L’estate 2026 a mia memoria è stata una delle più calde mai registrate in Italia e in Europa. Ma è stata anche il momento in cui il rischio climatico fisico ha smesso di essere una variabile di lungo periodo per diventare un fattore macroeconomico concreto, capace di influenzare crescita, prezzi e scelte di portafoglio.
Ondate di calore prolungate, siccità e incendi hanno generato costi stimati intorno all’1% del PIL dell’Unione europea, con impatti più marcati su Francia, Italia e Spagna. La produttività del lavoro è calata, le rese agricole sono diminuite e l’inflazione alimentare ha subito nuove pressioni, mentre il sistema energetico ha registrato tensioni sul lato della domanda e dell’offerta. Questi shock non restano confinati all’economia reale, ma si trasmettono ai mercati azionari e obbligazionari, creando differenziazioni settoriali nette tra chi subisce i costi e chi può trarre vantaggio dalle soluzioni di adattamento. Per gli investitori si apre così una nuova dimensione di analisi, che integra il rischio fisico climatico nelle decisioni di allocazione tra azioni e obbligazioni.
La settimana appena conclusa a Piazza Affari si è rivelata piuttosto altalenante e caratterizzata da una certa volatilità (attesa man mano che ci avviciniamo alle elezioni americane di mid-term), con esiti diversi a seconda del segmento di mercato considerato. Il FTSE MIB, dopo un avvio di settimana incoraggiante, ha chiuso la settimana con un leggero rialzo dello 0,62% (+15,40% dall’inizio dell’anno). L’indice ha oscillato tra i 51.850 e i 52.050 punti circa, toccando giovedì un minimo di quattro settimane in area 51.543, per poi recuperare parzialmente nell’ultima seduta grazie soprattutto al buon andamento delle banche. Sul mercato hanno invece pesato le aspettative di tassi d’interesse destinati a restare elevati più a lungo, le oscillazioni del petrolio e ovviamene la situazione geopolitica
Chiude invece in negativo dello 0,72% (-2,25% dall’inizio dell’anno). L’indice delle mid e small cap ad alta governance ha sofferto soprattutto nella seduta di giovedì, con un ribasso vicino all’1,4% e ha poi mostrato un recupero solo marginale o quasi piatto venerdì.
Un’altra storia, invece, per il FTSE Italia Growth, che è riuscito a chiudere la settimana con una performance positiva dello 0,59% (+9,43% dall’inizio dell’anno), dimostrando una maggiore resilienza rispetto ai listini principali, beneficiando di un interesse selettivo che gli ha permesso di consolidare un lieve vantaggio.
Nel complesso, la settimana è stata influenzata da fattori sia globali sia domestici. Tra questi, le forti oscillazioni del petrolio, poi parzialmente attenuate dalle ipotesi di un accordo graduale per la riapertura dello Stretto di Hormuz, le aspettative sui tassi e il focus sul risiko bancario italiano, oltre a notizie societarie specifiche.
Miglior titolo della settimana Banco BPM (+4,35%). Già da lunedì il titolo di Piazza Meda è partito con decisione, guadagnando oltre il 4% in una sola seduta, dopo che alcune indiscrezioni di stampa avevano riportato che UniCredit e Crédit Agricole starebbero valutando un’iniziativa congiunta sull’istituto. Secondo tali fonti, l’ipotesi discussa anche con le autorità italiane prevederebbe tra i possibili scenari una spartizione di Banco BPM, con i francesi (già primi azionisti con quasi il 30%) destinati a ricevere circa un terzo delle attività. Questo ha riacceso le scommesse su operazioni di consolidamento e ha tenuto vivo l’interesse degli investitori per tutto il resto della settimana, con nuovi rialzi anche venerdì.
UniCredit ha beneficiato in parallelo delle notizie di stampa su Banco BPM, chiudendo la settimana come terzo miglior titolo con una performance del 3%. Precisiamo che le trattative ufficiali non sono ancora state confermate dalle parti.
Secondo miglior titolo Stmicroelectronics (+4,60%), trainato dal rimbalzo del settore tecnologico e dei semiconduttori in generale. Il titolo ha guadagnato terreno soprattutto lunedì, in linea con il miglioramento del sentiment globale su chip e intelligenza artificiale e ha poi partecipato al recupero di venerdì insieme ad altri nomi del comparto come Prysmian e Technoprobe. STM ha quindi capitalizzato il ritorno di interesse verso i semiconduttori. Peggior titolo della settimana Telecom Italia che lascia sul campo il 6,62% risentendo della riapertura dei termini dell’Opas di Poste Italiane, terminata proprio venerdì 25 settembre. Durante questa seconda fase le adesioni non sono state particolarmente brillanti e in alcuni giorni si sono registrate uscite nette rispetto al periodo precedente.
