Ci sono persone che quando raccontano la propria storia sembrano avere fretta di arrivare al risultato. Michele Migliaccio, invece, dà l’impressione di voler tornare all’inizio. A quello che c’era prima dei numeri, dei social, dell’imprenditoria, dei video diventati virali e, oggi, del calcio. È forse lì che bisogna cercarlo davvero.
Non nel personaggio che appare sullo schermo, non soltanto nell’imprenditore che ha costruito OroShop24 e nemmeno nel presidente che adesso si affaccia al mondo del calcio con il Cormano Milano. Bisogna guardare all’uomo che sta dietro tutto questo. A quella parte di Michele Migliaccio che sembra avere ancora qualcosa da dimostrare, non necessariamente agli altri. Forse, soprattutto, a se stesso. La sua è una storia fatta di “vita vissuta” e di ripartenze. E chi ha conosciuto almeno una volta la necessità di ricominciare, sa che ripartire non è come iniziare. Quando inizi, non sai ancora quanto sarà difficile. Quando riparti, invece, lo sai benissimo. Hai già conosciuto gli errori, le porte chiuse, le persone che restano e quelle che se ne vanno. Hai imparato che non tutto dipende dalla tua volontà e che, qualche volta, bisogna avere il coraggio di cambiare strada.
Michele Migliaccio sembra avere scelto proprio questa strada. Prima del personaggio c’è Michele.
Il mondo nel quale Michele Migliaccio è diventato conosciuto è quello dell’oro, dei preziosi e delle storie raccontate attraverso i social. OroShop24 è cresciuto anche grazie a una comunicazione personale, immediata, nella quale Michele Migliaccio non si è nascosto dietro il marchio. Ci ha messo la faccia. E non è un dettaglio.
I suoi canali digitali hanno raggiunto dimensioni considerevoli. Il profilo TikTok collegato a Michele Migliaccio raccoglie oltre un milione di follower e migliaia di contenuti, mentre Instagram rappresenta un altro importante punto di contatto con il pubblico. Numeri che, da soli, raccontano il successo di una strategia comunicativa, ma non spiegano perché tanta gente abbia scelto di fermarsi ad ascoltarlo. Per quello bisogna osservare il modo in cui Michele parla.
È diretto. A volte ruvido. Non sembra particolarmente interessato a costruire quella distanza elegante che spesso separa un imprenditore dal proprio pubblico. Entra nelle storie, le racconta, le commenta, si lascia coinvolgere. E proprio questo rappresenta uno degli aspetti più interessanti del suo percorso.
Michele Migliaccio ha trasformato il proprio lavoro in racconto, ma nel farlo ha finito per raccontare soprattutto le persone. È una differenza sottile. Un conto è vendere un prodotto attraverso un video. Un altro è riuscire a trasformare ciò che accade dentro un’attività commerciale in una storia nella quale qualcuno possa riconoscersi. Il carattere nasce dalle difficoltà.
Del personaggio pubblico di Michele Migliaccio si può pensare quello che si vuole. I social, per loro natura, mostrano una parte della realtà e ne lasciano fuori molte altre. Ma proprio osservando la continuità della sua comunicazione emerge un elemento che sembra difficile ignorare, la necessità di non fermarsi.
C’è una certa irrequietezza nel suo modo di raccontarsi. Non sembra il tipo di persona che si accontenta facilmente di ciò che ha raggiunto. E forse questa è una delle caratteristiche che meglio spiegano il passaggio dall’imprenditoria al calcio. Perché se avesse voluto soltanto aggiungere un’altra attività al suo curriculum, sarebbe bastato investire. Il calcio, invece, è un’altra cosa. Ti espone. Ti mette davanti agli altri. Ti costringe a condividere responsabilità e soprattutto ti obbliga a convivere con una cosa che l’imprenditore non può controllare, l’imprevedibilità. Nel mondo del calcio c’è un detto che la rappresenta bene “la palla è rotonda, non sai dove può andare”.
Una domenica puoi essere l’uomo che tutti applaudono. Quella successiva puoi essere quello che deve spiegare una sconfitta. E nel mezzo ci sono i giocatori, gli allenatori, i dirigenti, le famiglie, i tifosi. Non è soltanto una questione di soldi. È una questione di rapporti.
