Dopo Nova, l’appuntamento annuale del M5S, il confronto si sposta sulle proposte economiche. Stefano Patuanelli, oggi vicepresidente del M5S con delega, tra l’altro, alla promozione delle Pmi, indica la linea.
Quali sono i pilastri della vostra idea di politica industriale?
«Per me lo Stato deve tornare ad avere la capacità di indicare dove vuole portare il Paese tra dieci anni. Fondo per la crescita e banca pubblica devono orientare risorse verso l’economia reale, condividere il rischio degli investimenti e proteggere capacità produttive strategiche. Penso alla meccanica avanzata, alla microelettronica, alle tecnologie energetiche, alla farmaceutica, all’agroalimentare e alle infrastrutture digitali, senza abbandonare acciaio e chimica. Dobbiamo saper produrre le tecnologie della transizione, accompagnando la ricerca fino al mercato. Il Mezzogiorno può essere uno dei motori energetici, industriali e logistici di questo progetto. L’obiettivo è tenere insieme innovazione, sostenibilità ambientale e giustizia sociale».
Da dove partirebbe per recuperare competitività?
«Rimetterei al centro gli investimenti e il potere d’acquisto. Un’impresa ha bisogno di energia a costi sostenibili, credito e regole prevedibili, ma anche che qualcuno compri ciò che produce. Se impoveriamo le famiglie, indeboliamo la domanda e scoraggiamo gli investimenti. Il Governo ha sbagliato proprio qui: ha depotenziato strumenti utili e presentato come evoluzione un sistema, Transizione 5.0, appesantito da complicazioni e incertezze. Restano poi problemi strutturali: sottocapitalizzazione, difficoltà di accesso all’innovazione, carenza di competenze e tempi amministrativi incompatibili con quelli delle imprese. Ripartirei da Transizione 4.0, Fondo di garanzia e formazione. Pensare di recuperare competitività facendo lavorare di più e pagando meno significa condannarsi al declino».
Proponete di reintrodurre Transizione 4.0. Come evitare che gli incentivi diventino una successione di bonus?
«Rivendico il lavoro fatto al Ministero: passando dagli ammortamenti ai crediti d’imposta abbiamo allargato l’accesso, soprattutto alle piccole imprese e all’agricoltura. Poi abbiamo dato al piano coperture e un orizzonte triennale, permettendo agli imprenditori di programmare. È da questa impostazione che ripartirei: automatismo, compensazione tempestiva in F24, continuità pluriennale e certezza delle risorse. Ricerca, design e Formazione 4.0 devono tornare in un progetto unitario. Comprare una macchina è utile, ma servono persone capaci di usarla e di innovare prodotti e processi. Gli effetti degli incentivi vanno valutati su imprese e filiere, correggendo ciò che funziona meno, senza cambiare le condizioni a chi ha già investito. La politica industriale ha tempi più lunghi di una conferenza stampa».
Come si fanno crescere le Pmi senza perdere il radicamento delle imprese familiari e dei territori?
«Ho spesso citato la ceramica emiliano-romagnola: imprese che competono quando vendono, ma fanno rete nella ricerca che da sole faticherebbero a sostenere. Quella è una strada da estendere. L’identità familiare e il radicamento territoriale sono un patrimonio; la frammentazione e la sottocapitalizzazione sono fragilità da affrontare. Servono incentivi al capitale proprio e agli utili reinvestiti, aggregazioni volontarie, competenze manageriali e progetti condivisi di innovazione. E serve che il valore prodotto dai capofiliera arrivi anche ai fornitori, attraverso tecnologia, credito e contratti equilibrati. La banca pubblica dovrebbe accompagnare piani di crescita credibili e facilitare anche l’ingresso di capitali pazienti. Un’impresa deve poter crescere senza essere costretta a vendersi per mancanza di alternative finanziarie».
Quali filiere considera strategiche e su quali dipendenze dall’estero bisogna intervenire?
«La pandemia ci ha mostrato che perdere una capacità produttiva può diventare un problema per l’intero Paese. Dobbiamo proteggere le filiere dalle quali dipendono salute, alimentazione, energia e funzionamento dell’industria: farmaci, agroalimentare, semiconduttori, acciaio, chimica e tecnologie per reti e accumuli. Per le materie prime critiche sono essenziali diversificazione, recupero, riciclo e ricerca sui materiali sostitutivi. Nell’agroalimentare, filiera strategica anche per la cura del territorio, bisogna garantire un reddito adeguato a chi produce. Questa autonomia va costruita su scala europea, con investimenti comuni e capacità industriali complementari. Sostituire una dipendenza estera con un’altra lascia intatta la vulnerabilità. La forza negoziale nasce dalla disponibilità di alternative».