Il mercato ha mostrato incertezza sulla possibilità di raggiungere la soglia del 90% necessaria per lo squeeze-out e il delisting, alimentando prese di beneficio e volatilità sul titolo. Secondo peggior titolo, Fincantieri (-5,71%). Nonostante una notizia che sulla carta poteva sembrare positiva, La società ha finito per essere uno dei peggiori. Giovedì la joint venture Orizzonte Sistemi Navali, controllata al 51% dal gruppo e al 49% da Leonardo, ha firmato un contratto da circa 3,7 miliardi di euro con Occar per la costruzione di due cacciatorpedinieri di nuova generazione destinati alla Marina Militare.
Si tratta di un ordine importante, ma le consegne sono previste solo nel 2033 e nel 2035. Il mercato ha reagito con forti vendite e il titolo ha perso oltre il 5% in quella sola seduta, diventando la maglia nera del listino. Probabilmente hanno pesato prese di beneficio dopo i rialzi precedenti e una certa delusione sul fatto che i benefici concreti dell’operazione arriveranno tra molti anni.
Terzo peggior titolo Stellantis (-5,12%) che ha proseguito la sua lunga fase di debolezza e ha toccato i minimi degli ultimi dieci anni. Il titolo ha sofferto in particolare dopo la pubblicazione dei dati Acea sulle immatricolazioni di agosto in Europa, dove il gruppo ha registrato una crescita intorno al 3,5%, inferiore a quella del mercato nel suo complesso. A questo si aggiungono le preoccupazioni strutturali già presenti da mesi, ovvero margini sotto pressione, forte concorrenza cinese, difficoltà nel passaggio all’elettrico e diversi downgrade da parte degli analisti
L’estate 2026 resterà negli annali non soltanto come una delle più calde mai registrate in Europa, ma come il momento in cui il rischio climatico fisico ha smesso di essere una variabile di lungo periodo per diventare un fattore macroeconomico di breve e medio termine, capace di influenzare in modo misurabile la crescita, i prezzi e le scelte di allocazione dei portafogli. Le ondate di calore prolungate, le siccità e gli incendi boschivi che hanno colpito gran parte del continente hanno generato costi economici stimati da diverse istituzioni tra lo 0,8% e l’1,1% del PIL dell’Unione europea, equivalente a circa 180 miliardi di euro. In alcuni Paesi le perdite di crescita annua sono risultate ancora più marcate. Secondo le stime di Triodos Bank, la Francia avrebbe subito un contraccolpo di circa 1,4 punti percentuali, l’Italia di circa 1,1 e la Spagna di poco meno di un punto. Alcuni analisti proiettano uno scenario di stress che vede i cinque anni più caldi del periodo 2014-2024 sul quinquennio 2026-2030, quantificando perdite cumulative di PIL comprese tra il 5% e il 7% per le economie più esposte, con cifre assolute nell’ordine di 126-147 miliardi di euro per l’Italia, oltre 200 per la Francia e oltre 100 per Germania e Spagna.
Questi numeri non sono più esercizi teorici, ma il riflesso di una realtà osservata nel corso di mesi in cui i termometri hanno costantemente superato la soglia critica dei 30-35 gradi, oltre la quale la produttività del lavoro cala in modo non lineare di circa il 3% per ogni grado aggiuntivo, la domanda di energia per il raffrescamento aumenta dell’1-1,2% e le rese agricole cominciano a deteriorarsi in modo significativo. Il meccanismo di trasmissione è multiplo e si articola su diversi canali.
Il primo e più immediato è quello della produttività del lavoro. Nei settori outdoor – edilizia, agricoltura, logistica, turismo – le ore lavorabili si riducono o la resa oraria cala drasticamente. Studi recenti
confermano che, al di sopra dei 30 gradi, ogni grado in più genera una perdita media di output orario intorno ai 1,3 dollari a parità di potere d’acquisto, pari a circa il 3% della produttività media.
In un’Europa ancora caratterizzata da una penetrazione dell’aria condizionata molto inferiore a quella americana (intorno al 19% contro il 90%), l’effetto è amplificato.
