cosa succede ora in manovra finanziaria senza soldi e tesoretto


Il Tfs degli statali torna al centro del dibattito politico proprio mentre il governo prepara la manovra finanziaria 2027 con margini molto stretti. Da una parte c’è la Corte costituzionale, che ha chiesto di superare i ritardi e le rate nel pagamento della buonuscita dei dipendenti pubblici. Dall’altra c’è un conto molto salato: secondo le stime Inps, eliminare insieme il rinvio iniziale e la rateizzazione porterebbe l’esborso complessivo a 15,6 miliardi di euro. La domanda che si pongono centinaia di migliaia di lavoratori è semplice: i tempi di liquidazione si ridurranno davvero? 

Che cos’è il Tfs e perché gli statali aspettano così tanto

Il Trattamento di fine servizio (Tfs) è la buonuscita spettante a gran parte dei dipendenti pubblici assunti prima del 2001, mentre per i più giovani si applica il Tfr, con regole simili quanto ai tempi di erogazione. Nel settore privato il Tfr arriva in pochi giorni o settimane dalla cessazione del rapporto. Nel pubblico impiego, invece, il pagamento è differito e rateizzato.

La prima somma viene versata, in generale, dopo 12 mesi se l’uscita avviene per raggiunti limiti di età o di servizio. Si sale a 24 mesi negli altri casi, come dimissioni volontarie o licenziamento. A questi termini si aggiungono i giorni di lavorazione amministrativa. Poi scatta la rateizzazione: rata unica fino a 50.000 euro, due rate annuali tra 50.000 e 100.000 euro, tre rate annuali oltre i 100.000 euro. 

Si tratta di regole nate negli anni Novanta e Duemila come misure di emergenza per contenere l’indebitamento, e mai davvero superate. Per i sindacati, il risultato è una specie di prestito forzoso a tasso zero che il lavoratore concede allo Stato con il proprio salario già maturato.

La Consulta cambia passo: l’ordinanza n. 25 del 2026

La Corte costituzionale era già intervenuta in passato, nel 2019 e nel 2023, con richiami al legislatore che sono rimasti però in larga parte senza seguito. Con l’ordinanza n. 25 del 5 marzo 2026 la Consulta ha cambiato registro. Non si è limitata a un monito, ma ha fissato una scadenza precisa: se entro il 14 gennaio 2027 il Parlamento non avrà approvato una riforma strutturale, graduale ma credibile, la Corte dichiarerà l’illegittimità costituzionale della norma. 

Il punto è rilevante perché i giudici contestano non solo il differimento della prima rata, ma anche la rateizzazione. Il nodo, sul piano costituzionale, riguarda l’articolo 36 della Costituzione, cioè il diritto a una retribuzione adeguata. Una somma già maturata che arriva dopo anni, senza rivalutazione, perde valore reale.

La Corte ha scelto un approccio prudente. Ha concesso al Parlamento dodici mesi per individuare una soluzione strutturale, tenendo conto dell’impatto che un’abolizione immediata avrebbe sulla finanza pubblica. Traduzione: la Consulta non chiede di pagare tutto subito, ma di costruire un percorso credibile. 

Quanto costerebbe cancellare i ritardi: i numeri dell’Inps

Ed ecco il cuore del problema. Secondo i dati presentati dall’Inps davanti alla Corte, cancellare subito i ritardi sul pagamento del Tfs agli statali costerebbe oltre 15 miliardi di euro. Il dettaglio delle stime è questo:

  • 4,2 miliardi di euro per eliminare il solo differimento iniziale, cioè l’attesa di nove mesi;
  • 11,6 miliardi di euro per abolire la rateizzazione;
  • 15,6 miliardi di euro se si cancellano entrambi i meccanismi.

Si tratta di un costo che, per l’Avvocatura dello Stato, mette in luce un rischio sistemico per la tenuta dei conti pubblici, con un esborso stimato in oltre 15 miliardi in tre anni. La tesi difensiva è che i tempi del Tfs siano una prerogativa del legislatore, chiamato a bilanciare diritti individuali e sostenibilità dei conti.

