Rafforzare la capacità produttiva europea, ridurre le dipendenze tecnologiche e industriali e integrare più esplicitamente la sicurezza economica nelle politiche per la competitività. È il filo che lega gran parte dei dossier discussi il 24 settembre a Bruxelles dal Consiglio Competitività dell’Unione europea, dalla nuova strategia sui semiconduttori alla revisione delle regole sulle fusioni, fino all’ETS e alla richiesta avanzata da sei Paesi, Italia compresa, di un piano europeo dedicato al settore degli elettrodomestici.
Il quadro che emerge dai risultati ufficiali del Consiglio Competitività del 24 settembre è quello di una politica industriale europea nella quale competitività, decarbonizzazione e autonomia strategica sono sempre più intrecciate. Ma è importante distinguere tra i dossier sui quali è già in corso un processo legislativo, come Chips Act 2.0 ed ETS, e le richieste politiche presentate dagli Stati membri, come quella sugli elettrodomestici presentata dall’Italia e altre nazioni, che per ora non si sono ancora tradotte in un nuovo piano della Commissione.
Chips Act 2.0, l’Europa vuole rafforzare l’intera catena dei semiconduttori
Uno dei principali temi del Consiglio è stato il Chips Act 2.0, la proposta presentata dalla Commissione il 3 giugno scorso per aggiornare la strategia europea sui semiconduttori.
La prima edizione del Chips Act ha contribuito, stando ai numeri riportati, a mobilitare circa 53 miliardi di euro di investimenti, ma il problema della dipendenza dall’estero rimane. Nel 2025 il consumo europeo di semiconduttori valeva 41,1 miliardi di euro, pari al 10,5% delle consegne mondiali, ma una parte consistente della produzione resta localizzata fuori dall’Unione. Per i chip più avanzati sotto i 5 nanometri, in particolare quelli utilizzati per l’AI, la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia è quasi totale.
Il Chips Act 2.0 proposto dalla Commissione punta quindi sia a consolidare le specializzazioni già presenti in Europa sia a costruire capacità nei segmenti tecnologicamente più avanzati, rafforzando al tempo stesso la sicurezza delle forniture. Il Consiglio e il Parlamento stanno ora elaborando le rispettive posizioni; nella roadmap One Europe, One Market l’obiettivo è arrivare a un accordo entro il secondo trimestre del 2027.
Nel confronto del 24 settembre gli Stati membri hanno sostenuto in termini generali gli obiettivi della proposta e indicato diversi ambiti nei quali concentrare gli investimenti: semiconduttori di potenza, fotonica, tecnologie quantistiche, packaging avanzato, progettazione dei chip, tecnologie mature e materiali avanzati.
È emersa anche la richiesta di accelerare il passaggio dalla ricerca all’industrializzazione, mobilitare più investimenti pubblici e privati, assicurare l’accesso alle materie prime critiche e intervenire sulle competenze. Al tempo stesso, diversi Paesi hanno richiamato la necessità di mantenere mercati aperti e cooperazione con partner internazionali considerati affidabili.
Fusioni, più spazio a innovazione e crescita dimensionale
Il secondo grande dossier riguarda la revisione delle linee guida europee sul controllo delle concentrazioni, che la Commissione conta di adottare definitivamente entro la fine del 2026.
L’obiettivo è aggiornare un impianto costruito in larga parte sulle linee guida del 2004 e del 2008, tenendo maggiormente conto dell’impatto delle operazioni su innovazione, investimenti, resilienza e possibilità per le imprese europee di crescere di scala.
Tra gli strumenti inseriti nella bozza compare anche un innovation shield rivolto a startup e scaleup. I ministri hanno mostrato un ampio sostegno all’idea di incorporare questi elementi nella valutazione delle concentrazioni, chiedendo però che non sostituiscano la tutela della concorrenza, dei consumatori e delle Pmi. Da qui anche la richiesta di criteri più chiari e prevedibili per gli operatori economici.