Il secondo canale è energetico. La domanda di elettricità per il raffreddamento sale, mentre la produzione da nucleare e idroelettrico viene limitata dalle temperature eccessive dei fiumi e dai livelli idrici troppo bassi. In Francia, più reattori di EDF sono stati temporaneamente fermati o ridotti di potenza. I prezzi all’ingrosso dell’energia hanno registrato picchi, con conseguenze sui costi delle imprese energivore. Il terzo canale è agricolo e alimentare. La Commissione europea e le associazioni di settore hanno rivisto al ribasso le stime di rese per cereali, mais, girasole e olio d’oliva. La sola ondata di giugno avrebbe cancellato milioni di tonnellate di produzione cerealicola, con perdite di fatturato per gli agricoltori nell’ordine di miliardi di euro. L’effetto sui prezzi al consumo non è immediato ma progressivo. Oxford Economics stima che caldo e siccità possano aggiungere fino a un punto percentuale all’inflazione alimentare dell’area euro nel corso del 2027, dopo un passaggio attraverso i prezzi alla produzione e alla distribuzione.
Il quarto canale è quello dei danni fisici diretti. Incendi, stress sulle infrastrutture, interruzioni dei trasporti fluviali e ferroviari, aumento dei costi sanitari e delle spese di emergenza. A questi si aggiunge l’impatto sul turismo e sulla ristorazione outdoor, con cali di fatturato significativi in diverse località durante i picchi di calore.
Sul piano macroeconomico, il quadro che emerge è potenzialmente stagflazionistico. Da un lato si riduce l’offerta aggregata (produttività, agricoltura, energia), mentre dall’altro aumentano alcuni componenti dell’inflazione, quali in primis alimentari ed energia. La crescita nominale può essere sostenuta dai prezzi più alti, ma quella reale soffre. I conti pubblici risentono di un doppio effetto. Minori entrate fiscali, stimabili in una riduzione annua dell’1,3% circa in Italia e Spagna, fino all’1,8% in Francia e maggiori uscite per aiuti di emergenza, indennizzi agricoli, riparazioni e sanità. In un’area euro già impegnata in percorsi di consolidamento fiscale e con regole di bilancio più stringenti, questo “conto climatico” riduce ulteriormente i margini di manovra.
Per l’Italia, Paese tra i più esposti per combinazione di clima, struttura produttiva (peso di agricoltura e PMI outdoor) e livelli di debito, il rischio è quello di un ulteriore freno ad una crescita già moderata, con possibili effetti secondari sullo spread e sulla percezione di sostenibilità del debito se gli shock si ripetessero con frequenza crescente.
Passando ai mercati finanziari, le implicazioni per le azioni e le obbligazioni sono differenziate e richiedono selettività. Sul fronte azionario, i settori più penalizzati nel breve termine sono quelli più esposti al rischio fisico diretto o a costi di input elevati. L’agricoltura e l’industria alimentare vedono comprimersi i margini a causa di rese inferiori e prezzi delle materie prime volatili. Alcune imprese di trasformazione riescono a trasferire i costi, altre no. I settori chimici e industriali energivori soffrono dei prezzi dell’energia e di eventuali interruzioni produttive legate alla scarsità d’acqua. Il turismo e l’hospitality outdoor registrano cali di fatturato nei periodi di picco.
Al contrario, emergono opportunità relative in diversi comparti. Le utilities regolate e quelle con asset di rete e di generazione rinnovabile possono beneficiare di una maggiore domanda di elettricità e di investimenti pubblici e privati in resilienza delle reti. Le società specializzate in soluzioni di adattamento – raffrescamento, efficienza idrica, materiali resistenti al calore, agricoltura di precisione – vedono accelerare i propri mercati di riferimento. Le assicurazioni presentano invece un profilo duale. Da un lato subiscono infatti un aumento dei sinistri (anche se il “protection gap” rimane ampio, perché gran parte dei danni da calore – mortalità, produttività, stress infrastrutturale – non è coperta dalle polizze tradizionali), mentre dall’altro l’aumento della consapevolezza del rischio spinge la domanda di prodotti parametrici e di soluzioni innovative.
Il mercato europeo delle assicurazioni parametriche è destinato a crescere a ritmi elevati nei prossimi anni. Nel breve termine, alcuni beni di consumo legati al caldo (gelati, bevande, abbigliamento leggero, elettrodomestici per il raffrescamento) registrano un’impennata delle vendite, anche se l’effetto tende a esaurirsi una volta superata l’emergenza.