Non tutti condividono queste cifre. La Flp Cgil ha messo in discussione le stime dell’Inps, sostenendo che stonano con le valutazioni della Ragioneria generale dello Stato, che avrebbe quantificato in circa 22 milioni di euro il costo della riduzione di tre mesi prevista dall’ultima manovra. Il divario tra i numeri dipende anche da che cosa si conteggia e su quale orizzonte temporale: un conto è il costo di una riduzione parziale, un altro l’effetto di un’abolizione integrale e immediata.

Manovra 2027: perché i soldi non ci sono (o sono pochissimi)

Ora la palla passa alla manovra 2027, ed è qui che nasce lo scetticismo. Il quadro dei conti pubblici è tutt’altro che rassicurante. I dati Istat del 22 settembre confermano che nel 2025 il rapporto tra deficit e Pil si è fermato al 3,1%, ancora sopra la soglia del 3% prevista dalle regole europee. Sfuma così l’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo, sulla quale il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva puntato per avere più spazio. 

Il ministro ha descritto la situazione con l’immagine di una barca a remi: nessun vento in poppa, nessun margine extra da distribuire. Nella manovra 2026 quel margine era stimato attorno agli 8 miliardi, mentre per il 2027 è molto ridotto o assente. E le priorità dichiarate dal governo sono altre: il taglio dell’Irpef al ceto medio, accanto a interventi su stipendi, contratti e pensioni. Sul tavolo ci sono anche dossier costosi come la flat tax sugli aumenti dei giovani e le ipotesi di flessibilità in uscita sulle pensioni. 

Sul piano del calendario, il testo va inviato al Parlamento entro il 20 ottobre, che avrà poi tempo fino al 31 dicembre per discuterlo e approvarlo. La scadenza della Consulta, il 14 gennaio 2027, arriva quindi pochi giorni dopo la chiusura della sessione di bilancio. Se il Tfs non entra nella manovra, resta solo un’ipotesi: intervenire con un provvedimento separato in tempi strettissimi.

Gli scenari possibili

Che cosa può succedere, dunque, nelle prossime settimane? Gli scenari realistici sono tre.

1. Riforma graduale in manovra. È la strada indicata dalla Consulta. Il governo potrebbe scaglionare la riduzione dei tempi su più anni, magari partendo dalle prime rate e dagli importi più bassi. Il costo annuo sarebbe distribuito e più sostenibile, ma servirebbe comunque una copertura certa, in un anno in cui le risorse scarseggiano.

2. Interventi minimi e rinvio. L’esecutivo potrebbe limitarsi a confermare la riduzione a nove mesi già prevista dal 2027 e a rafforzare gli strumenti di anticipo con Cdp. Sarebbe la soluzione meno onerosa, ma rischierebbe di non convincere la Corte, che ha chiesto un percorso strutturale e credibile.

3. Pronuncia di incostituzionalità. Se il Parlamento non agisce, la Consulta potrebbe dichiarare illegittima la norma. Con effetti potenzialmente pesanti sui conti, fino ai 15,6 miliardi stimati dall’Inps. Uno scenario che nessuno, al Mef, vorrebbe affrontare in piena procedura per deficit eccessivo.

Il fronte sindacale è compatto nel chiedere un intervento. La Cisl Fp ha ricordato di aver raccolto oltre 80mila firme per chiedere l’allineamento dei tempi del Tfs a quelli del Tfr privato, sostenendo che il salario dei dipendenti pubblici non può essere usato per esigenze di bilancio. Anche altre sigle chiedono che la manovra contenga almeno un calendario chiaro e vincolante.

Si riusciranno davvero a ridurre i tempi di liquidazione?

La risposta onesta è che molto dipende dalla volontà politica più che dai numeri. Da un lato, la Consulta ha fissato un termine e non ha alcun interesse a tornare ancora una volta sul tema con un semplice monito: la credibilità della Corte è in gioco. Dall’altro, il governo deve conciliare un obbligo costituzionale con vincoli europei rigidi e con promesse elettorali già in agenda.

È probabile che si arrivi a una soluzione intermedia: una riduzione progressiva dei tempi, accompagnata da anticipi facilitati e da un piano pluriennale. Una cancellazione integrale e immediata dei ritardi, oggi, appare difficile da finanziare, proprio per l’impatto stimato dall’Inps. Resta però da capire se una riforma “a piccoli passi” sarà giudicata sufficiente dai giudici costituzionali.

 

Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi � un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l’Universit� Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e societ� di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli …


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