L’Unione europea si trova nuovamente ad affrontare un’improvvisa ombra di incertezza sulle proprie forniture energetiche, questa volta per vicende legate né all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia né al conflitto in Medio Oriente. A far temere un acuirsi della crisi energetica, questa volta, è una nuova, sorprendente mossa di Donald Trump. Negli ambienti diplomatici e tecnici di Bruxelles cresce infatti la preoccupazione per la possibilità che la Casa Bianca decida di bloccare o limitare severamente le esportazioni americane di diesel. Un’eventualità del genere colpirebbe al cuore un mercato europeo, che importa attualmente dagli Usa circa il 50% delle proprie forniture e da tempo è provato dalla riorganizzazione dei flussi commerciali seguita alle sanzioni contro Mosca. Per prevenire scenari critici, la Commissione europea ha aperto un canale diretto di confronto diplomatico con Washington, cercando garanzie sulla continuità dei flussi di raffinati commerciali verso il Vecchio continente. Ma, si sa, con Trump, con un Trump in forte difficoltà con il proprio elettorato e con le elezioni di metà mandato che si avvicinano, tutto può succedere. Anche che blocchi le forniture estere venendo meno agli accordi internazionali, nel tentativo di far scendere i prezzi dei carburanti in America e riconquistare qualche consenso tra gli elettori.
Una simile ipotesi, vista da questa parte dell’Atlantico, avrebbe conseguenze fortemente negative. La dipendenza dell’Europa dal combustibile d’oltreoceano è diventata un punto strutturale negli ultimi anni, rendendo il nostro continente particolarmente vulnerabile alle scelte elettorali e politiche interne statunitensi. L’eventuale blocco dell’export produrrebbe scossoni immediati sulla catena di distribuzione, aumentando l’inflazione e gravando sui costi di trasporto delle merci. Le diplomazie comunitarie sottolineano l’importanza della cooperazione strategica tra alleati transatlantici, evidenziando come una stretta unilaterale minerebbe la stabilità economica dei partner occidentali in una fase già delicata. «Siamo un grande importatore di diesel statunitense», ha spiegato sempre in conferenza stampa la portavoce della Commissione Ue per l’Energia, Anna-Kaisa Itkonen, indicando che nell’agosto 2026 la quota proveniente dagli Stati Uniti era pari appunto a «circa il 50%» delle importazioni europee. L’altro ieri Politico ha scritto che la Casa Bianca avrebbe preso in esame anche un possibile stop alle esportazioni oltre oceano della durata di 90 giorni, ma questa ipotesi è stata poi smentita da un funzionario dell’amministrazione. L’allarme però, a Bruxelles, resta alto anche in caso di significative limitazioni.
I vertici Ue sanno che da questo punto di vista la situazione è nelle mani di Trump, che deve far fronte a una situazione complicata, con i consensi che complice anche il caro carburante sono ai minimi storici e le elezioni di mid-term che si avvicinano. il remio Nobel Paul Krugman nella sulla sua newsletter Substack: «In questi giorni c’è un forte odore di disperazione che promana dal Partito Repubblicano, e puzza molto di fumi di diesel. Tutto indica che il GOP stia andando incontro a una grande sconfitta alle elezioni di metà mandato, e l’impennata dei prezzi del carburante — specialmente del diesel — è un fattore significativo nelle scarse prospettive del partito. Ora Trump sta valutando un divieto di esportazione del diesel americano per ridurre temporaneamente i prezzi interni del diesel. Non è chiaro se questo accadrà davvero, ma penso che un divieto di esportazione del diesel sia altamente probabile, e non solo perché sarebbe una delle poche mosse disperate rimaste a un presidente epicamente corrotto». Proseguendo nella sua analisi, l’economista statunitense accusa apertamente l’amministrazione di calpestare la fiducia commerciale internazionale e la continuità dei contratti già in essere con i Paesi partner: «Oltre a ciò, un improvviso divieto sulle esportazioni di diesel costituirebbe, nei fatti, una promessa infranta — una violazione de facto di molteplici contratti. Sarebbe un tradimento nei confronti delle compagnie energetiche che hanno investito nella capacità di raffinazione. Ancora più importante, sarebbe una violazione della fiducia verso gli alleati dell’America, in particolare verso chiunque abbia creduto nella visione di Trump di un futuro energetico incentrato sugli Stati Uniti. E rompere la fiducia, violare i contratti, è un’azione estremamente tipica dello stile di Trump». Infine, Krugman evidenzia come una misura protezionistica di questo tipo non risolverebbe i problemi strutturali dell’inflazione, finendo al contrario per destabilizzare i mercati globali: «Come imprenditore, era famoso per non pagare i fornitori e gli appaltatori, rifiutando di saldarli per il loro lavoro o pretendendo che accettassero un pagamento parziale. La sua politica sui dazi comporta, nel suo nucleo profondo, l’interruzione di decenni di solenni accordi internazionali. Il suo percorso in politica interna è stato un susseguirsi di promesse infrante. Tagliare le esportazioni ridurrebbe temporaneamente i prezzi intorno al Texas, ma farebbe salire i prezzi nel resto del mondo, e in questo caso il resto del mondo include gran parte degli stessi Stati Uniti».
Se queste sono le riflessioni di Krugman, su quest’altra sponda dell’Atlantico, l’Italia muove i suoi passi per contrastare in anticipo un eventuale contraccolpo energetico e contenere i rincari sui distributori di casa nostra. A fronte delle tensioni geopolitiche ed economiche in corso, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, unitamente al ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno ufficialmente convocato per un vertice i principali operatori e rappresentanti delle raffinerie nazionali. L’obiettivo di questo incontro fissato in agenda per l’8 ottobre, spiega una nota, è «valutare come le raffinerie nazionali possano aumentare la produzione dei principali prodotti per mitigare gli effetti dell’attuale scenario internazionale sull’approvvigionamento del Paese».
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