Brusco, intervista esclusiva al TFR LIVE di Roma: musica e diritti


Dal 1993 Brusco vive il palco come una seconda casa. Trent’anni di concerti, dancehall, reggae e contaminazioni hanno attraversato una scena musicale profondamente cambiata, così come è cambiato il modo di ascoltare, promuovere e misurare la musica. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione di TFR LIVE – Tutte le Frequenze dei diRitti, il festival a ingresso gratuito in programma dal 24 al 26 settembre a Villa Lazzaroni.

Giunto alla seconda edizione, TFR LIVE è promosso dalla CGIL di Roma e del Lazio e realizzato insieme a Super Porto, con l’obiettivo di portare attraverso la musica anche i temi del lavoro, dei diritti e delle tutele. Il programma mette insieme generazioni e linguaggi diversi: sul palco, oltre a Brusco, Alan Sorrenti, Ministri, Giorgieness, Anna and Vulkan e Inna Cantina, insieme ad altri artisti. I concerti iniziano ogni sera alle 20.

Il nome del festival gioca con la sigla del Trattamento di Fine Rapporto, trasformandola in Tutte le Frequenze dei diRitti. Ed è proprio tra musica, cambiamenti e nuove regole del gioco che abbiamo incontrato Brusco, per parlare di una carriera iniziata negli anni ’90, del rapporto con il pubblico, della trasformazione dell’industria musicale e di cosa significhi, dopo più di trent’anni, continuare a salire sul palco senza perdere la propria identità.

Dopo più di trent’anni di carriera, che effetto fa salire ancora su un palco? È cambiato il tuo modo di viverlo?

Sono in tournée dal 1993, praticamente estate e inverno. L’unica vera pausa, forse, è stata quella del Covid. Per me è un’abitudine che fa parte della vita, quindi è difficile che viva una serata con ansia. Sono molto tranquillo.

Più che pensare a quello che devo fare prima di salire sul palco, quando ci sono sopra guardo le persone che ho davanti e modello lo show sulla situazione. Cerco di renderlo il più piacevole possibile per chi è lì. Posso passare dal cabaret a momenti molto seri, con discorsi psicologici o politici. Mi adatto al contesto.

Sei praticamente in tour da sempre.

Da quando avevo vent’anni. Nel ’93 ne avevo venti, oggi ne ho cinquantatré. È il mio ambiente naturale.

Quando hai iniziato, reggae e dancehall avevano uno spazio molto diverso nella musica italiana. Come hai visto cambiare il genere?

Con orgoglio posso dire di essere stato uno dei pionieri. C’eravamo noi, i Sud Sound System, gli Africa Unite, … All’inizio eravamo davanti a decine di persone, poi sono diventate centinaia. Sono arrivati i live, il pubblico è cresciuto e il genere ha attraversato diverse fasi. È stata una crescita enorme e molto bella.

A partire più o meno dal 2010, però, il reggae è passato un po’ di moda, in Italia e nel mondo. Io sono fortunato perché ho un pubblico eterogeneo e affezionato, quindi non dipendo dai festival o dalla realtà dei sound system. Continuo a viverli, perché quello resta il mio grande amore, ma fortunatamente la mia musica è percepita anche al di fuori di quella nicchia.

C’è un disco della tua discografia che consideri più importante degli altri?

Ogni disco rappresenta una fase della mia vita, dei miei gusti musicali e artistici. Per me hanno tutti lo stesso peso, perché so cosa c’è dietro. Poi il pubblico ha le sue preferenze.

E c’è qualcosa che oggi riascolteresti pensando: “Questo lo avrei fatto diversamente”?

Se riascolto qualcosa penso magari che oggi la farei in un altro modo, ma all’epoca era giusta per quello che ero e per i miei gusti. Quindi sono soddisfatto. Tra l’altro riascolto raramente le mie canzoni, ma quando succede ho quasi sempre una sensazione positiva. Penso: “Vedi? Bella ’sta cosa”.

La tua scrittura è molto legata alla quotidianità, all’ironia e al linguaggio parlato. Quanto conta che una canzone nasca da qualcosa che hai realmente vissuto?

Il “vissuto” è relativo: se dovessi parlare soltanto di esperienze personali, dopo un po’ racconterei sempre le stesse cose. Può essere anche qualcosa che ho osservato o su cui ho riflettuto.

Non mi interessa raccontare cose che non mi appartengono, come la cosiddetta credibilità di strada. Se dici di essere un gangster ma non lo sei, qualcuno può contestartelo. Io parto da quello che penso e da quello che sono.

Sono una persona che riflette molto. Quando una canzone non nasce direttamente da un’esperienza, può nascere da un ragionamento su me stesso. A volte sono riflessioni molto introspettive, quasi dei consigli che darei a me stesso per vivere meglio. Cerco di fare i conti anche con gli istinti che abbiamo dentro e che possono portarci verso comportamenti lontani dalla nostra mentalità.

