L’Italia si è impegnata a raggiungere l’obiettivo del 5% del Pil in armi entro il 2035, come deciso al vertice Nato dell’Aja nel giugno 2025. Oggi, l’Italia spende circa 31 miliardi di euro per la difesa in senso stretto (dati del bilancio del ministero della difesa), che diventano circa 45 miliardi se si aggiungono le spese per la sicurezza delle telecomunicazioni e per altri corpi come Guardia costiera e Guardia di Finanza, per un totale di circa il 2% del Pil.
Secondo le stime tendenziali della Ragioneria generale dello Stato, l’Italia dovrà arrivare a spendere in difesa, sicurezza e riarmo, nel 2035, circa 145 miliardi su base annua. Ciò significa che ogni anno dovranno essere trovati almeno 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di una cifra difficilmente ipotizzabile, in un contesto in cui il perdurare della procedura di infrazione per debito eccessivo non consentirà al governo di utilizzare quei 36 miliardi di euro concessi dalla Commissione Europea per la transizione energetica e per il riarmo, precedentemente ricordati.
Si tratta di cifre elevate, la cui copertura ricadrà pericolosamente sul paese, nella forma di pesanti tagli dall’istruzione alla sanità, dalle politiche per la transizione a quelle per la crescita. Al riguardo, si ricorda che il Documento di finanza pubblica 2026 ha già “congelato” la spesa sanitaria in rapporto al Pil fino al 2029.
Contro tale proposta, sì è costituito un vasto fronte che va dalla destra più becera ai benpensanti dei grandi giornali (De Bortoli in testa) sino a parte del centro-sinistra, da Renzi a Prodi. La motivazione si fonda su una serie di fake news, tra le quali quella più gettonata è che tale imposizione colpirebbe il ceto medio. In realtà, la platea interessata è costituita da una ristrettissima élite (l’1% della popolazione), con un impatto assai insignificante sulle fortune possedute ma rilevante per le casse dello Stato. Per questa ristretta élite, inoltre, l’eventuale introduzione di tale tassa non ridurrebbe la ricchezza posseduta ma ne diminuisce solo la crescita. Considerando, infatti, che la crescita patrimoniale negli ultimi anni è stata mediamente tra il 3 e il 5% (maggiore del Pil), il top 1% continua ad arricchirsi ma più lentamente.
Secondo i dati della Banca d’Italia, recentemente pubblicati, nel quarto trimestre del 2025, la ricchezza netta (che comprende immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti) delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in lieve aumento rispetto al 2024 (431 mila euro per famiglia).
La distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il dieci per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2): un valore tra i più alti a livello Ocse.
La composizione del portafoglio varia sensibilmente in base alla ricchezza: per le famiglie nella metà meno abbiente, oltre il 90 per cento delle attività detenute è costituito da abitazioni (73,6 per cento) e depositi (17,5 per cento); le famiglie nelle fasce più alte presentano invece un portafoglio più diversificato, con una quota rilevante di strumenti finanziari diversi dai depositi.
Questa diversa composizione del portafoglio finanziario tra famiglie più abbiente e famiglie più povere sta alla base di una distorsione del peso fiscale che porta il sistema tributario italiano ad essere tra i più iniqui del mondo occidentale.
La vera ingiustizia è, infatti, che i diversi cespiti di capitale (da mobiliare, a immobiliare, da successione, quote azionarie, ecc.) sono tassati meno di un reddito medio di un lavoratore/trice (35.000 euro l’anno). E poiché per il 95% le grandi fortune derivano da queste forme di reddito da capitale, il risultato paradossale è che, come hanno dimostrato i più recenti studi, il sistema tributario italiano, in contrasto con il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione, è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, e regressivo per il 5% più ricco. Inoltre, è regressivo lungo l’intera distribuzione quando gli individui sono classificati in base alla loro ricchezza netta.
C’è anche la possibilità, paventata soprattutto dai denigratori della proposta, che, seppur eticamente corretta, il gettito potrebbe essere inferiore a causa del fatto che tale imposta farebbe scappare all’estero parte degli ultramiliardari e milionari. In realtà su questo punto, come ricordato da Andrea Roventini dell’Università di Pisa “non ci sono degli studi empirici che mostrano concretamente questa fuga”. Un esempio in tal senso è quello di New York, dove il nuovo sindaco Zohran Mamdani ha introdotto una sovrattassa del 2% sui redditi sopra il milione di dollari (che comunque già pagavano aliquote più alte di quelle italiane). Ebbene, al momento attuale non esiste una fuga di capitali, se non in minima parte, per il semplice motivo che le relazioni economiche e sociali e di lobby che caratterizzano i grandi patrimoni sono molto più restie ad essere abbandonate per un paio di punti percentuali in più di tassazione. Inoltre, si potrebbero prevedere delle misure antifuga. Zucman, ad esempio, propone che chi sposta la sua residenza all’estero debba continuare a pagare le imposte nel paese di provenienza per un numero fisso di anni che può essere da 5 a 10 anni. La motivazione è che il patrimonio di chi se ne va è derivato anche dai servizi e dalle istituzioni del paese natale e quindi è giusto restituire una parte di quello che si è ricevuto. È utile anche ricordare che negli Stati Uniti, che non sono certo un paese comunista, i cittadini devono pagare le tasse anche se si trasferiscono all’estero.
Tale proposta tuttavia non si limita a un intervento di redistribuzione fiscale dei redditi a vantaggio del ceto medio e meno abbiente. Al riguardo, occorre ricordare che la legge di iniziativa popolare impone anche dei vincoli sulla spesa del gettito fiscale che ne deriva. Si tratta cioè di una tassa di scopo, finalizzata a potenziare il welfare pubblico, che negli ultimi anni ha subito un vero e proprio saccheggio da parte delle politiche del “New Public Management” (liberalizzazioni e privatizzazioni).
Dice, infatti, l’art. 4 della proposta di legge: “Una quota del gettito, determinata in misura non inferiore alle seguenti percentuali, è destinata: a) in misura non inferiore al 35 per cento, al finanziamento del Servizio sanitario nazionale (…); b) in misura non inferiore al 35 per cento, al finanziamento del sistema di istruzione pubblica (…); c) in misura non inferiore al 10 per cento, al finanziamento delle politiche abitative (…); d) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento delle politiche ambientali, alla prevenzione del dissesto idrogeologico e alla transizione energetica; e) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento degli interventi in materia di sicurezza sul lavoro (…); f) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento delle politiche in favore delle persone con disabilità; g) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento delle misure di sostegno al reddito”.
Inoltre, si afferma che “La quota residua del gettito è destinata a interventi di riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro, mediante misure di attenuazione del cosiddetto fiscal drag nell’ambito dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF)”. Un intervento, quest’ultimo, che appare quanto mai necessario, dal momento che l’Istat proprio in questi giorni ha certificato un aumento della pressione fiscale al 42,9% proprio a causa dell’effetto del fiscal drag. In questo contesto, una misura del genere non porta ad un aumento della pressione fiscale ma a una sua più equa redistribuzione.
Le stime relative al gettito potenziale di tale misura si attestano in una forchetta che va da 22 a 35 miliardi di euro, a seconda della grandezza stimata della platea di riferimento, una cifra che consentirebbe maggior gradi di libertà per l’azione governativa.
Il governo Meloni avrebbe così il necessario carburante per finanziare una finanziaria sociale che può fare solo bene all’Italia. Ma dubitiamo che voglia accogliere questo consiglio. Il suo protettorato economico non lo consentirebbe.
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