L’inflazione da costi energetici è tornata a mordere: l’Istat stima un rialzo dei prezzi del 4,2% trainato dall’energia e il governo chiede a Bruxelles maggiore flessibilità per finanziare bonus sui costi energetici a famiglie e imprese. Tradotto: autorizzazione a fare più deficit, più debito — a carico delle generazioni future. È una risposta comprensibile sul piano della politique politicienne, ma non su quello della politica economica.
Il nodo
Perché i bonus trattano il sintomo ignorando la malattia. Soprattutto, ignorano la vera terapia di lungo periodo: far tornare il Pil reale a crescere al 2-3% annuo. Un Paese che cresce non teme l’inflazione energetica; un Paese che stagna, ne è in balia. La logica del bonus energetico è semplice: di fronte a un costo che sale, lo Stato compensa la differenza attingendo al bilancio pubblico.
Nel breve periodo funziona: riduce il disagio delle famiglie, attenua la stretta sulle imprese energivore. Ma ha un prezzo che non compare nella manovra: trasferisce debito alle generazioni future per sostenere i consumi di oggi. Non si crea capacità produttiva, non si riduce la dipendenza dai mercati internazionali del gas, non si abbassa strutturalmente il costo dell’energia. Il giorno dopo il bonus, la vulnerabilità energetica dell’Italia è identica a quella del giorno prima.
La transizione
Il costo è diventato debito pubblico, il problema è rimasto intatto. L’Italia ha già ottenuto l’autorizzazione a spendere quasi quattordici miliardi in un triennio per incentivare la transizione alle rinnovabili, una risposta di medio periodo all’inflazione energetica strutturale: ogni gigawatt installato è un gigawatt sottratto alla dipendenza dai mercati internazionali del gas e del petrolio.
La domanda che il governo dovrebbe porsi non è «come compensiamo i rincari di quest’anno? » ma «quando arriveranno a regime gli investimenti nelle rinnovabili già finanziati, e cosa serve per accelerare?».
La risposta è la semplificazione autorizzativa, la qualità della rete di distribuzione, la capacità di accumulo, la formazione delle maestranze. Sono le canne da pesca della transizione energetica. Ma c’è un orizzonte ancora più lungo che la politica economica italiana non riesce (non vuole?) a tenere a fuoco: il tasso di crescita del Prodotto interno lordo reale.
Mancata crescita
Se l’Italia crescesse al 2-3% annuo invece che all’attuale 0,5-1%, l’inflazione energetica al 4, 2% sarebbe un problema di altra dimensione. Un’economia in espansione assorbe i rincari dei fattori produttivi attraverso l’aumento della produttività: le imprese innovano, diversificano i fornitori, investono in efficienza.
Un’economia stagnante non ha questo ammortizzatore: ogni shock esterno si traduce direttamente in perdita di potere d’acquisto per le famiglie e di margine per le imprese. La stagnazione amplifica l’inflazione; la crescita la attenua. Ma la crescita del Pil reale non è un dono del cielo: è il risultato di scelte di politica economica.
Le scelte mancate
L’Italia langue da vent’anni perché la Produttività Totale dei Fattori (Ptf) è ferma. La Ptf — la componente che non dipende dall’aggiunta di lavoro o capitale, ma dalla qualità delle infrastrutture, del livello tecnologico, delle istituzioni — è la vera variabile strategica. Investire nei capitali che la alimentano è la via per far tornare a crescere il Pil potenziale.
Esiste un circuito che la politica economica italiana non ha mai imboccato con decisione: investimenti pubblici produttivi, Ptf in crescita, Pil reale in espansione, maggiore gettito fiscale a parità di aliquote (per non parlare d lotta all’evasione ), meno peso relativo del debito, nuove risorse per investire.
Disturbo gestibile
In questo circuito, l’inflazione energetica è un disturbo gestibile, non un’emergenza che costringe ad elemosinare flessibilità ogni anno. È la differenza tra la Spagna — che ha investito nelle infrastrutture europee e cresce oltre il 2, 5% — e l’Italia, che quelle infrastrutture le ha anche progettate ma non realizzate.
È quello che si sarebbe dovuto fare con il Pnrr e che disgraziatamente non è stato. Perché il Pnrr italiano è stato costruito con un criterio keynesiano — la capacità di attivare domanda aggregata nel breve periodo — e non con il criterio dell’impatto sulla Ptf e sul reddito potenziale.
La conferma è nell’esperienza: la misura di gran lunga più efficace per la spesa effettiva è stata il Superbonus edilizio, che ha stimolato consumi e occupazione nell’immediato senza accrescere di un punto la capacità produttiva strutturale dell’Italia.
Ricerca di consenso
Manca meno di un anno alle elezioni del 2027. Eppure di questo circuito — investimenti produttivi, crescita della Ptf, Pil in espansione — si trovano scarse tracce nel dibattito pubblico.
Il programma Nova del Movimento 5 Stelle contiene proposte di investimento, ma la sua logica rimane redistributiva: più risorse per il reddito di cittadinanza riformato, più protezione per le categorie vulnerabili, più domanda aggregata di breve periodo.
Le rinnovabili compaiono come obiettivo ambientale, non come leva di competitività. La Ptf non compare. Nell’altro programma elettorale finora noto, quello del Futuro Nazionale di Vannacci, inutile cercare elementi di politica economica di lungo periodo.
Cosa fare
La risposta all’inflazione energetica non è il bonus di domani. È l’accelerazione delle rinnovabili già finanziate, ma soprattutto la costruzione di un piano orientato all’offerta — con criteri di selezione degli investimenti basati sull’impatto sulla Ptf e sul reddito potenziale, non sul moltiplicatore keynesiano di breve periodo; e la mobilitazione del risparmio privato verso investimenti certificati.
È la politica delle canne da pesca: non distribuire il pesce dell’oggi caricandolo di debito sui giovani, ma costruire le strutture che moltiplicheranno la pesca per tutti. Chi vincerà le elezioni del 2027 dovrà scegliere: un altro round di bonus e flessibilità, o la svolta strutturale che l’Italia aspetta da vent’anni.
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