Quindi c’è una componente molto istintiva nella tua scrittura.

Diciamo così.

Roma è una presenza costante nella tua musica. È ancora una fonte di ispirazione o senti il bisogno di cercare altri luoghi?

Entrambe le cose. Roma lo è da sempre, ma io amo molto viaggiare. Mi ispirano i luoghi, le persone, gli odori, i sapori, il modo di vivere di zone diverse. Cerco di viaggiare il più possibile, compatibilmente con la mia vita. C’è Roma, ma c’è anche tutto quello che incontro nel mondo.

Streaming, social, video brevi: il modo di fare e ascoltare musica è cambiato radicalmente. Ti riconosci in questo nuovo sistema?

Purtroppo no. La musica è diventata sempre più un sottofondo per accompagnare contenuti brevi da pubblicare sui social.

Io sono sempre appartenuto all’underground, non al mainstream, e ho sempre incontrato un pubblico che cercava qualcosa di diverso. Anche con l’ultimo disco, uscito a maggio, ho ricevuto molti feedback positivi. Credo che dipenda anche dal fatto che le mie canzoni cercano di allontanarsi da questa tendenza.

Mi piace pensare che anche nelle nuove generazioni ci sia qualcuno che cerchi qualcosa di più profondo, qualcosa che possa diventare un riferimento.

Tu hai costruito il tuo pubblico in un’epoca in cui per emergere bisognava suonare tantissimo dal vivo. Oggi quanto conta ancora il concerto nella carriera di un artista?

Dipende dal genere. Per chi punta a fare grandi numeri, magari può contare meno. Per chi invece vuole costruire una carriera lunga, soprattutto in generi che non sono particolarmente di moda, è fondamentale.

Il live è il modo in cui ottieni l’affetto e la credibilità che permettono a un artista di durare nel tempo.

Oggi molti artisti mescolano reggae, pop, rap, elettronica e urban senza preoccuparsi delle categorie. È un approccio che senti vicino?

Non ho nulla in contrario. Io sono abbastanza monotematico e ascolto soprattutto musica che viene dalla Giamaica, ma nel mondo questa capacità di mettere in contatto culture diverse ha prodotto cose molto interessanti. Penso soprattutto alla musica inglese, che è sempre stata aperta alle influenze straniere.

In Italia conosco meno la situazione, però credo che mescolare mondi diversi possa essere uno stimolo per l’evoluzione della musica. La cosa importante è avere un’identità. Non deve necessariamente coincidere con quella del genere a cui appartieni, ma deve essere abbastanza forte da distinguerti.

Oggi, a volte, mi sembra difficile capire chi c’è dietro una canzone, che pensiero abbia.

È anche una conseguenza della quantità enorme di musica che viene prodotta. Tu riesci a distinguere le nuove uscite?

Ti devo dire che non ti invidio. Per un paio d’anni ho curato un programma radiofonico in cui sceglievo musica da tutto il mondo e trovare, ogni settimana, dieci pezzi che considerassi abbastanza belli da trasmettere era un’impresa.

Eppure oggi i numeri sembrano essere diventati tutto: streaming, follower, visualizzazioni. Quando sei emerso tu era diverso.

Quando siamo emersi noi, il reggae praticamente non esisteva nel mainstream. E anche allora c’era un sistema dominante: potevano essere Eros Ramazzotti, Laura Pausini o altri artisti di quel tipo.

La differenza è che se noi vendevamo duemila copie di un CD o cinquemila cassette era un grande risultato. Poi facevamo concerti in tutta Italia e la gente veniva a cantare le nostre canzoni.

Oggi cinquecentomila streaming non hanno necessariamente lo stesso impatto. Quei numeri valgono meno, perché non raccontano per forza quanto un artista sia seguito realmente.

Il palco, invece, è una cartina di tornasole. Non conta soltanto quanto sei bravo, ma quante persone vengono a vederti e quanti concerti riesci a fare. Se la gente ti apprezza davvero, viene al concerto. Se sei soltanto il sottofondo di un video sui social, non necessariamente.

Guarda i Sud Sound System: avranno cento duecentomila ascoltatori mensili su Spotify, ma fanno quaranta date con le piazze piene. Ci sono artisti con un milione di ascolti mensili che non hanno lo stesso riscontro dal vivo.

Quindi il problema è anche la distanza tra i numeri digitali e la realtà.

Sì. E gli stessi artisti finiscono per alimentare questa rincorsa. Soprattutto chi lavora in maniera indipendente si occupa delle campagne social, dei numeri, di tutto quello che ruota intorno alla promozione, pensando che sia la cosa più importante.

Poi scopri che non basta.

Per me bisogna continuare a fare il lavoro lento: andare in giro, suonare, anche a cachet bassi o con un semplice rimborso spese, confrontarsi con le persone, mostrare quello che sai fare e far ascoltare le tue canzoni.