La scelta del Cormano Milano
Quando Michele Migliaccio entra nel Cormano Milano e ne assume la presidenza, la sua storia prende una direzione diversa. Il calcio non è più soltanto qualcosa da raccontare. Diventa qualcosa da vivere. La società affronta il campionato di Promozione e sta costruendo una nuova identità anche attraverso una campagna di comunicazione molto legata alla figura del presidente. Il mercato, il ritiro, gli arrivi dei giocatori, gli allenamenti, tutto passa attraverso una narrazione nella quale Michele Migliaccio non rimane sullo sfondo.
È lì. Parla. Incontra. Commenta. Si prende responsabilità. Ma soprattutto sembra voler costruire un rapporto personale. È questo il punto sul quale vale la pena soffermarsi. Perché il modo in cui un presidente interpreta il proprio ruolo dice molto più della cifra che investe in una società. Un presidente può essere semplicemente un proprietario. Può essere un amministratore. Può essere uno sponsor con un titolo importante. Oppure può scegliere di esserci. Michele Migliaccio sembra voler scegliere la quarta strada. E quella è la più complicata.
Il rapporto con i giocatori
C’è qualcosa di quasi antico nell’idea di un presidente che vuole conoscere le persone prima ancora di giudicarne le prestazioni. Nel calcio moderno siamo abituati ai numeri. Gol, assist, presenze, minutaggio, valore di mercato, statistiche. Tutto viene misurato. Ma un ragazzo di vent’anni non è una statistica. Arriva al campo con una storia personale. Con una famiglia. Con i propri problemi. Con le proprie ambizioni. Qualcuno ha già attraversato momenti difficili, qualcun altro deve ancora scoprire cosa significhi davvero fallire. Michele Migliaccio sembra voler portare dentro la società una parte del proprio modo di essere. Non necessariamente la parte perfetta, perché la perfezione non appartiene alle persone vere. Piuttosto quella parte che conosce la fatica. Che sa cosa significa cadere e rialzarsi. Che sa quanto può essere importante trovare qualcuno disposto a concederti un’altra possibilità.
È qui che il suo concetto di riscatto acquista un significato diverso. Non è soltanto la voglia di arrivare. È la voglia di dimostrare che una persona può cambiare il proprio destino anche quando il percorso precedente sembrava aver già deciso per lei.
Michele Migliaccio un uomo che non sembra voler dimenticare da dove viene
Forse è proprio questo il tratto più umano della sua storia. Michele non sembra avere cancellato il passato per costruire il personaggio del presente. Al contrario, lo porta con sé. La sua comunicazione racconta spesso situazioni nelle quali il denaro non è semplicemente una questione economica. Dietro un gioiello venduto può esserci una necessità. Dietro una scelta apparentemente banale può esserci un problema familiare. Dietro una persona che entra in un negozio può esserci una storia che nessuno conosce.
Non tutte queste storie possono naturalmente essere verificate dall’esterno nei loro singoli dettagli e sarebbe scorretto trasformare un contenuto social in una biografia certificata. Ma il modo in cui vengono raccontate dice comunque qualcosa sulla persona pubblica che Michele Migliaccio ha deciso di diventare. Uno che preferisce stare dentro le storie piuttosto che osservarle da lontano. E forse è proprio per questo che il calcio rappresenta per lui una sfida così particolare.
Il calcio come un’ennesima possibilità
Il calcio dilettantistico ha una memoria particolare. Conserva i nomi dei ragazzi che hanno smesso troppo presto, degli allenatori che hanno dedicato domeniche intere ai propri giocatori, dei dirigenti rimasti per anni dietro una scrivania senza che quasi nessuno sapesse quanto lavoro ci fosse. È un calcio fatto di persone. Meno patinato, certamente. Ma anche più vicino alla vita quotidiana. Ed è proprio in questo ambiente che Michele Migliaccio sembra voler misurare una parte nuova di se stesso. Non gli basta più raccontare il successo. Vuole provare a costruirlo insieme ad altri. È una differenza enorme.
