapeutiche e soprattutto per chi dipende esclusivamente dal sistema sanitario pubblico. Un farmaco può essere autorizzato dall’Ema e arrivare comunque con ritardo nel singolo Paese. Può essere lanciato prima in Germania o nel Regno Unito e solo successivamente negli altri mercati europei. Può essere reso disponibile inizialmente nel canale privato o out-of-pocket, con ingresso tardivo nel rimborso pubblico oppure con un accesso pubblico limitato a segmenti particolari a più elevato bisogno terapeutico, che può consentire alle aziende di poter ambire a prezzi più elevati rispetto all’intera popolazione elegibile al farmaco.

Per i pazienti europei, questo significa minore garanzia di accesso rapido, equo e universale. Per i sistemi sanitari, significa dover scegliere tra sostenibilità di bilancio e necessità di cura dei loro pazienti. Per l’industria, significa ricalibrare i lanci europei dentro una strategia globale in cui prezzo europeo, prezzo americano, investimenti produttivi e protezione tariffaria diventano pedine dello stesso scacchiere.

Cosa rischia l’Europa?

L’Europa, dal punto di vista dei lanci e dei prezzi, è sempre stata considerata un mercato a sé. Dopo l’approvazione dell’Ema, l’accesso effettivo ai nuovi farmaci dipende dalle negoziazioni nazionali di prezzo e rimborso, che storicamente si sono sviluppate attraverso confronti diretti e indiretti tra Paesi europei. In questo contesto, il price referencing ha sempre avuto un ruolo più o meno rilevante e più o meno riconosciuto: i prezzi negoziati in uno Stato membro potevano diventare riferimento per altri mercati. Finora l’impatto di questo meccanismo risultava parzialmente attenuato dal fatto che i primi Paesi di lancio erano spesso anche quelli con maggiore disponibilità a riconoscere prezzi più elevati.

Oggi, con il Mfn americano, questo equilibrio cambia. Il prezzo europeo può diventare una variabile capace di influenzare il prezzo nel mercato principale a livello mondiale e quindi la strategia globale di lancio, di pricing ed in misura molto maggiore rispetto al passato il valore commerciale dell’asset e le priorità di investimento delle aziende farmaceutiche.

I rischi principali per l’Europa sono quattro. Il primo riguarda il ritardo nell’accesso all’innovazione. L’Ema può approvare un farmaco, ma l’azienda può attendere tempi più lunghi per l’avvio delle negoziazioni nazionali di prezzo e rimborso, soprattutto nelle country in cui il prezzo atteso viene considerato troppo basso rispetto al possibile effetto Mfn sul mercato americano.

Il secondo rischio riguarda la frammentazione del lancio europeo. Le aziende potrebbero privilegiare i mercati più attrattivi, con maggiore disponibilità a pagare, procedure più prevedibili, maggiore peso del canale privato o minore rischio di generare benchmark sfavorevoli. Il risultato sarebbe un’Europa a velocità diverse: alcuni Paesi potrebbero ricevere rapidamente l’innovazione, mentre altri potrebbero attendere molto più a lungo.

Il terzo rischio riguarda la perdita di attrattività per trial clinici, investimenti produttivi e sviluppo industriale. Stefan Oelrich, presidente di Efpia, ha recentemente richiamato questo punto in modo diretto: secondo l’industria, gli investimenti tendono a seguire i mercati in cui esistono condizioni commerciali adeguate, domanda effettiva e prospettive di accesso sostenibili. La localizzazione degli studi clinici dipende dalla qualità scientifica dei centri, dalla velocità regolatoria, dalla prevedibilità dell’accesso, dalla rilevanza strategica del mercato e dalla capacità di generare ritorno economico. Un Paese meno attrattivo dal punto di vista commerciale rischia quindi di perdere peso anche come sede di ricerca clinica e investimento industriale.

Il quarto rischio riguarda la pressione sui bilanci pubblici. L’Europa potrebbe trovarsi davanti a una scelta più complessa rispetto al passato: riconoscere prezzi più alti per mantenere accesso rapido all’innovazione, oppure difendere livelli di prezzo più contenuti accettando ritardi, lanci selettivi e minore priorità strategica da parte delle aziende. In entrambi i casi, il modello europeo viene spinto fuori dalla propria zona di comfort.

La finestra temporale politica rafforza questo scenario. Gli accordi Mfn e la protezione tariffaria collegata agli impegni di onshoring arrivano fino al 20 gennaio 2029, data che coincide con la fine del mandato presidenziale americano. Le aziende stanno quindi ragionando dentro un orizzonte politico preciso: accettare oggi una compressione controllata dei prezzi americani può risultare conveniente se in cambio ottengono protezione tariffaria, stabilità negoziale e maggiore leva verso i mercati esteri per l’intera durata della legislatura.

Oggi va riconosciuto che il prezzo europeo vive ormai dentro una geografia globale del valore. Può influenzare il prezzo americano, condizionare la strategia di lancio internazionale, modificare il valore di un asset e incidere sulle decisioni di investimento, sviluppo clinico e commercializzazione.

Il caso obesità: il paziente diventa anche consumatore

L’obesità è uno degli esempi più concreti di come il nuovo contesto possa cambiare i canali di accesso all’innovazione. I farmaci GLP-1 hanno creato una domanda enorme, da parte dei pazienti, in un’area terapeutica in cui la copertura pubblica rimane spesso limitata, selettiva o ancora in discussione. Questa combinazione apre spazio a modelli alternativi di accesso, soprattutto nel mercato out-of-pocket.

Il caso Lilly rende il passaggio particolarmente chiaro. Secondo Reuters, l’azienda prevede di lanciare la propria pillola antiobesità in Europa e nel Regno Unito tra la seconda metà del 2026 e l’inizio del 2027, puntando inizialmente sul mercato telehealth e sul pagamento diretto da parte del paziente. Patrik Jonsson, responsabile delle attività internazionali di Lilly, ha spiegato che l’azienda continuerà a cercare la copertura pubblica dove possibile, ma ha anche aggiunto che il Mfn avrà un ruolo in tutti i lanci. Questo punto è centrale: il rimborso pubblico resta un obiettivo, mentre la strategia commerciale si prepara a usare canali paralleli quando prezzo, tempi negoziali o rischi di benchmark rendono più complesso l’accesso pubblico.

Nel mercato dell’obesità, quindi, il canale privato diventa una leva strategica. Telehealth, piattaforme digitali, e-commerce farmaceutico, programmi direct-to-patient e pagamento out-of-pocket consentono alle aziende di raggiungere rapidamente una richiesta di trattamento già presente, soprattutto nei Paesi in cui il sistema pubblico procede con maggiore cautela. Il paziente entra così in una posizione ibrida: beneficiario potenziale di una prestazione sanitaria pubblica e, allo stesso tempo, consumatore diretto di innovazione farmaceutica.

Per l’Europa quindi, se le terapie più richieste arrivano prima attraverso canali privati e solo successivamente nel rimborso pubblico, l’accesso si stratifica. Chi può pagare accede prima, mentre chi per ragioni socio-economiche dipende dal sistema sanitario pubblico deve attendere le decisioni di prezzo, rimborso e di prioritizzazione clinica.

Il caso obesità anticipa quindi una dinamica più ampia su cui va fatta una riflessione profonda. Quando un farmaco combina domanda elevata, forte valore commerciale, copertura pubblica incerta e rischio Mfn, l’azienda può costruire il lancio partendo dal paziente-consumatore e solo dopo consolidare il percorso pubblico. Questo sposta il baricentro dell’accesso: dal tradizionale rapporto tra azienda e payer pubblico verso un modello più articolato, in cui prezzo americano, rimborso europeo, canale privato e disponibilità diretta al paziente diventano parti della stessa strategia globale.

La Cina: vincitore relativo dentro un equilibrio instabile

Se l’Europa perde centralità, la Cina può guadagnare spazio nella geografia globale dell’innovazione farmaceutica. Il vantaggio cinese riguarda soprattutto lo sviluppo clinico, la generazione di asset, il licensing, la capacità produttiva e la costruzione di pipeline. Più che proporsi come semplice mercato finale alternativo agli Stati Uniti o all’Europa, la Cina sta diventando una piattaforma industriale e scientifica sempre più rilevante per Big Pharma.

I dati sulla geografia dell’innovazione mostrano bene questo spostamento. Secondo i dati Iqvia ed Efpia, presentati anche alla recente assemblea nazionale di Farmindustria dal presidente Marcello Cattani la quota di studi clinici attribuibile alla Cina è più che quintuplicata rispetto al 2014 attestandosi nel 2025 al 32%. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti sono scesi dal 39% al 35%, mentre l’Europa ha subito una riduzione di quasi il 40% attestandosi al 20%. In tutto ciò la Cina ha moltiplicato il proprio peso nello sviluppo clinico globale, mentre l’Europa ha perso una quota significativa della propria centralità.

Lo stesso andamento emerge dal numero di nuovi farmaci scoperti. Nel periodo 2021-2023, la media annua era pari a 29 nuovi farmaci per gli Stati Uniti, 18 per l’Europa e 20 per la Cina. Nel 2024, la Cina è salita a 28, superando gli Stati Uniti, fermi a 25 con l’Europa stabile a 18. Nel 2025, il divario si è allargato ulteriormente: 46 nuovi farmaci scoperti in Cina, contro 28 negli Stati Uniti e 16 in Europa. Questo dato rafforza l’idea che la Cina stia passando da Paese di produzione competitiva a generatore primario di innovazione farmaceutica.

Negli ultimi anni, il biotech cinese ha aumentato la propria rilevanza in più aree: brevetti, studi clinici, sviluppo accelerato, capacità produttiva, piattaforme tecnologiche, biologici, oncologia, immunologia e nuove modalità terapeutiche. Le aziende occidentali guardano sempre più alla Cina come fonte di asset da acquisire, licenziare o co-sviluppare. In questo senso, Pechino sta diventando un serbatoio di pipeline per l’industria globale.

