Dopo il voto in Sassonia-Anhalt si è detto che il Green Deal ha alimentato l’exploit dell’ultradestra. Quanto ha pesato l’impianto della prima Commissione von der Leyen sull’ascesa dell’AfD? E il Ppe oggi lo rivoterebbe?
«Il Green Deal ha avuto un peso, ma sarebbe sbagliato attribuirgli da solo l’ascesa dell’AfD. Il voto in Sassonia-Anhalt racconta soprattutto un disagio più profondo: sicurezza, immigrazione, perdita di potere d’acquisto e timori per la competitività industriale. Detto questo, dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che una transizione ecologica percepita come ideologica, costosa e poco attenta alle imprese e ai cittadini può alimentare il consenso degli estremismi. Il Green Deal va quindi corretto, non cancellato: più pragmatismo, più neutralità tecnologica e più attenzione alla competitività europea. Il Ppe oggi lo rivoterebbe? Sì, ma non lo rivoterebbe nello stesso modo. L’Europa deve mantenere l’obiettivo della decarbonizzazione, cambiando profondamente il modo in cui lo persegue: meno rigidità e più realismo».
Sei governi europei, Italia compresa, hanno chiesto a Bruxelles un prelievo straordinario sugli extraprofitti delle società energetiche. Pochi giorni dopo, il leader del suo partito, Antonio Tajani, ha liquidato quelle tasse come una storia di fallimenti. Crede che Forza Italia riuscirà a far prevalere la sua linea nell’esecutivo?
«La mia posizione è molto chiara: non sono favorevole a tasse straordinarie concepite in modo ideologico o punitivo, perché rischiano di colpire gli investimenti e la competitività del nostro sistema energetico. Il tema, però, è reale e va affrontato, soprattutto quando condizioni eccezionali generano margini eccezionali. Per questo credo sia più efficace lavorare su un contributo concordato con le imprese, destinato a sostenere famiglie e imprese di fronte al caro-energia, evitando misure improvvisate e garantendo certezza del diritto. È una linea coerente con l’impostazione di Forza Italia: dialogo con le imprese, ma anche responsabilità sociale. Quanto al governo, non vedo una contrapposizione: la sintesi si troverà, come è sempre avvenuto nella maggioranza, attraverso il confronto. L’obiettivo comune deve essere proteggere cittadini e imprese senza indebolire il nostro apparato industriale».
Cambiamo terreno, ministro. Il nucleare, prima ancora che una fonte, è un pezzo di innovazione industriale: filiera, brevetti, competenze. L’Italia ha smesso di formarne trent’anni fa e molti dei suoi ingegneri nucleari oggi lavorano all’estero. Nel percorso che avete avviato, chi costruisce davvero: imprese italiane o fornitori stranieri? Ci sono ancora, in Italia, le competenze necessarie?
«Il punto è proprio questo: il nucleare non è soltanto una tecnologia energetica, ma una grande politica industriale. L’Italia non parte da zero. Abbiamo imprese di eccellenza, competenze ingegneristiche, università e centri di ricerca che hanno continuato a lavorare, anche quando il Paese aveva scelto di non produrre energia nucleare. È vero, una parte delle competenze si è dispersa all’estero e oggi dobbiamo ricostruire una massa critica nazionale. Per questo il nostro obiettivo non è importare semplicemente reattori, ma ricostruire una filiera italiana capace di partecipare da protagonista: dalla progettazione alla componentistica, dalla sicurezza alla manutenzione, fino alla ricerca sui nuovi reattori. Le partnership internazionali saranno indispensabili, ma vogliamo che le imprese italiane siano dentro questa partita, non semplici spettatrici. E soprattutto dobbiamo tornare a formare giovani ingegneri e tecnici nucleari. Il capitale umano sarà la nostra prima infrastruttura energetica».
Lei ha detto che i consumi elettrici potrebbero crescere fino al 50% nei prossimi 15 anni e i data center hanno bisogno di continuità energetica. L’intelligenza artificiale è uno dei terreni su cui l’Italia vuole competere, ma quelle infrastrutture cercano Paesi che sappiano garantire energia stabile. Come si realizza l’incastro tra la domanda dei data center e il mix energetico italiano?
«Il punto è garantire ai data center ciò che chiedono: energia disponibile, stabile, competitiva e sempre più pulita. La crescita dell’intelligenza artificiale renderà questa esigenza ancora più evidente. L’Italia deve quindi costruire un mix equilibrato, nel quale le rinnovabili continuino a crescere, accompagnate da sistemi di accumulo e da una rete sempre più moderna e resiliente. Ma, per garantire continuità, dobbiamo affiancare alle fonti intermittenti una generazione programmabile e a basse emissioni: qui il nuovo nucleare può diventare una componente strategica. La sfida è fare in modo che la crescita dei data center non sia un problema per il sistema elettrico, ma un’occasione per accelerare gli investimenti in infrastrutture, reti e nuova capacità produttiva. Se vogliamo che l’Italia sia protagonista dell’intelligenza artificiale, dobbiamo essere altrettanto protagonisti nella produzione dell’energia che la alimenterà».
Il suo ministero patrocina “Sette Idee”, l’iniziativa de L’Espresso a sostegno delle imprese innovative. È un mondo, quello delle startup, che intercetta molti giovani ricercatori. Che ruolo possono avere queste imprese nella transizione energetica e ambientale del Paese e cosa serve affinché diventino grandi?
«Le startup possono essere uno dei motori più importanti della transizione energetica e ambientale italiana. Portano ricerca, innovazione e nuove tecnologie nei settori strategici: dalle rinnovabili all’accumulo, dall’efficienza energetica all’economia circolare. La vera sfida è trasformare l’eccellenza della ricerca in imprese capaci di crescere. Servono capitale, meno burocrazia, un accesso più semplice agli strumenti pubblici e soprattutto un mercato che premi l’innovazione. Dobbiamo creare le condizioni perché le nostre startup non siano costrette a crescere all’estero, ma possano diventare campioni industriali italiani. Le startup rappresentano un asset strategico per la transizione energetica e, sempre di più, per la sicurezza energetica del nostro Paese. Innovare significa infatti non soltanto ridurre le emissioni, ma anche rafforzare la nostra autonomia, sviluppando in Italia tecnologie, competenze e filiere indispensabili per produrre, accumulare e utilizzare l’energia in modo più efficiente e competitivo».
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