Nel giro di cinque giorni gli italiani hanno visto sparire una tassa e comparire un rincaro. Il 16 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato l’esenzione dal bollo auto per il 2027 per i veicoli fino a 80 kW; il 21 sono entrate in vigore le nuove tariffe del Servizio sanitario nazionale, che su alcune prestazioni fanno salire il ticket. Le due misure non hanno alcun legame tecnico fra loro – e vedremo perché è importante dirlo – ma messe una accanto all’altra raccontano bene una regola che vale per qualsiasi governo di qualsiasi colore: le tasse non possono essere tolte e basta. Ogni euro di gettito a cui lo Stato rinuncia deve essere sostituito da un risparmio di spesa, da un’altra entrata o da un po’ di deficit. È il meccanismo delle coperture di bilancio, ed è lì che si decide chi paga davvero.
Cosa prevede il decreto sul bollo auto 2027 e quanto costa
La misura approvata riguarda le auto di piccola e media potenza, fino a 80 kW, e tutti i motocicli: 80 kW corrispondono a circa 109 cavalli. L’agevolazione vale per un solo veicolo a testa e interessa oltre il 70% delle auto in circolazione, circa 14,5 milioni di mezzi.
Non è però un’abolizione. Il testo esenta soltanto i versamenti in scadenza tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027 e prevede un trasferimento di 2.293,5 milioni di euro alle Regioni e alle Province autonome a titolo di compensazione. Il bollo nel suo insieme vale circa 7,4 miliardi l’anno ed è un tributo regionale: finisce nei bilanci delle Regioni e concorre a finanziare sanità, trasporto pubblico locale e welfare. Meloni e Giorgetti hanno annunciato l’intenzione di renderla strutturale con la prossima legge di bilancio, ma al momento è una sospensione di dodici mesi.
Da dove arrivano i 2,3 miliardi: i risparmi non spesi del Pnrr
La risposta è arrivata solo con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, il 17 settembre: i soldi arrivano dai fondi non spesi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quantificati in 1,7 miliardi, mentre i restanti 600 milioni circa arrivano in gran parte da fondi ministeriali. Si tratta di economie su progetti comunque conclusi e con obiettivi raggiunti – bandi con meno adesioni del previsto, risparmi di cantiere: chiuso il Piano il 30 giugno 2026, quelle somme sono confluite in tesoreria e non sono più vincolate all’Europa, quindi lo Stato può spenderle per altro.
Risorse utilizzabili sì, ma con due caratteristiche che contano. La prima è che bastano per un solo anno: per rendere la misura permanente servirà ridurre stabilmente un’altra spesa o introdurre un’altra entrata, e il conto rischia di ricadere sul governo che uscirà dalle elezioni politiche del 2027. La seconda è di metodo: fondi nati per traghettare l’Italia nella transizione energetica finiscono per finanziare l’esenzione di un tributo su auto con motore termico o ibrido.
Cosa sono le coperture di bilancio e perché ogni taglio ha un costo
L‘articolo 81 della Costituzione impone che ogni legge che comporti nuovi o maggiori oneri provveda ai mezzi per farvi fronte, e l’articolo 17 della legge 196/2009 elenca in modo tassativo le modalità ammesse. Le minori entrate contano esattamente come le maggiori spese: cancellare una tassa richiede una copertura.
Le strade praticabili sono tre: tagliare la spesa, aumentare un’altra entrata, oppure fare deficit. Un margine oggi molto ristretto, perché le regole europee sulla spesa impongono manovre quasi interamente coperte. Da qui la tentazione dei bonus una tantum, che coprono un anno ma non quelli successivi.
Ticket sanitari più cari dal 21 settembre: perché aumentano
Dal 21 settembre 2026 cambiano i prezzi di 448 tra visite ed esami e di 222 protesi e ausili su 1.063 di quelli che il Servizio sanitario fornisce gratis a chi ne ha diritto. Dove il ritocco c’è, in media è del 5,8%. Ma più di otto prestazioni su dieci restano al prezzo di prima. Bisogna chiarire un aspetto per completezza di informazione.
La tariffa è quanto il Servizio sanitario riconosce a ospedali e ambulatori per una prestazione; il ticket è solo la quota che paga il cittadino, e nella maggior parte delle Regioni non può superare 36,15 euro per ricetta. Così la prima visita cardiologica con elettrocardiogramma passa da 33,60 a 38 euro, ma allo sportello si pagano al massimo 36,15: la differenza resta a carico del pubblico. Su tariffe più basse il rincaro si paga per intero ma è minimo, come il prelievo di sangue venoso, da 3,80 a 4,30 euro.
