Il Pil italiano nel 2026 crescerà dello 0,9%, quattro decimi di punto in più rispetto alla previsione formulata dall’Ocse a giugno. È la revisione al rialzo più consistente tra quelle contenute nell’Interim Economic Outlook dell’organizzazione parigina per le principali economie dell’Eurozona insieme a quella della Germania, anch’essa rivista di 0,4 punti. Ma il miglioramento delle stime non cambia il quadro di fondo: per il 2027 l’Ocse continua ad attendersi per l’Italia una crescita appena dello 0,6% contro l’1% dell’Eurozona. La Penisola tornerà dunque fanalino di coda. Non solo: il recupero dell’attività economica continua a viaggiare a una velocità diversa da quella dei redditi: i salari reali italiani sono ancora del 6,1% inferiori al livello del primo trimestre 2021, il peggior dato tra le principali economie considerate dall’Organizzazione. E ora le famiglie sono alle prese con il caro carburanti e, in potenza, un rincaro delle bollette che rischia di rendere ancora più lento il recupero.
La revisione al rialzo, spiega l’Ocse, è dovuta soprattutto a un primo semestre del 2026 più robusto di quanto previsto appena tre mesi fa. “Si è registrata una revisione significativa, trainata in larga misura da un primo trimestre più robusto in Italia”, ha detto il capo economista Stefano Scarpetta durante la presentazione dell’Outlook. Ma non c’è stato soltanto un effetto statistico legato alla revisione dei dati sul primo trimestre. “Si è aggiunto un secondo trimestre altrettanto forte, o quantomeno relativamente solido”. A sostenere l’economia sono stati soprattutto domanda interna, consumi e investimenti pubblici. In particolare, continua a pesare la spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza finito però il 30 giugno, che secondo l’Ocse sta contribuendo in maniera rilevante all’attività economica e ha portato l’Organizzazione a rivedere verso l’alto la previsione per l’intero 2026.
Il confronto con le altre grandi economie europee restituisce però un quadro meno brillante. Nel 2026 l’Ocse prevede una crescita dell’1% per l’Eurozona, dell’1,1% per la Germania, dello 0,4% per la Francia e del 2,6% per la Spagna che continua a crescere a un ritmo largamente superiore a quello italiano. Per il 2027 l’Eurozona è prevista ancora all’1%, la Germania all’1,1%, la Francia allo 0,7% e la Spagna all’1,8%. L’Italia, con lo 0,6%, resta in fondo al gruppo delle principali economie dell’area.
Corre l’inflazione: nell’Eurozona 3% nel 2026 e 2,9% nel 2027
La revisione positiva del Pil arriva mentre l’inflazione torna a correre. Per l’Italia l’Ocse conferma al 3% la previsione di aumento dei prezzi nel 2026, ma porta dal 2,2% al 2,6% quella per il 2027. Un aumento di quattro decimi rispetto alla previsione di giugno che riflette soprattutto il nuovo choc energetico causato dalla guerra in Medio Oriente. L’organizzazione ha rivisto al rialzo le proprie previsioni sull’inflazione anche per l’Eurozona: 3% nel 2026 e 2,9% nel 2027, rispettivamente due e cinque decimi in più rispetto alle stime di giugno. Ma tra i principali Paesi le differenze sono significative. In Germania i prezzi dovrebbero aumentare del 2,9% quest’anno e del 3,3% il prossimo, in Francia del 2,5% e del 2,1%, in Spagna del 3,7% e del 3,4%.
Incubo El Niño sui prezzi degli alimentari
È lo choc energetico uno dei principali elementi che hanno spinto l’Ocse a rivedere il quadro globale. La crescita mondiale è ora stimata al 2,9% nel 2026, un decimo in meno rispetto alle previsioni di giugno, e al 3% nel 2027. L’organizzazione definisce l’attività globale ancora resiliente, ma avverte che l’economia si trova di fronte alla possibilità di nuovi choc: il rincaro dell’energia, le tensioni commerciali e i dazi e gli effetti degli eventi climatici, tra cui quelli associati a El Niño. “Esiste una probabilità del 95% che si verifichi un fenomeno di El Niño molto intenso entro la fine dell’anno, il che potrebbe danneggiare i raccolti“, ha detto Mathias Cormann, segretario generale dell’Ocse. I prezzi dei generi alimentari e agricoli erano già in aumento a causa del conflitto in Medio Oriente, ma la prospettiva di un intenso Niño verso la fine dell’anno sta già iniziando a essere incorporata nelle aspettative, con un’accelerazione sulla curva dei future sui prezzi alimentari. Un’accelerazione, rispetto alle stime di giugno, legata anche al caldo estremo registrato in estate nell’emisfero settentrionale che ha già danneggiato alcuni raccolti di cereali. “Se si passasse quindi da un El Niño intenso a uno molto intenso, ciò comprometterebbe ulteriormente i raccolti, in particolare nell’Africa meridionale, nel Sud-est asiatico e in America Centrale”, hanno spiegato i vertici Ocse. Questo colpirà le famiglie più povere e i Paesi a basso reddito e il loro accesso al cibo, rendendo necessaria “un’ulteriore cooperazione internazionale”, aumentando anche i prezzi energetici.
Incognite crisi energetica e AI
Nello scenario di base dell’Ocse, la crisi energetica dovrebbe essere in parte riassorbita nel 2027, con prezzi dell’energia in calo in linea con quanto incorporato nei mercati dei futures. È una delle condizioni che consentono all’Organizzazione di prevedere una crescita mondiale leggermente più forte il prossimo anno. Ma su questo l’incertezza regna sovrana. Un altro punto di domanda riguarda il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti continuano infatti a rappresentare uno dei principali motori della crescita globale: il Pil è previsto in aumento del 2,2% nel 2026 e del 2,1% nel 2027. Gli investimenti legati all’AI sostengono l’economia, anche se in parte vengono compensati dal rallentamento della spesa dei consumatori e della crescita del reddito reale. La Cina, invece, dovrebbe rallentare dal 4,5% del 2026 al 4,2% del 2027.
Anche sull’intelligenza artificiale, però, l’Ocse invita a non dare per scontato che l’attuale ciclo di investimenti si traduca automaticamente in maggiore crescita. C’è anche il rischio che i rendimenti degli investimenti si rivelino inferiori alle attese o arrivino più lentamente. Tra i possibili colli di bottiglia l’Ocse cita esplicitamente l’elettricità e i semiconduttori avanzati, oltre alle crescenti preoccupazioni sulla sicurezza della tecnologia.
C’è poi un secondo rischio che riguarda più direttamente i governi e, quindi, anche l’Italia: il costo del debito. I rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza hanno raggiunto i livelli più elevati degli ultimi 15 anni o più nella maggior parte delle principali economie avanzate. A spingerli verso l’alto sono, secondo l’Ocse, le crescenti preoccupazioni sui rischi fiscali di lungo periodo e la forte domanda di finanziamento delle società tecnologiche, comprese quelle impegnate nello sviluppo dell’AI, che stanno aumentando le emissioni obbligazionarie a lunga scadenza. Un ulteriore aumento dei rendimenti potrebbe quindi aggravare le pressioni sulle finanze pubbliche, aumentare i costi di finanziamento per imprese e famiglie e mettere sotto pressione anche le valutazioni dei mercati azionari.
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