Un gruppo di 60 ricercatori chiede all’Unione Europa più fondi per la ricerca di frontiera e meno burocrazia, per favorire l’innovazione e rendere l’Europa più competitiva. L’appello è pubblicato su Science e arriva mentre si avvicina la definizione del prossimo programma quadro di investimenti europeo per il 2028-2034.
Tra i firmatari ci sono 20 ricercatori di sette enti di ricerca e università italiane: Politecnico di Milano, Istituto Italiano di Tecnologia, Politecnico di Torino, Scuola Imt Alti Studi Lucca, Università Bocconi, Consiglio Nazionale delle Ricerche e Ifom (stituto Fondazione di Oncologia Molecolare) di Airc. Le conclusioni nascono dall’iniziativa Inpact!, rete nata che dal 2023 riunisce oltre 120 ricercatori-innovatori di 20 Paesi dello Spazio europeo della ricerca, vincitori di bandi del Consiglio Europeo della Ricerca (Erc).
Dalla scoperta al mercato: che cosa si intende per “innovazione”
Quando si parla di innovazione, non si intende solo “avere un’idea brillante”: serve un percorso che trasformi conoscenza scientifica in applicazioni concrete, come tecnologie, servizi, farmaci, strumenti digitali o nuovi processi industriali. In mezzo, però, c’è spesso una fase critica in cui un risultato promettente deve uscire dal laboratorio, dimostrare di funzionare in condizioni reali, diventare affidabile, sicuro e sostenibile, e infine trovare un modello economico.
È qui che entra in gioco il tema sollevato dai ricercatori: la distanza tra scoperta e applicazione non è solo un problema scientifico, ma anche organizzativo e finanziario. Se mancano risorse, tempi certi e procedure chiare, molte idee restano “a metà strada” o arrivano tardi, perdendo occasioni di impatto sociale ed economico.
Perché la ricerca di frontiera è diversa (e più difficile da finanziare)
La ricerca di base e di frontiera mira a capire come funziona la natura e a esplorare strade nuove, senza sapere in anticipo quali applicazioni emergeranno. Proprio per questo è rischiosa: può fallire, oppure produrre risultati che sembrano inutili finché non diventano la base di tecnologie future. Molte innovazioni sono nate così, da scoperte inizialmente imprevedibili, poi rielaborate da altri gruppi, imprese e istituzioni.
Nell’appello su Science si chiede di rafforzare i fondi europei, che secondo gli autori in Ue sono circa un decimo di quelli investiti negli Usa, e di redistribuirli riducendo i finanziamenti alle tecnologie mature per aumentare quelli a ricerche di base e di frontiera. L’idea di fondo è che finanziare l’incertezza può generare, nel medio periodo, più valore economico e competitività rispetto a sostenere soprattutto settori già consolidati.
Competitività, lavoro e autonomia strategica: perché riguarda tutti
Secondo Dario Polli, del Politecnico di Milano e uno degli autori principali dello studio, “L’Europa dispone di uno straordinario talento scientifico, ma troppo spesso perdiamo slancio tra la scoperta e l’applicazione”. E aggiunge: “Abbiamo bisogno di un percorso più continuo che consenta alle idee promettenti di passare dalla ricerca fondamentale a tecnologie, imprese e soluzioni capaci di generare impatto economico e sociale”.
Nel testo si parla anche di “trappola delle tecnologie intermedie”: “L’Europa è in una ‘trappola delle tecnologie intermedie’: siamo specializzati in settori maturi come l’automotive e i macchinari industriali, mentre settori di frontiera come l’IA e le biotecnologie rimangono troppo piccoli”, dice Giorgio Presidente, dell’Università Bocconi. Il punto non è “abbandonare” i settori maturi, ma capire come creare condizioni perché nuove filiere tecnologiche crescano, generando imprese, posti di lavoro qualificati e capacità di decisione su tecnologie cruciali.
In altre parole, competitività scientifica e benessere sociale sono più collegati di quanto sembri.
Meno burocrazia e più continuità: che cosa cambierebbe davvero
Un nodo pratico riguarda come si assegnano i fondi. I ricercatori propongono candidature più rapide e valutazioni più concentrate sulla sostanza dell’idea e sul potenziale utilizzo. Inoltre chiedono che le agenzie nazionali assumano impegni pluriennali per sostenere progetti eccellenti che superano con successo la valutazione europea ma che non possono essere finanziati con il budget Ue disponibile.
Amanda Silva Brun, del Consiglio nazionale della ricerca scientifica francese e prima autrice dello studio, sottolinea che “Per trasformare un maggior numero di scoperte scientifiche in nuove tecnologie, prodotti e servizi che raggiungano il mercato, sarebbe utile disporre nelle nostre istituzioni di un percorso più chiaro, con passaggi ben definiti, tempistiche prevedibili e procedure semplificate”. E conclude: “Rendere l’intero processo più semplice da seguire potrebbe consentire a un maggior numero di noi di trasformare la conoscenza in soluzioni per la società”. Qui l’impatto non è astratto: tempi prevedibili e procedure semplici possono determinare se un’idea diventa un prototipo, una start-up, una collaborazione industriale o resta bloccata.
Le idee chiave da ricordare sulla ricerca di frontiera in Europa
L’appello pubblicato su Science collega innovazione e competitività a due leve concrete: investire di più nella ricerca di base e di frontiera e ridurre gli ostacoli burocratici che rallentano il passaggio dalla scoperta all’applicazione.
La richiesta nasce anche dall’esperienza di Inpact!, rete nata che dal 2023 riunisce oltre 120 ricercatori-innovatori di 20 Paesi dello Spazio europeo della ricerca, vincitori di bandi del Consiglio Europeo della Ricerca (Erc). In prospettiva, la scommessa è che un ecosistema che accompagna le idee lungo tutte le fasi, dalla ricerca al mercato, aumenti l’impatto economico e sociale delle scoperte scientifiche.
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