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Nella lettera agli investitori, la founder di Ark Invest lega la rivoluzione tech a una fase di accelerazione della crescita. La previsione è estrema: Pil reale globale oltre il 7%, tassi più alti, inflazione in calo e petrolio a 35 dollari. “Equity e Bitcoin al posto del 60-40”
Nessuna bolla. Per Cathie Wood, il prossimo grande ciclo dei mercati potrebbe assomigliare più agli anni Venti del Novecento. La fondatrice e chief investment officer di Ark Investment Management vede infatti nella corsa all’intelligenza artificiale il motore di una nuova fase di forte crescita della produttività, capace di spingere il Pil reale ben oltre il 2%-3% che ha caratterizzato l’economia globale dall’inizio negli ultimi decenni. Una trasformazione che, secondo l’ultima lettera agli investitori scritta della guru di Wall Street, potrebbe accompagnarsi a una combinazione apparentemente contraddittoria: crescita e tassi di interesse più elevati ma petrolio sui 35 dollari e inflazione in calo. Quanto basta per rivoluzionare la costruzione dei portafogli di investimento.
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La crescita può accelerare al 7%
Il passaggio più ambizioso della lettera riguarda proprio la crescita. Wood ritiene che il Pil reale possa accelerare oltre il 7% annuo nei prossimi anni, rispetto al circa 3% seguito alla Rivoluzione industriale. La previsione si basa sull’idea che la nuova ondata tecnologica possa avere un impatto economico superiore a quella che tra Ottocento e Novecento fu alimentata da elettricità, telefono e motore a combustione interna. L’imprenditrice individua nella produttività il principale meccanismo di trasmissione, con un’accelerazione nell’intorno del 5%-6% già entro il 2030. Si tratta, va sottolineato, di una previsione e non di una stima consensuale. Il ragionamento parte infatti dalla drastica riduzione dei costi associati alle nuove tecnologie. Nel caso dell’AI, per esempio, Ark stima che il costo dell’inferenza dei modelli sia diminuito di oltre il 99% l’anno mentre la domanda di token è aumentata di 25 volte nel 2025. È il concetto che Wood definisce “good deflation”: l’innovazione crea efficienza, permette alle imprese di aumentare i margini o abbassare i prezzi e, allo stesso tempo, alimenta uno sviluppo più rapido.
Petrolio: un falso problema
La seconda gamba della tesi è la disinflazione. Secondo ARK, l’attuale aumento dei prezzi energetici sta mascherando una dinamica molto più debole nel resto del paniere dei consumi. La società ritiene quindi che, una volta terminati gli effetti dello shock petrolifero legato alla guerra in Medio Oriente, il carovita possa sorprendere al ribasso. Wood si spinge però anche oltre: la guru ritiene cioè possibile un ritorno del prezzo sui 30-35 dollari al barile nei prossimi anni, sostenendo che l’aumento della produzione da parte di alcuni Paesi e la distruzione della domanda possano determinare un forte riequilibrio del mercato una volta riaperto lo Stretto di Hormuz. La trasformazione del settore dei trasporti è un altro elemento strutturale della view: circa il 57% della richiesta globale di greggio dipende cioè dai trasporti, con la conseguenza che l’elettrificazione e la diffusione di veicoli autonomi la sposteranno progressivamente verso la rete elettrica.
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Tassi più alti, ma curva invertita
La parte forse più controintuitiva dello scenario disegnato dal report riguarda i tassi. Se produttività e Pil accelerassero verso i livelli ipotizzati da Ark, il costo del denaro potrebbe infatti salire in misura proporzionale: la società indica un possibile livello del 6%-8% per i tassi a breve e del 5%-6% per quelli a lungo termine. Ma ciò non implicherebbe necessariamente una curva positivamente inclinata: al contrario, Wood sostiene che l’innovazione potrebbe spingere verso una nuova inversione per via delle pressioni deflazionistiche legate alle tecnologia. Per l’imprenditrice, dunque, un’eventuale nuova inversione non dovrebbe essere interpretata automaticamente come il segnale di una recessione imminente. “La stessa economia statunitense”, ha ricordato, “ha attraversato senza contrazione il fenomeno tra il 2022 e il 2024”.
Il rischio è restare dalla parte sbagliata del cambiamento
La stessa dinamica, tuttavia, può produrre vincitori e perdenti molto diversi. Se i tassi brevi tornassero a salire insieme alla crescita nominale, le società più esposte al debito a tasso variabile rifinirebbero per trovarsi sotto pressione. Ark individua un rischio particolare nel mondo del private equity e del private credit, dove esposizioni per circa 16.000 miliardi di dollari potrebbero risentire della combinazione tra disruption tecnologica e maggiore costo del capitale. La lettera collega questo rischio anche all’elevato indebitamento pubblico statunitense. Il debito federale ha raggiunto circa 40.000 miliardi di dollari, poco meno del 125% del Pil. Un aumento di 200 punti base dei tassi brevi, calcola ARK, aggiungerebbe circa 800 miliardi di dollari al costo del servizio del debito federale. Wood, tuttavia, invita a non fermarsi al rapporto debito/Pil. In un’economia caratterizzata da forte crescita, produttività e redditività, sostiene ARK, sarebbe più significativo osservare il rapporto tra debito e capitale azionario. In questa prospettiva, la società ritiene che una crescita sufficientemente forte potrebbe consentire agli Stati Uniti di tornare a generare un surplus di bilancio nell’arco dei prossimi cinque-dieci anni.
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Azioni e bitcoin al posto del 60-40
Le conclusioni della lettera sono direttamente rilevanti per l’asset allocation. Se lo scenario di Ark si rivelasse corretto, la combinazione tra maggiore di crescita reale e disinflazione con tassi più elevati sarebbe infatti più favorevole all’azionario che al reddito fisso. Ecco perché la società suggerisce di ripensare il tradizionale portafoglio bilanciato 60% azioni e 40% obbligazioni, modello che ha funzionato nel lungo periodo tra il 1981 e il 2021. Nella nuova configurazione, secondo Wood, la componente equity dovrebbe avere peso maggiore e parte dell’esposizione obbligazionaria potrebbe essere sostituita dal bitcoin. La criptovaluta viene presentata inoltre come possibile forma di protezione in uno scenario caratterizzato da rischi sistemici e possibili fallimenti legati alla disruption tecnologica.
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