Mafia 5.0, il mondo arcaico delle cosche ama la tecnologia


Mafia, un vocabolo che ultimamente non appare quasi più nel linguaggio della politica, tranne quando qualcosa non lo richiama dalla coltre di silenzio in cui pare sprofondata. Qualcosa di tragico, come il suicidio di Denise Cosco, figlia di una donna coraggiosa, Lea Garofalo, eroina anti ‘ndrangheta uccisa dal compagno; qualcosa di positivo, come la sentenza di pochi giorni fa che ha visto nel Tribunale di Patti il collegio presieduto da Monica Marino pronunciarsi per 45 condanne su 53 imputati, per un totale di 325 anni di carcere, nel processo Nebrodi 2, il secondo filone della maxi inchiesta che ha ad oggetto le truffe sui finanziamenti europei destinati all’agricoltura. Ma comunque serve qualcosa che stani le mafie sotto il pelo dell’acqua dove continuano a nuotare.

Per fare il punto della situazione, ci siamo rivolti a Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto.

Presidente, si può parlare di mafie tecnologiche?

“Possiamo iniziare a parlare di mafia 5.0. La mafia ha sempre presentato un intreccio di arcaico e di moderno; se uno strumento può essere utile, proveranno ad usarlo. Questo vale anche per qualunque strumento tecnologico; per qualunque strumento bellico. Uno dei filoni che va seguito è quello della mafia sovietica (o ex-sovietica) è la definizione migliore, in quanto ha sempre avuto due teste, una russa e una ucraina. Sulla gestione delle armi, sono convinto che qualche accordo c’è stato, in particolare sull’esportare alcune tecnologie, che potrebbero essere utili alle cosche, a basso costo. Droni, tanto per fare un esempio. Per quanto riguarda le azioni dell’antimafia, è necessario ora più che mai ragionare per fare un passo avanti; cosa non semplice, perché servono risorse. Questo sarà uno dei temi del prossimo vertice Antimafia che non faremo a novembre come d’uso, ma ad aprile, perché l’annata 2026-2027  è nostra abitudine fare i vertici nel momento in cui è importante che ci siano, per lanciare messaggi, Aprile è un mese importante. Il messaggio è: è necessario ricalibrare la lotta alla mafia”.

In che senso?

“Intanto, è necessario spazzare via i tabù che ancora esistono, in particolare nelle classi socio economiche politiche delle terre ex isole felici; poi, prendendo ad esempio un’operazione che secondo me delinea con chiarezza la situazione attuale delle mafie italiane e in parte straniere, ovvero ovvero l’operaizone e il processo Hydra a Milano”.

Perché è così importante?

“Al di là degli esiti processuali, che sono ancora da scrivere, anche se si assiste alle prime condanne nei primi gradi di giudizio, è tuttavia emersa quella che è già stata segnalata dalla Fondazione nei decenni scorsi, ovvero la collaborazione fra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, alcuni gruppi di Camorra. La differenza non solo  tra tipi di mafie, ma tra qualità di mafie. La Mafia 5.0 collabora. I clan più arcaici no. Non tutti i clan sono uguali: alcuni rimangno legati a schemi tradizionali, altri sono molto evoluti. I più evoluti sono quelli che si sono confederati, che collaborano, che hanno delle loro camere di compensazione, a prescindere da come finiranno i processi, questo è comunque il futuro. Fra le mafie confederate entrano anche mafie straniere, ad esempio cinesi e albanesi, a prescindere da quanto emergerà da Hydra, se il modello vincente è questo, è un modello che viene esportato. Non sto parlando di una Spectre, è il modello di cui ci ha parlato la procuratrice Cerreti nell’ultimo vertice Antimafia “.

Tornando ai tabù?

“Mi riferisco a quelle classi dirigenti che trovano sempre scuse per non guardare e vedere davvero com’è la situazione nei propri territori. Una delle frasi tipiche è “parlate di mafia, ma non ci sono sentenze”, a volte in presenza addirittura di sentenze. Facciamo pure professione di buonafede. Resta il fatto che la mafia non esiste perché una sentenza lo dice; è sempre esistita a prescindere. Con la sentenza c’è una qualifica giuridica, e si può colpire giuridicamente un’organizzazione criminale; Cosa Nostra è stata scoperta giuridicamente nel 1992 con le condanne del maxi processo di Caponnetto, ma esiste da metà ‘800. Voglio aggiungere che secondo me le mafie presenti nelle ex isole felici, spesso si trovano meglio che nei loro territori storici di origine”.

Cosa vuol dire?

“In primis, le mafie in queste aree possono investire, possono nascondersi dietro l’affabilità, possono essere gentili, risolutrici di problemi, in una parola prendersi il controllo del territorio, usando magari anche pressioni su singoli esponenti ben inseriti nel tessuto sociale. La domanda che dobbiamo sempre porci è: in alcune zone, soprattutto di mare, quando arrivano anche facce conosciute sul territorio, ma che si espandono molto velocemente, da dove hanno preso i soldi? E’ questa la domanda principale”.

Lei qualche volta ha parlato di antimafia a due velocità sul territorio, Cosa significa?

“Un esempio eccellente è la Toscana. Con il governatore attuale in particolare, a livello regionale abbiamo un’attenzione molto alta ai fenomeni mafiosi. Per quanto riguarda l’analisi economica, l’Irpet ha fatto un lavoro eccellente, che in base ai numeri ha fotografato la parte invisibile del profitto criminale. E’ molto importante, perché segnala qual è il fatturato del non visibile, il quale da solo, senza cumulare il dato visibile, consta di circa 12-13 miliardi. Inoltre, spero che venga rinnovato l’Osservatorio del consiglio regionale. A livello comunale, invece, secondo me si può fare molto di più, il fenomeno è stato un poco sottovalutato. Forse mancano le capacità di leggere i fenomeni. Un gap da recuperare, in quanto il modus con cui si muovono le cosche nei territori cui ci riferiamo è quello dell’affabilità. E’ necessario dotare i comuni degli anticorpi”.

Quindi il contrasto alla mafia deve essere capillare e attuato anche attraverso la rete dei comuni.

“Noi abbiamo sicuramente dei comuni molto efficienti su questo tema, l’Anci è storicamente molto sensibile. Il problema è che si tratta di una situazione molto friabile, in cui i comuni si trovano in difficoltà per ragioni finanziarie da un lato (tagli alle risorse) e per i ricambi strutturali istituzionali”.

“Un altro problema molto importante però riguarda, a livello nazionale, un errore che nella lotta alla mafia si fa spesso, ovvero quello di scegliere delle tesi. Ci si innamora di una tesi e si segue quella. Non si deve fare l’errore di indagare a tesi, l’indagine va fatta a 360° seguendo il metodo di Caponnetto, le tesi vengono in un secondo momento. Bisogna prima di stabilire come fare, indagare senza dividersi in tifoserie. Questo è uno sbaglio di metodo che può costare caro, in termini di divisioni del campo antimafia e soprattutto di disvelamento della verità”.




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