Perché quando sei un imprenditore puoi decidere una strategia, modificare un progetto, cambiare un investimento. Nel calcio puoi fare tutto questo, ma poi devi aspettare che undici uomini entrino in campo e trasformino le intenzioni in realtà. E allora arriva la parte più difficile. Fidarsi.
Il Cormano Milano, una squadra che può diventare qualcosa di più
L’idea che sembra accompagnare il progetto Cormano Milano è quella di restituire alla squadra un ruolo riconoscibile nel proprio ambiente. Non soltanto una formazione che gioca la domenica. Un luogo. Un punto d’incontro. Un pezzo della vita del territorio.
Sono obiettivi che dovranno essere verificati nel tempo, perché una dichiarazione d’intenti non basta a costruire una comunità. Servono continuità, risultati, partecipazione e soprattutto la capacità di mantenere le promesse quando l’entusiasmo iniziale sarà passato. Ma è proprio questa la parte interessante della storia. Michele Migliaccio ha scelto di mettersi alla prova in un terreno nel quale non basta essere conosciuti. La notorietà può portarti allo stadio. Non può riempirlo per sempre. Per quello servono appartenenza e fiducia. E la fiducia, come sa bene chi lavora ogni giorno con le persone, non si compra. Si costruisce.
La voglia di cambiare
Forse, alla fine, è questa la parola che meglio descrive Michele Migliaccio. Cambiare.
Cambiare il modo di fare impresa. Cambiare il modo di comunicare. Cambiare il rapporto con chi lo segue. Cambiare persino il proprio ruolo, da imprenditore a comunicatore. Da comunicatore a protagonista. Da protagonista a presidente. Ma sotto tutte queste definizioni sembra esserci sempre la stessa persona. Uno che non vuole stare fermo. Uno che ha ancora fame. Non necessariamente di denaro o di successo, almeno non soltanto. Fame di costruire. Fame di dimostrare. Fame di lasciare qualcosa. E forse anche fame di riscatto.
Perché il riscatto non è sempre quello che immaginiamo. Non significa necessariamente arrivare dove gli altri pensavano che non saresti mai arrivato. Qualche volta significa molto semplicemente riuscire a guardarsi indietro senza vergognarsi della strada percorsa. Michele Migliaccio sembra appartenere a questa categoria di persone. Quelle che hanno ancora una partita da giocare.
Prima gli uomini, poi il risultato
Ci sarà tempo per parlare dei risultati del Cormano Milano, dei giocatori, delle classifiche e degli obiettivi sportivi. Il campionato e il campo verde faranno il proprio lavoro. Ma la parte più interessante di questa storia potrebbe essere un’altra. Capire se un uomo abituato a raccontare le storie degli altri riuscirà a costruire una storia collettiva nella quale non sarà più soltanto lui il protagonista. Perché se davvero il calcio dovrà diventare un punto di riferimento per i giovani e per le famiglie di Cormano, allora Michele Migliaccio dovrà fare una cosa che conosce già bene, ascoltare. Ascoltare quando le cose vanno bene e ancora di più quando vanno male. Restare quando sarebbe più semplice andare via. E ricordarsi che dietro una maglia c’è sempre una persona.
Forse è proprio questo il senso più profondo della nuova sfida. Non dimostrare di essere arrivato. Dimostrare di essere ancora capace di cambiare. Perché alcune persone cercano il successo per sentirsi finalmente arrivate. Altre, invece, continuano a cercarlo perché hanno capito che la vita non concede mai una destinazione definitiva.
Michele Migliaccio sembra appartenere proprio a queste ultime.
E allora la sua nuova avventura con il Cormano Milano può essere letta anche così, come il capitolo di un uomo che non ha ancora deciso di accontentarsi della propria storia. Uno che vuole ancora giocare la sua partita.
Michele Migliaccio e il Cormano Milano non sono soltanto un imprenditore e una squadra di calcio. Sono il racconto di una persona che prova a trasformare la propria voglia di riscatto in qualcosa da condividere con gli altri, partendo da un rapporto sincero tra uomini prima ancora che tra presidente, società e giocatori.
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