È uno dei punti più delicati del nuovo corso europeo: favorire la crescita dimensionale delle imprese senza trasformare l’esigenza di creare operatori più grandi in un indebolimento generalizzato delle regole antitrust.
Sicurezza economica e competitività diventano sempre più connesse
I ministri hanno affrontato anche il tema dell’integrazione della sicurezza economica nelle politiche per la competitività.
Il documento preparatorio della presidenza irlandese parte dalla crescente esposizione dell’Europa alle tensioni geopolitiche e all’utilizzo di commercio e catene di fornitura come strumenti di pressione. La risposta prospettata passa anche attraverso una collaborazione più strutturata tra istituzioni e settore privato per individuare le vulnerabilità prima che si trasformino in crisi e attraverso un maggiore coordinamento tra le diverse politiche europee.
La stessa impostazione ritorna in molti degli altri dossier discussi durante la giornata: semiconduttori, materie prime critiche, industrie energivore e strumenti per sostenere la produzione europea.
Elettrodomestici, sei Paesi chiedono un piano europeo dedicato
Tra i punti aggiunti all’agenda c’è anche la situazione dell’industria degli elettrodomestici, dossier sul quale Francia, Germania, Italia, Polonia, Slovacchia e Spagna hanno presentato una posizione comune.
Il documento sottoposto al Consiglio quantifica in circa 79 miliardi di euro il contributo del comparto al Pil europeo e in un milione gli occupati diretti e indiretti, distribuiti in oltre 3.200 imprese e 130 siti produttivi nello Spazio economico europeo. La rilevanza del settore va inoltre oltre i produttori finali, coinvolgendo acciaio, plastica, elettronica, logistica, riparazione e riciclo.
I sei Paesi segnalano contemporaneamente una crescente pressione competitiva. Nel documento si rileva che la quota di elettrodomestici provenienti dall’Asia è salita dal 15,3% del 2014 al 28,2% del 2024, mentre nello stesso periodo la quota della produzione europea è scesa dall’81,3% al 71,4%.
Da qui la richiesta alla Commissione di riconoscere gli elettrodomestici come un ecosistema industriale strategico e di mettere a punto un piano europeo specifico.
Le misure indicate comprendono il rafforzamento della sorveglianza del mercato, una riduzione degli oneri amministrativi, un migliore impiego dei fondi europei, maggiore trasparenza sull’origine dei prodotti, politiche per economia circolare e riciclo e un possibile ulteriore ampliamento a valle del CBAM. Il documento chiede inoltre interventi orizzontali sui costi dell’energia e contro le pratiche commerciali considerate sleali.
La discussione del 24 settembre costituisce quindi un passaggio politico rilevante, ma non equivale ancora all’adozione di un Piano europeo per gli elettrodomestici. Nelle conclusioni della riunione il Consiglio registra infatti la presentazione delle proposte dei sei Paesi, senza indicare per ora un impegno formale della Commissione alla predisposizione del piano.
Urso: “Riconoscere la rilevanza strategica della filiera degli elettrodomestici”
È su questo punto che si concentra soprattutto la lettura italiana della riunione. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha sostenuto che l’inserimento del comparto nella discussione europea consentirà di collegare il dossier comunitario al confronto nazionale su Electrolux, per il quale è previsto un nuovo tavolo al Mimit il 5 ottobre.
Nel suo intervento Urso ha chiesto alla Commissione sia il riconoscimento della rilevanza strategica della filiera sia un piano dedicato, richiamando inoltre sorveglianza del mercato, possibile estensione a valle del CBAM e risorse europee per innovazione, robotizzazione e nuovi investimenti. Si tratta, in questa fase, delle richieste sostenute dall’Italia e dagli altri Paesi firmatari, non di misure già decise a livello comunitario.