Soprattutto, questo aggiornamento non finanzia nulla ma è un costo in più per lo Stato. E la ragione sta in una storia giudiziaria lunga due anni. A fine 2024 il ministero della Salute aveva aggiornato con un decreto le tariffe della specialistica e della protesica, ferme da oltre vent’anni. Contro quel decreto fecero ricorso le strutture private accreditate – laboratori di analisi, poliambulatori, cliniche convenzionate con il Servizio sanitario – sostenendo che gli importi erano troppo bassi: in media circa il 25% sotto il tariffario di riferimento del 2012, calcolati su dati di costo vecchi di anni e su un campione di strutture non rappresentativo.
Il Tar del Lazio ha dato loro ragione: decreto annullato per “grave difetto di istruttoria”, cioè per come il ministero aveva raccolto e usato i dati. Per evitare che il Paese restasse senza tariffario, però, i giudici hanno rinviato gli effetti dell’annullamento di 365 giorni, a partire dal 22 settembre 2025: da qui la scadenza che il ministero doveva rispettare, e quindi la data di oggi.
Il decreto rifatto, con una nuova istruttoria e l’intesa Stato-Regioni del 23 luglio 2026, alza alcune tariffe e pesa sui conti pubblici per 210,7 milioni l’anno. È una spesa in più per lo Stato, non un incasso: il contenzioso nasceva dal fatto che pagava troppo poco chi erogava le prestazioni.
Le Regioni e la leva fiscale: addizionale Irpef, ticket e il caso Puglia
Il canale attraverso cui un taglio deciso a Roma può davvero trasformarsi in un aumento locale è un altro, ed è la finanza regionale. L’addizionale regionale Irpef va da un minimo dell’1,23% a un massimo del 3,33%, e le Regioni in piano di rientro dal disavanzo sanitario applicano per legge le maggiorazioni massime finché il deficit permane.
Sta già succedendo, a prescindere dal bollo. Dal 1° giugno 2026 la Puglia ha aumentato l’addizionale Irpef per coprire il disavanzo sanitario: esenti i redditi fino a 15mila euro, dallo 0,2% allo 0,9% tra 15 e 28mila, dallo 0,4% al 2% tra 28 e 50mila, dallo 0,62% al 2,1% sopra i 50mila. L’Emilia-Romagna aveva impostato nel 2025 una manovra da circa 400 milioni combinando addizionale Irpef sopra i 28mila euro, revisione dei ticket, Irap e un aumento del 10% del bollo auto dal 2026. Anche Umbria, Abruzzo e Piemonte hanno usato leve analoghe.
È il motivo del braccio di ferro in corso. Il presidente della Toscana Eugenio Giani stima per la sua Regione una perdita tra 300 e 350 milioni a fronte di poco più di 100 milioni di ristoro; il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale parla di 550 milioni e chiede atti ufficiali. Il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga (Lega, uno dei tre partiti della maggioranza di Governo) si è invece detto favorevole alla compensazione garantita, e Palazzo Chigi ha escluso tagli alla sanità regionale; Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha replicato che l’articolo 2 del decreto risarcisce integralmente le Regioni, che anzi risparmierebbero sui costi di recupero dell’evasione.
Cosa aspettarsi dalla legge di bilancio 2027
Il Documento programmatico di bilancio va presentato entro il 15 ottobre, la manovra approvata entro il 31 dicembre. L’ipotesi fiscale più definita è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 60mila euro, rilanciata dal viceministro Maurizio Leo, dopo che la legge di bilancio 2026 aveva già portato dal 35% al 33% il secondo scaglione, tra 28 e 50mila euro; quel solo passaggio costa circa 3 miliardi l’anno dal 2027 secondo la Ragioneria generale dello Stato. Sul tavolo ci sono anche la detassazione della tredicesima e la stabilizzazione dell’esenzione dal bollo.
Sono tutte misure che, prese singolarmente, alleggeriscono. La domanda da porsi leggendo la manovra non è quindi quali tasse scendono, ma dove si è spostato il peso: se su un risparmio di spesa permanente, su un’altra entrata, su un anticipo di gettito che mancherà negli anni successivi o sulle Regioni che dovranno cavarsela da sole. È dall’analisi di queste scelte che si capisce chi paga.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