Per le obbligazioni il quadro è altrettanto articolato. I titoli di Stato dei Paesi più esposti possono incorporare un leggero premio per il rischio climatico, soprattutto se gli shock ripetuti aggravano i percorsi
di deficit e debito. In un contesto già caratterizzato da rialzi dei rendimenti a lungo termine legati all’offerta di debito e alle preoccupazioni fiscali, gli eventi climatici agiscono come un ulteriore fattore di pressione selettiva. Al contrario, le obbligazioni green, sustainability-linked e quelle emesse da soggetti con solidi piani di adattamento e mitigazione continuano a beneficiare di una domanda strutturale da parte di investitori istituzionali vincolati da mandati ESG e dalla tassonomia europea.
La BCE ha già iniziato a integrare il rischio climatico nelle valutazioni del collaterale utilizzato nelle operazioni di rifinanziamento. A partire dal secondo semestre 2026 infatti gli haircut su titoli di emittenti ad alta intensità carbonica o con elevati rischi di transizione saranno più severi. Questo meccanismo accelera il riprezzamento del rischio climatico all’interno del mercato obbligazionario e può influenzare il costo del funding anche al di fuori delle operazioni di politica monetaria. Per gli emittenti corporate, la capacità di dimostrare resilienza fisica e piani concreti di adattamento diventa un elemento di pricing sempre più rilevante. Spread più compressi per chi è allineato, più ampi per chi resta esposto senza strategie di mitigazione.
Dal punto di vista della costruzione di portafoglio, l’estate 2026 rafforza alcune indicazioni che già erano emerse negli anni scorsi. In primo luogo, la duration complessiva va gestita con attenzione. Tassi più elevati e rischi di stagflazione limitano il potenziale di rialzo dei prezzi dei bond a lunga scadenza, privilegiando scadenze intermedie e titoli inflation-linked o con cedole variabili. In secondo luogo, l’esposizione geografica e settoriale deve incorporare il rischio fisico. Sovrappesare in modo indiscriminato i mercati dell’Europa meridionale senza selettività settoriale può rivelarsi costosa in presenza di nuove ondate di calore. In terzo luogo, l’allocazione ESG non può più limitarsi alla dimensione di transizione (riduzione delle emissioni) ma deve integrare quella di adattamento (capacità di resistere agli shock fisici). I green bond di qualità emessi da utilities, operatori di infrastrutture idriche e società di tecnologie ambientali offrono un profilo rischio-rendimento interessante in questo contesto. Last but not least, le azioni di qualità con pricing power, bilanci solidi e capacità di trasferire i costi restano preferibili rispetto a titoli ciclici o a leva elevata esposti a settori outdoor.
Gli investitori istituzionali e i family office dovrebbero valutare un aumento dell’esposizione a strumenti alternativi legati all’adattamento climatico, inclusi fondi di private equity e private debt specializzati in infrastrutture resilienti e tecnologie di efficienza. L’Italia, per le sue caratteristiche geografiche, economiche e demografiche, si trova in una posizione particolarmente esposta ma anche potenzialmente opportunistica. Le perdite potenziali stimate di PIL cumulato sottolineano la necessità di accelerare gli investimenti in adattamento. Che significa reti elettriche più robuste, edifici efficienti, agricoltura di precisione, gestione idrica, sistemi di allerta precoce e protezione dei lavoratori outdoor. Questi investimenti, se sostenuti da risorse europee (Next Generation EU residuale, fondi di coesione, eventuali nuovi strumenti dedicati) e da capitali privati, possono generare opportunità di crescita per le imprese italiane nei settori delle utilities, delle costruzioni specializzate, della meccanica agricola e delle tecnologie ambientali.
Sul mercato obbligazionario, i BTP continuano a beneficiare di una domanda domestica solida e di fondamentali fiscali relativamente migliori rispetto ad altri emittenti, ma non sono immuni da un eventuale aumento del premio per il rischio climatico se gli shock si ripetessero. La selettività sugli emittenti corporate italiani – privilegiando quelli con piani concreti di resilienza – diventa quindi essenziale. In prospettiva, il messaggio principale che emerge dall’estate 2026 è che il rischio climatico fisico non è più un’esternalità da gestire con orizzonti trentennali. È una variabile ciclica e strutturale che interagisce con la politica monetaria, la politica fiscale e le dinamiche di mercato. Le banche centrali si trovano di fronte a un trade-off più complesso, ovvero bilanciare gli shock di offerta che spingono l’inflazione mentre deprimono la crescita reale.