Sull’energia puntate su 50 GW aggiuntivi di rinnovabili entro il 2030. Come ridurre il divario di costo che pesa sulle imprese italiane?
«In Italia il gas mantiene tuttora un ruolo decisivo nella formazione del prezzo: nel 2024, ultimo dato disponibile, il prezzo dell’energia è stato determinato dal gas naturale per il 61,4% delle ore di mercato. Nelle ore serali e mattutine, quando la produzione solare si azzera, la limitata flessibilità non fossile disponibile impone il ricorso a impianti termoelettrici ad alto costo. Questo meccanismo è inaccettabile e rende impossibile far percepire a imprese e famiglie il vantaggio delle rinnovabili. Serve rafforzare l’Energy Release e i contratti di lungo periodo fra produttori e consumatori, rendendoli accessibili anche alle Pmi aggregate. Ed è necessario allineare la fiscalità dell’energia elettrica a quella del gas. L’obiettivo dei 50 GW va accompagnato da reti, accumuli e connessioni: installare potenza senza pianificare il sistema rischia di disperderne i benefici. Priorità a tetti, capannoni, aree già compromesse, autoconsumo e comunità energetiche. Sostengo la ricerca, anche nucleare, ma a un imprenditore che deve decidere oggi se tenere aperto non possiamo rispondere con una promessa tecnologica dai tempi incerti».
Come si decarbonizzano le filiere energivore senza perdere produzione e occupazione?
«Sostenibilità ambientale, economica e sociale devono procedere insieme. La decarbonizzazione ha costi reali e la politica deve assumersi la responsabilità di accompagnarla. Scaricarli su lavoratori e piccole imprese significa renderla socialmente insostenibile. Per acciaio, chimica, ceramica, carta e vetro servono percorsi specifici, con energia competitiva, investimenti negli impianti, formazione e protezione dei redditi nelle riconversioni. Elettrificazione, efficienza, riciclo e idrogeno vanno impiegati dove offrono risultati concreti, considerando la maturità delle tecnologie. Il sostegno pubblico deve avere impegni verificabili su emissioni, occupazione e salute. Il successo della transizione si misura anche nelle produzioni che riusciamo a trasformare e mantenere».
Proponete di tassare gli extraprofitti. Come si distingue una rendita eccezionale dal normale profitto d’impresa?
«Partirei da una distinzione chiara: il profitto di chi investe e innova va sostenuto; la rendita eccezionale prodotta da uno shock che impoverisce famiglie e imprese deve contribuire alla risposta collettiva. Per definirne la componente straordinaria servono criteri settoriali, una base pluriennale e una valutazione del capitale e dei rischi assunti. Non basta vedere un utile alto e chiamarlo extraprofitto. Occorre una norma solida, con soglie, aliquote e condizioni conoscibili, capace di produrre gettito effettivo. Sulle rendite da posizione dominante servono anche concorrenza e coordinamento fiscale europeo. La certezza vale per tutti: per chi investe, ma anche per i cittadini ai quali viene annunciato un contributo che poi si svuota fra eccezioni e retromarce».
Salario minimo, riduzione dell’orario e tutele del lavoro: come evitare che il costo ricada sulle Pmi?
«La tutela del lavoro e quella delle Pmi fanno parte dello stesso progetto. Un’economia di bassi salari impoverisce i consumatori e penalizza le imprese che rispettano i lavoratori. Il salario minimo deve rafforzare la contrattazione più rappresentativa, fissando una soglia sotto la quale non si può scendere. Per accompagnare le imprese servono riduzione del peso fiscale sul lavoro, sostegni all’adeguamento e investimenti in formazione, tecnologie e organizzazione. La produttività dipende anche da questi fattori. La riduzione dell’orario a parità di salario va sostenuta attraverso accordi e incentivi, tenendo conto delle differenze fra attività. Se richiede nuove assunzioni, quel costo va affrontato. Il progresso tecnologico deve tradursi anche in retribuzioni migliori e tempo di vita: è il senso sociale dell’innovazione».
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