“Siamo riusciti oggi ad inserire nell’agenda delle riforme europea il comparto dell’elettrodomestico, come ci chiedevano le aziende del settore, anche Electrolux, per delineare un futuro a questo comparto strategico dell’industria europea ed italiana”, ha dichiarato Urso. “Ed ora possiamo, al tavolo nazionale del 5 di ottobre, delineare un percorso di transizione che tuteli tutti gli stabilimenti e i nostri lavoratori, mentre definiamo in Europa con gli altri le nuove regole di salvaguardia rispetto alla concorrenza sleale asiatica”.
ETS, la riforma si sposta sul terreno della competitività industriale
Un altro confronto significativo ha riguardato la revisione dell’Emission Trading System europeo.
La proposta presentata dalla Commissione a luglio modifica diversi elementi dell’attuale sistema. Tra le novità figurano una traiettoria più graduale di riduzione del tetto alle emissioni, l’allungamento delle assegnazioni gratuite nei comparti sottoposti al CBAM, il ricorso a crediti internazionali di elevata qualità e agli assorbimenti permanenti di carbonio e nuovi strumenti finanziari per la decarbonizzazione industriale.
Per i settori coperti dal CBAM, in particolare, la Commissione propone di rallentare l’eliminazione delle quote gratuite portandone il completamento al 2038. La revisione prevede inoltre di rafforzare la Market Stability Reserve per ridurre oscillazioni eccessive dei prezzi.
Il documento portato al Consiglio da Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia riconosce questi cambiamenti, ma individua ancora diversi nodi: rapporto tra CBAM e assegnazioni gratuite, tutela delle imprese europee che esportano sui mercati internazionali, disponibilità e prevedibilità delle quote verso il 2050 e condizioni imposte alle imprese per accedere alle misure di protezione.
La posizione dell’Italia
Su molti di questi punti la posizione illustrata dall’Italia è simile. Urso ha espresso sostegno al rinvio al 2038 dell’eliminazione delle quote gratuite, chiedendo però verifiche periodiche sull’effettiva capacità del CBAM di impedire il carbon leakage. Il ministro ha inoltre sollevato il problema delle imprese europee esportatrici, per le quali l’Italia chiede un meccanismo permanente di sostegno, e quello della disponibilità di quote fino al 2050. Dichiarazioni di Urso consiglio…
Anche in questo caso si tratta di una posizione negoziale italiana all’interno di una riforma ancora aperta: il Consiglio Competitività non ha adottato il 24 settembre una posizione comune su questi punti.
Industrial Accelerator Act, fondo competitività e materie prime
A completare l’agenda industriale ci sono tre provvedimenti destinati a incidere direttamente sulle condizioni per investire e produrre in Europa.
L’Industrial Accelerator Act punta tra l’altro a rendere più rapide le autorizzazioni, stimolare la domanda di prodotti a basse emissioni o realizzati nell’UE e collegare maggiormente gli investimenti esteri alla creazione di valore sul territorio europeo.
Il cosiddetto 28° regime, o EU Inc., propone invece un quadro societario opzionale e interamente digitale che consentirebbe alle imprese di nascere e operare in diversi Stati membri utilizzando un insieme comune di regole.
Il Fondo Europeo per la Competitività, previsto nell’ambito del prossimo bilancio pluriennale, dovrebbe infine riunire 14 programmi europei in un unico quadro di investimento, concentrandosi su transizione e decarbonizzazione, tecnologie digitali, salute e biotech, agricoltura e bioeconomia, difesa e spazio. L’entrata in vigore prevista è il 1° gennaio 2028.
Il Consiglio ha affrontato anche lo stato dei progetti strategici sulle materie prime critiche: il Critical Raw Materials Act ha finora portato alla selezione di 60 progetti, 47 localizzati nell’UE e 13 in Paesi terzi.
Nel corso degli incontri a Bruxelles Urso ha inoltre annunciato la candidatura italiana al bando europeo per un hub di stoccaggio strategico delle materie prime critiche e ha sollecitato un’accelerazione dell’Industrial Accelerator Act.
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