I governi sono chiamati a bilanciare il consolidamento fiscale e la necessità di investire per l’adattamento.
Gli investitori devono integrare questi fattori nelle loro analisi di rischio e nelle loro allocazioni, superando la dicotomia tra “investimenti ESG” e “investimenti tradizionali”. La capacità di distinguere tra emittenti e settori che subiscono passivamente gli shock e quelli che li trasformano in opportunità di business e di finanziamento sarà uno dei principali driver di performance nei prossimi anni.
L’analisi dei dati disponibili, relativi alle revisioni di rese agricole della Commissione, dai report su perdite assicurative ai segnali di pricing sui mercati del credito, indica che il 2026 ha rappresentato un punto di svolta nella percezione del rischio. Non si tratta di prevedere con esattezza la prossima ondata di calore, ma di riconoscere che la probabilità di eventi estremi è aumentata e che i loro costi economici e finanziari sono ormai quantificabili e materialmente rilevanti.
Per i portafogli di azioni e obbligazioni questo si traduce in una maggiore attenzione alla selettività settoriale e geografica, a una duration più consapevole, a un’esposizione strutturale a temi di adattamento e a una valutazione più rigorosa del rischio climatico fisico nei modelli di rischio e di pricing. In un mondo in cui la crescita potenziale europea è già moderata e i tassi di interesse sono tornati a livelli normalizzati, la capacità di gestire e trasformare il rischio climatico diventerà un elemento competitivo decisivo, sia per le imprese sia per gli investitori.
Gli effetti di secondo e terzo ordine meritano altrettanta attenzione. Una riduzione prolungata della produttività in alcuni settori può accelerare processi di riallocazione del lavoro e di automazione, con
implicazioni positive di lungo termine ma costi di aggiustamento nel breve. L’aumento dei prezzi alimentari può aggravare le pressioni distributive e influenzare le dinamiche salariali, alimentando second-round effects sull’inflazione. La pressione sui conti pubblici può rafforzare la domanda di strumenti di condivisione del rischio a livello europeo, inclusi eventuali meccanismi di assicurazione o di finanziamento congiunto per l’adattamento. Sul mercato dei capitali, l’integrazione del rischio climatico nelle decisioni di investimento istituzionale e nelle politiche delle banche centrali può accelerare la divergenza tra emittenti “resilienti” e “vulnerabili”, creando opportunità di relative value sia sull’azionario sia sull’obbligazionario.
Per gli investitori, e in particolare per quelli orientati ad un orizzonte di medio-lungo periodo, l’estate 2026 offre quindi una lezione concreta. Il portafoglio non può più ignorare la dimensione fisica del rischio climatico. Una combinazione di titoli di Stato a duration moderata, obbligazioni green e sustainability-linked di emittenti solidi, azioni di utilities e di società di tecnologie di adattamento, e una selettività elevata sui settori outdoor e agricoli, rappresenta un approccio pragmatico. Al tempo stesso, il monitoraggio costante degli indicatori di stress climatico – temperature, livelli idrici, rese agricole, prezzi energetici, perdite assicurative – deve entrare a far parte della routine delle analisi macro, al pari dei dati di inflazione, crescita e politica monetaria. Solo così sarà possibile trasformare un rischio sistemico crescente in un insieme di opportunità di investimento e di protezione del capitale.
Cercando di riassumere, gli eventi climatici estremi dell’estate 2026 hanno dimostrato che il caldo non è più soltanto un fenomeno meteorologico o sanitario, ma è diventato un fattore macroeconomico e finanziario a tutti gli effetti. Le stime di perdita di PIL, gli effetti sull’inflazione alimentare, le tensioni sul sistema energetico e i differenziali settoriali sui mercati azionari e obbligazionari forniscono un quadro chiaro e quantificabile. Per i gestori di portafoglio e per gli investitori la risposta non può essere quella dell’indifferenza o della mera esclusione di alcuni settori.
Deve essere quella di un’integrazione consapevole del rischio, di una selettività rafforzata e di un orientamento verso le soluzioni di adattamento e resilienza. In un contesto europeo caratterizzato da crescita moderata, tassi normalizzati e vincoli fiscali, chi saprà leggere e anticipare queste dinamiche avrà un vantaggio competitivo significativo. L’estate 2026 ha fornito i dati, spetta ora agli investitori trarne le conseguenze operative per i propri portafogli di azioni e obbligazioni.
Antonio Tognoli
Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.
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