Se non sei un artista completamente mainstream, alla lunga è questo che paga.

C’è qualcuno della nuova scena italiana che ascolti con particolare interesse?

Sì, gli Inna Cantina, con cui suoniamo live stasera a TFR Live. Ho già collaborato con loro e abbiamo un rapporto anche umano molto bello.

Fanno musica da quindici anni, da quando erano al liceo, e sono la dimostrazione che si può costruire una carriera senza essere necessariamente dentro le dinamiche del mainstream. Riuscire a vivere di musica è la cosa più importante, perché ti permette di dedicarti davvero a quello che fai. Sono bravissimi, sono amici e per me sono un esempio.

Hai collaborato con artisti provenienti da mondi molto diversi. Cosa deve esserci perché una collaborazione funzioni davvero e non sia soltanto un’operazione di mercato?

Nel mio caso, quasi sempre c’è anche un rapporto umano. Collaboro con persone con cui sto bene, perché per me è importante essere felice di fare quella cosa.

Poi può capitare di stimare un artista e volerlo coinvolgere anche senza conoscerlo personalmente. E non ho nulla contro le collaborazioni più commerciali. Se due o tre artisti che apparentemente hanno poco in comune fanno un pezzo insieme e il risultato è bello, ben venga.

Dopo tanti anni, quanto è difficile scrivere senza ripetersi? Ti capita di scartare un’idea perché ti sembra troppo simile a qualcosa che hai già fatto?

Sì, capita. Ci sono temi che tornano perché ci sono aspetti che vuoi continuare a sviluppare. L’importante è non trasformarli in una copia di quello che hai già fatto.

È una cosa su cui ho riflettuto molto, anche perché mi hanno sempre infastidito quegli artisti che, a un certo punto della carriera, sembrano rifare sempre la stessa canzone.

Poi però ho capito che il rapporto con il pubblico conta moltissimo. Lo vedo anche su di me: ho fatto esperimenti, un EP afrobeat, cose più cantautorali, ho spaziato parecchio. Ma le canzoni che funzionano di più e che il pubblico mi chiede sono quelle più coerenti con la mia storia.

Da una parte bisogna stare attenti a non ripetersi, dall’altra non è necessariamente un limite. Se una certa musica entra nella vita delle persone, significa che quella musica rappresenta qualcosa.

C’è una tua canzone che dal vivo ha assunto un significato diverso rispetto a quando l’hai scritta?

Ci sono brani che nel tempo sono diventati più popolari e altri che hanno perso popolarità. Uno che continuo a portare sempre dal vivo è “I sogni e le idee”, il primo singolo che ho fatto da solista, quando ho iniziato a cantare da solo dopo Dilada.

Mi rappresenta ancora molto e spesso con quella canzone chiudo i concerti.

È una di quelle canzoni che il pubblico si aspetta necessariamente?

Ovviamente ci sono i brani più popolari, come “L’erba della giovinezza”, “Abbronzatissima” o “Quando non finisce mai”. Però, quando le persone vengono a un mio concerto, spesso mi chiedono altre canzoni, quelle che nel tempo sono entrate maggiormente nella mia storia.

Qual è la cosa che è rimasta più intatta nel tuo modo di fare musica e quella che invece è cambiata di più?

La mia fortuna è essere rimasto abbastanza simile a quello che ero all’inizio, soprattutto nelle canzoni.

La cosa che mi piace conservare di più, però, è il modo in cui sto sul palco. È legato alla dancehall, che ho scoperto negli anni ’90 attraverso le videocassette degli artisti giamaicani. Secondo me è una modalità che non esiste negli altri generi musicali e che riesce a coinvolgere il pubblico in maniera particolare.

È una cosa che spero di portarmi dietro per sempre.

Se dovessi far entrare qualcuno che non ti ha mai ascoltato nel mondo di Brusco attraverso tre canzoni, quali sceglieresti?

“Sangue del mio sangue”, “Un passo alla volta”, dall’ultimo disco, e una un po’ diversa: “L’erba della giovinezza”.

E guardando al futuro? C’è ancora qualcosa che non hai fatto e che vorresti provare?

Niente di stravolgente. Ho sempre fatto scelte abbastanza coerenti con quello che sono e penso di dover continuare così.

Quindi il percorso è ancora quello.

Sì.

Forse, alla fine, il punto è proprio questo: continuare a cambiare senza perdere il filo della propria storia. Brusco non sembra avere intenzione di inseguire le mode o di stravolgere una formula che sente ancora sua. Preferisce il tempo lungo, quello dei concerti, delle canzoni che restano e di un pubblico che torna ad ascoltarle dal vivo.

In un festival che parla di lavoro, diritti e futuro, la sua idea di carriera assume così un significato particolare: costruire nel tempo, lontano dalla fretta dei numeri, attraverso il rapporto diretto con le persone. Dopo più di trent’anni, il palco è ancora lì. E lui, anche.

Articolo a cura di Angela Todaro


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