Nel contesto Mfn, questa dinamica assume un peso ancora maggiore. Se l’Europa diventa meno attrattiva per i lanci, più complessa sul prezzo e più lenta nell’accesso, la Cina offre un ecosistema più rapido, più ricco di asset in sviluppo e più aggressivo nella capacità di trasformare ricerca in programmi clinici. Il rischio per l’Europa è duplice: perdere attrattività come mercato di lancio e perdere rilevanza come luogo di generazione dell’innovazione.

Questo rafforza la posizione negoziale della Cina nei confronti di Big Pharma. Una multinazionale che vede l’Europa come mercato più difficile e meno remunerativo può trovare in Cina una fonte alternativa di asset, partnership e sviluppo. Il risultato è uno spostamento progressivo del baricentro: l’innovazione nasce sempre più spesso tra Stati Uniti e Cina, mentre l’Europa rischia di assumere un ruolo più passivo, legato soprattutto alla valutazione, al rimborso e all’accesso ritardato di farmaci sviluppati altrove.

La crescita cinese porta però con sé un vincolo politico sempre più forte. Washington considera biotecnologie, produzione farmaceutica, Api, materiali critici, dati biologici e piattaforme tecnologiche come asset di sicurezza nazionale. Più la Cina diventa centrale nella pipeline globale, più aumenta il controllo politico, regolatorio e commerciale degli Stati Uniti sulle collaborazioni con aziende cinesi.

Si crea così un equilibrio instabile. Big Pharma vuole accedere all’innovazione cinese, perché lì trova velocità, scala e pipeline. Il governo americano, allo stesso tempo, vuole ridurre le dipendenze strategiche dalla Cina e riportare negli Stati Uniti produzione, valore industriale e controllo sulle tecnologie critiche. La Cina può quindi guadagnare spazio se l’Europa perde attrattività, ma dovrà muoversi dentro una cornice geopolitica più rigida.

La competizione globale riguarda ormai l’intera catena del valore farmaceutico: scoperta, sviluppo clinico, produzione, accesso, prezzo e controllo delle piattaforme tecnologiche. Se il continente europeo resta concentrato quasi esclusivamente sul contenimento della spesa, rischia di lasciare agli Stati Uniti il ruolo di mercato dominante e alla Cina quello di nuovo motore di innovazione e sviluppo.

Negoziare prezzi o competere per l’innovazione?

Il Mfn costringe l’Europa a una riflessione profonda e a guardare oltre il dossier di prezzo-rimborso. l’Europa deve decidere rapidamente quale ruolo vuole rappresentare nella catena globale dell’innovazione.

Se l’Europa resta soltanto un’area che regolamenta e gestisce contenendo la spesa, rischia di essere servita più tardi, con meno investimenti, meno trial e minore peso strategico. Se invece vuole restare un mercato rilevante, dovrà trovare un nuovo equilibrio tra sostenibilità dei sistemi sanitari, valore terapeutico, accesso rapido e attrattività industriale.

Il contesto è più che mai cambiato e gli effetti non mancheranno di farsi sentire. Il prezzo europeo può influenzare il prezzo americano. Il lancio europeo può condizionare il valore globale di un farmaco. Un potenziale accordo di rimborso nazionale tra diversi anni in un paese europeo può avere effetti già oggi, molti anni prima, su licensing, M&A e priorità di investimento su ricerca clinica, industriali e commerciali.

Come già detto, le aziende farmaceutiche globali non stanno accogliendo il Mfn con entusiasmo, ma lo stanno gestendo cercando di ridisegnare la mappa del valore per renderlo sostenibile.

Gli Stati Uniti vogliono pagare meno senza perdere centralità. La Cina vuole trasformare velocità e scala in leadership globale. L’Europa deve evitare di diventare il luogo dove si paga l’innovazione generata altrove e per di più in ritardo rispetto a USA e Cina.

La finestra è breve. Il Mfn sta già riscrivendo la geografia globale dell’accesso ai farmaci. L’Europa non può più permettersi di stare ad osservare.

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Bibliografia essenziale aggiornata

Council of Economic Advisers, Savings from Most-Favored-Nation Drug Pricing Policy, White House, maggio 2026.

White House, Executive Order 14297: Delivering Most-Favored-Nation Prescription Drug Pricing to American Patients, 12 maggio 2025.

White House, Fact Sheet: President Donald J. Trump Announces First Deal to Bring Most-Favored-Nation Pricing to American Patients, 30 settembre 2025.

White House, Fact Sheet: President Donald J. Trump Announces Deal with Regeneron to Bring Most-Favored-Nation Pricing to American Patients, 23 aprile 2026.

White House, Fact Sheet: President Donald J. Trump Bolsters National Security and Strengthens U.S. Supply Chains by Imposing Tariffs on Patented Pharmaceutical Products, 2 aprile 2026.

White House, Fact Sheet: President Donald J. Trump Launches TrumpRx.gov to Bring Lower Drug Prices to American Patients, 5 febbraio 2026.




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