Fondi indice sì, ma con quel quid che genera alpha


Per anni l’Etf è stato quasi sinonimo di replica passiva: un paniere trasparente, quotato in Borsa, costruito per seguire un indice al minor costo possibile. Ora, quella definizione non basta più. La frontiera che cresce più velocemente in Europa è quella degli Etf attivi, strumenti che conservano negoziazione intraday, liquidità e struttura Ucits dell’Etf ma affidano al gestore la possibilità di deviare dal benchmark, scegliere titoli, duration, credito o perfino strategie in opzioni. In Europa il salto di scala è ormai evidente. Secondo Morningstar, a fine giugno le masse degli Etf attivi domiciliati nel continente avevano raggiunto 108,3 miliardi di euro, quasi il triplo rispetto alla fine del 2023; a luglio sono salite a 110,1 miliardi. Restano appena il 3,4% dei 3,22 trilioni dell’intero mercato europeo degli Etf ed Etc, contro circa il 12,5% negli Stati Uniti, ma la velocità è quella di un segmento che sta uscendo dalla nicchia. Nei primi sette mesi del 2026 gli Etf attivi hanno raccolto 21,9 miliardi, l’8,2% di tutti i flussi europei; solo a luglio sono arrivati 3 miliardi, di cui 1,7 sull’azionario e 1,2 sull’obbligazionario.

Il mercato europeo

La mappa è ampia ma tutt’altro che uniforme. Morningstar calcola che nel primo semestre siano stati lanciati 75 nuovi prodotti attivi: 38 azionari, 22 obbligazionari, 9 multi-asset e 6 alternativi. Il 72% delle masse, 78,5 miliardi a fine giugno, resta in strategie discrezionali, cioè fondate prevalentemente sulle decisioni dei gestori; il resto si sposta verso modelli sistematici, quantitativi o “enhanced”, che partono da un indice ma se ne discostano in modo controllato. Anche qui il confine tra attivo e passivo è diventato più sottile. J.P. Morgan domina con circa il 42% del mercato e gestisce quasi tutti i propri Etf attivi con approccio discrezionale; iShares è salita all’8,2%, mentre Invesco ha superato Pimco al quarto posto. I primi cinque operatori concentrano ancora il 71% delle masse, ma l’offerta si sta allargando: nel 2026 sono entrati anche Pictet, AllianceBernstein e altri gestori tradizionalmente associati ai fondi attivi. JustEtf fotografa bene la proliferazione dell’offerta: la sua banca dati conta 257 Etf attivi e mostra costi correnti compresi fra lo 0,10% e l’1,50% annuo. Fra i maggiori spiccano il JPMorgan US Research Enhanced Index Equity Active, oltre 10,8 miliardi di euro, il Global Research Enhanced Index, circa 5,7 miliardi, e il Nasdaq Equity Premium Income, circa 3,5 miliardi.

La geografia italiana

Anche Milano sta accelerando. Borsa Italiana segnala che il numero di Etf attivi quotati su ETFplus è passato da 144 all’inizio del 2025 a 310 a maggio 2026, mentre le masse sono cresciute da 9,1 a 14,6 miliardi di euro, +60%. Nei primi cinque mesi dell’anno erano stati ammessi 130 nuovi strumenti, 54 dei quali attivi; e l’estate ha aggiunto una lunga sequenza di debutti da J.P. Morgan, Pictet, iShares, Invesco, Xtrackers, AllianzGI, AllianceBernstein e altri, fino alle nuove ammissioni del primo settembre. È una trasformazione che rende il listino italiano una vetrina quasi completa dell’offerta europea. Ma c’è anche una componente domestica. Fineco Asset Management ha costruito una gamma Active Collection su Stati Uniti, mondo, Europa ed emergenti; Investlinx, insieme a Intermonte e Banca Generali, ha portato in Borsa l’Intermonte Valore Italia Active PIR Ucits Etf, primo Etf attivo Pir compliant dedicato alle Pmi quotate italiane. Il fondo costa lo 0,85% annuo e a fine agosto aveva circa 67 milioni di masse secondo justEtf. Il progetto punta a 100 milioni di raccolta iniziale e a 500 milioni nel medio termine, investendo nell’universo di cento società italiane sotto il miliardo di capitalizzazione. Generali Investments, infine, ha annunciato per il secondo semestre il debutto di una propria piattaforma di Etf attivi: un segnale che anche i grandi gestori italiani non vogliono più lasciare questo terreno ai soli specialisti anglosassoni.

Strategie, costi, differenze

Dire “Etf attivo”, però, significa ormai parlare di famiglie molto diverse. Ci sono gli “enhanced index”, che cercano pochi punti base o qualche punto percentuale di extra-rendimento con scostamenti limitati dal benchmark; gli Etf azionari discrezionali, più simili a un fondo tradizionale ma quotati; gli obbligazionari, dove il gestore può muovere duration, curve, Paesi e qualità del credito; i prodotti “premium income”, che combinano portafogli azionari e vendita di opzioni per generare cedole; i “buffer”, costruiti per assorbire parte delle perdite in cambio di un tetto ai guadagni; e i tematici attivi, dall’intelligenza artificiale alla transizione energetica. In Borsa Italiana, per esempio, l’iShares AI Innovation Active Ucits Etf ha un costo annuo dello 0,73%, mentre alcuni enhanced di BNP Paribas scendono allo 0,10%. La differenza di prezzo è essenziale perché l’Etf attivo vive di una promessa precisa: produrre un risultato migliore, o almeno diverso, da quello ottenibile con una replica passiva molto più economica. E non sempre “attivo” significa stock picking umano: Morningstar ha introdotto una classificazione che va dal discrezionale al sistematico proprio perché molte strategie usano modelli quantitativi, segnali fattoriali o regole dinamiche. L’investitore deve quindi guardare meno all’etichetta e più a tre elementi: libertà reale del gestore, benchmark di riferimento e costo totale.

La prova dell’alpha

Il punto decisivo è che il contenitore Etf non elimina il problema storico della gestione attiva: battere il mercato al netto delle commissioni. Il nuovo active/passive barometer di Morningstar, che confronta circa 32 mila fondi europei attivi e passivi, offre un utile promemoria, pur riguardando l’universo dei fondi e non soltanto gli Etf. A un anno riesce a superare i concorrenti passivi il 28,4% dei gestori azionari; a dieci anni la quota scende all’11,9%. Nell’obbligazionario le probabilità sono migliori: 46,8% a un anno e 33,5% a dieci. Le differenze fra mercati sono enormi: sui large cap dell’Eurozona il tasso di successo decennale è appena il 4,3%, sull’azionario italiano il 3,9%, mentre sale al 26,1% nei mercati emergenti globali e al 37,1% nelle small cap Usa. Soprattutto, il prezzo conta: tra i fondi azionari, il quintile meno costoso registra un successo decennale del 18,8%, contro appena il 4,3% del più caro; nell’obbligazionario il confronto è 40,7% contro 24,6%. È qui che gli Etf attivi possono giocare la loro partita: non perché abbiano scoperto una scorciatoia per creare alpha, ma perché comprimono costi, distribuzione e negoziazione rispetto a molti fondi tradizionali. La vera mappa del mercato, dunque, non divide più semplicemente tra attivo e passivo. Divide tra strategie trasparenti e opache, economiche e costose, disciplinate e troppo libere. E il successo dell’Etf attivo dipenderà proprio dalla sua capacità di dimostrare che la flessibilità aggiuntiva vale il prezzo pagato nel lungo periodo.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม