Il rapporto tra indebitamento netto e Pil per il 2025 resta fermo al 3,1%, esattamente dove era stato fissato dalla Notifica trasmessa a Bruxelles lo scorso aprile. Ma la versione definitiva dei conti diffusa dall’Istat a settembre non si limita a confermare il numero: le tavole di dettaglio, incrociate con quelle della Notifica di primavera, permettono di individuare con precisione alcune delle cause per cui, nonostante gli sforzi di risanamento della gestione Giorgetti, il deficit non riesce a scendere più rapidamente sotto la soglia del 3% fissata dal Trattato di Maastricht. E il debito pubblico continua invece a salire.
Il deficit rivisto, e perché non migliora abbastanza
Rispetto alla stima di aprile, l’indebitamento netto 2025 è stato rivisto leggermente al peggio, da -69.381 a -69.736 milionidi euro. Una parte di questa revisione – circa 1.870 milioni sui complessivi 2.488 milioni di maggiori uscite in conto capitale – è legata a un aumento certificato degli investimenti fissi lordi, verosimilmente riconducibile alla spesa Pnrr: qui i conti tornano, ed è un buon segnale, perché significa risorse effettivamente spese su opere reali. Ma è il resto della fotografia a raccontare la storia più interessante.
Il buco nero dei bonus edilizi: come si vede nei conti
Nella Tavola 18allegata al comunicato di settembre compare la voce “Contributi agli investimenti”: è una spesa a tutti gli effetti, che confluisce nel totale delle uscite usato per calcolare il deficit. È la casella contabile in cui l’Istat, su indicazione di Eurostat, ha registrato per anni i crediti d’imposta edilizi trasferibili — Superbonus in testa — quando erano classificati come “pagabili”. La sua traiettoria racconta da sola la parabola dello schema:
| 2021 | 2022 | 2023 | 2024 | 2025 | |
|---|---|---|---|---|---|
| Contributi agli investimenti (mln €) | 58.668 | 89.955 | 118.798 | 31.703 | 38.917 |
Nel 2023, ultimo anno di piena applicazione delle vecchie regole, questa voce vale 118,8 miliardi di euro, il picco della bolla contabile creata dal Superbonus 110% varato dal governo Conte II nel 2020. Dal 2024, dopo la correzione normativa italiana e la riclassificazione decisa da Eurostat, i nuovi crediti maturati sono trattati come “non pagabili” e non transitano più da questa riga, il che spiega buona parte del crollo a 31,7 miliardi.
Resta però una cifra che continua a pesare: 38,9 miliardi nel 2025, l’1,7% del Pil, ancora dentro il calcolo del deficit. Le tavole Istat non permettono di scomporre questa voce, quindi non è possibile stabilire con certezza quanto di essa sia coda di vecchi crediti Superbonus ancora in circolazione – dichiarazioni tardive, cessioni concluse solo ora, contenziosi risolti – e quanto sia composto da altri crediti d’imposta “pagabili” tuttora attivi, come i bonus edilizi, Transizione 4.0/5.0, o da genuini contributi alle imprese. Nell’esperienza di chi segue da vicino la partita dei bonus edilizi, però, la possibilità che una parte non trascurabile di questi 38,9 miliardi sia ancora legata al Superbonus – tra crediti maturati negli anni scorsi e non ancora del tutto smaltiti dal sistema – resta tutt’altro che remota.
Il Pnrr: un’altra spiegazione, di segno diverso
C’è un secondo meccanismo, meno noto ma altrettanto reale, che aiuta a capire perché il deficit non scenda più velocemente: la natura mista del Pnrr. Il dispositivo europeo che lo finanzia (Recovery and Resilience Facility) vale complessivamente 194,4 miliardi, divisi in 71,8 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi di prestiti. Le sovvenzioni sono contabilizzate come entrate, in corrispondenza della spesa realizzata: quando lo Stato spende per un progetto finanziato a fondo perduto, l’uscita è compensata da un’entrata di pari importo, con effetto sostanzialmente neutro sul deficit. I prestiti, invece, non sono considerati entrate: sono pure operazioni finanziarie, come qualunque altra emissione di debito. Quando arriva una rata di prestito Pnrr il deficit non ne beneficia di un euro; ma quando quella liquidità viene effettivamente spesa per un investimento, l’uscita pesa per intero sul saldo, senza alcuna voce di entrata a bilanciarla. Con due terzi del Pnrr finanziati a prestito, una quota rilevante della spesa per investimenti effettivamente realizzata nel 2025 – inclusa quella dietro alla revisione al rialzo di cui sopra – grava, dunque, sul deficit senza compensazione contabile: non un’anomalia né un doppio conteggio, ma la conseguenza fisiologica di aver scelto, fin dal 2021, di finanziare gran parte del piano con debito comune europeo anziché con sole sovvenzioni.
Il debito, il vero conto ancora aperto
Se sul fronte del deficit l’eredità Superbonus è ormai in fase calante, sul debito pubblico l’effetto è pienamente in corso. Il debito delle Amministrazioni pubbliche ha raggiunto i 3.095.888 milioni di euroa fine 2025, un valore assoluto record, pari al 136,7% del Pil (la percentuale scende rispetto al 137,1% della Notifica di aprile solo grazie alla revisione al rialzo del Pil, non perché il debito in euro sia diminuito). E l’aggiustamento “stock-flussi” – la componente della crescita del debito che non passa dal deficit dell’anno – è salito dal +1,1% del Pil nel 2024 al +2,6% nel 2025, dopo essere stato negativo nel 2022-2023: un’ulteriore conferma che la bolla dei crediti edilizi accumulata nell’era Conte sta continuando a scaricarsi sui conti pubblici, sotto forma di debito, anche a distanza di anni.
Le parole di Giorgetti
A commentare i dati diffusi dall’Istat è il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che conferma l’orizzonte già indicato nei documenti di finanza pubblica: «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto Deficit-Pil 2025. Purtroppo, l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027».
Le parole del titolare del Mef vanno lette anche alla luce di questo scenario: consolidare il saldo primario – già tornato positivo per 17,4 miliardi, lo 0,8% del Pil – resta possibile, ma la manovra 2027 dovrà fare i conti con un’eredità contabile pesante, che continua a presentare il conto ben oltre la fine dello schema che l’ha generata.
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