Il mondo del lavoro sta cambiando a una velocità sempre più difficile da seguire. Tecnologie, modelli organizzativi e processi produttivi si trasformano rapidamente, mentre i percorsi di studio tradizionali richiedono necessariamente tempi più lunghi per aggiornare programmi, metodologie e competenze. Si crea così un divario tra il momento in cui una persona acquisisce una determinata preparazione e quello in cui le imprese si trovano a richiedere competenze nuove, spesso legate a tecnologie che solo pochi anni prima non erano ancora diffuse.
A fotografare con chiarezza questa trasformazione è il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum. Secondo il rapporto, l’86% dei datori di lavoro intervistati prevede che l’intelligenza artificiale e le tecnologie di information processing trasformeranno il proprio business entro il 2030. Allo stesso tempo, il 39% delle competenze oggi possedute dai lavoratori è destinato a trasformarsi o diventare obsoleto nel periodo 2025-2030.
Non si tratta, quindi, semplicemente della nascita di nuove professioni. La trasformazione riguarda il modo stesso in cui il lavoro viene svolto e le competenze necessarie per rimanere competitivi. AI e big data sono indicate dal World Economic Forum come le competenze in più rapida crescita, seguite da network e cybersecurity e dall’alfabetizzazione tecnologica. A queste si affiancano competenze trasversali come pensiero creativo, resilienza, flessibilità, capacità di adattamento e apprendimento continuo.
Il caso della Puglia: un mismatch già evidente
Questo divario non è una prospettiva lontana, ma una dinamica già osservabile anche nel mercato del lavoro italiano e, in particolare, in Puglia. Il primo rapporto di ARPAL Puglia sul mercato del lavoro regionale evidenzia infatti un crescente disallineamento tra domanda e offerta di competenze: nel 2024 il 42% dei contratti offerti dalle imprese pugliesi ha incontrato difficoltà di reperimento. Tra le cause viene indicata, accanto alla mancanza di candidati, anche l’inadeguata preparazione professionale.
Il dato diventa ancora più significativo osservando quali profili le imprese cercano con maggiore difficoltà. Accanto alle professioni più numerose, spesso caratterizzate da livelli di qualificazione più contenuti, emerge una domanda importante di figure altamente specializzate e tecniche: tra queste informatici, ingegneri, tecnici della gestione dei processi produttivi e tecnici in campo ingegneristico.
Il fabbisogno non sembra inoltre destinato a ridursi nel breve periodo. Per il quadriennio 2025-2028, ARPAL stima in Puglia un fabbisogno occupazionale complessivo di circa 40.000 unità all’anno, determinato soprattutto dalla necessità di sostituire i lavoratori in uscita dal mercato del lavoro. Il rapporto indica quindi esplicitamente tra le priorità delle politiche regionali quella di rafforzare professionalità e competenze e di colmare il disallineamento tra quelle richieste e quelle disponibili.
La stessa dinamica emerge guardando alla transizione ecologica. Secondo i dati Unioncamere riportati dall’Ufficio Statistico della Regione Puglia, nel 2025 erano previste 118.780 entrate riconducibili ai green jobs. Di queste, il 74,9% richiedeva esperienza specifica, mentre il 46,3% risultava difficile da reperire.
La trasformazione riguarda però anche la dimensione digitale. L’Agenda Digitale Puglia 2030 evidenzia una crescente richiesta di profili legati a tecnologie e competenze avanzate, individuando tra le potenziali nuove professioni gli specialisti di Artificial Intelligence, Big Data, Cloud Computing, IoT, Robotics e Cybersecurity. Il documento regionale sottolinea inoltre la necessità di sostenere nelle imprese l’adozione di tecnologie come Big Data, Analytics, Cloud, intelligenza artificiale, IoT e cybersecurity.
Il quadro che emerge è quindi quello di un mercato che domanda competenze sempre più specialistiche, aggiornate e trasversali, mentre una parte significativa delle posizioni continua a essere difficile da coprire. Il problema non riguarda soltanto quanti posti di lavoro saranno disponibili, ma soprattutto la capacità di preparare persone in grado di occuparli.
Un problema che riguarda anche il sistema formativo
Quando le imprese segnalano difficoltà nel reperire candidati adeguatamente preparati, sarebbe riduttivo interpretare il fenomeno esclusivamente come un problema individuale. Il mismatch chiama in causa anche la capacità complessiva del sistema dell’istruzione e della formazione di aggiornare programmi, competenze e percorsi con una velocità compatibile con quella delle trasformazioni economiche e tecnologiche.
È una questione strutturale. Un percorso educativo progettato su cicli pluriennali ha necessariamente tempi diversi rispetto a un mercato nel quale nuove tecnologie possono diventare rilevanti nel giro di pochi anni o, nel caso dell’intelligenza artificiale, di pochi mesi. Lo stesso rapporto ARPAL sottolinea la necessità di verificare la capacità del sistema educativo e formativo regionale di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e indica proprio nelle politiche di istruzione e formazione uno degli ambiti fondamentali di intervento.
In questo scenario, si inseriscono realtà come gema.it, che propongono percorsi di formazione pensati per integrare la preparazione acquisita durante gli studi con competenze specialistiche e operative che non sono ancora pienamente integrate nei percorsi formativi tradizionali.
L’approccio è quello di affiancare alla preparazione teorica una formazione orientata all’applicazione concreta. GEMA Business School, ad esempio, propone percorsi post-laurea che uniscono preparazione teorica, competenze operative e possibilità di esperienza in azienda, oltre a percorsi per professionisti finalizzati all’aggiornamento e alla specializzazione in ambiti come risorse umane, finanza, marketing e AI, project management e sostenibilità.
La formazione successiva al percorso di studi assume così un ruolo complementare: non sostituisce la preparazione acquisita a scuola o all’università, ma permette di aggiornarla e renderla più aderente alle esigenze concrete delle organizzazioni. In un mercato caratterizzato da un’elevata velocità di trasformazione, la possibilità di acquisire competenze specifiche anche dopo il conseguimento di un titolo di studio diventa parte integrante del percorso professionale.
Non cambiano solo le professioni: cambia il modo di lavorare
La trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale (che farà parte anche del percorso di studi nei licei) non stanno semplicemente creando nuovi lavori e facendone scomparire altri. Stanno modificando anche il contenuto di molte professioni che continuano a esistere.
Una parte delle attività ripetitive può essere automatizzata, mentre strumenti basati sull’intelligenza artificiale possono assistere i lavoratori nell’analisi delle informazioni, nella produzione di contenuti, nell’elaborazione dei dati e in numerose attività operative. Il World Economic Forum prevede infatti che entro il 2030 la quota di attività svolte prevalentemente dagli esseri umani diminuirà, con una parte crescente affidata all’automazione e una parte alla collaborazione tra persone e macchine.
Questo non significa però che le competenze umane diventino meno importanti. Al contrario, proprio perché alcune attività possono essere automatizzate, acquistano maggiore valore quelle capacità che permettono di interpretare i risultati, prendere decisioni, risolvere problemi, comunicare e utilizzare gli strumenti tecnologici in modo consapevole.
Il lavoro tende quindi verso una maggiore integrazione tra competenze tecniche e capacità decisionali e creative. Un professionista non deve necessariamente diventare uno specialista informatico, ma deve essere in grado di comprendere e utilizzare gli strumenti digitali pertinenti al proprio ruolo. Allo stesso tempo, competenze come pensiero analitico, creatività, flessibilità, resilienza e apprendimento continuo diventano sempre più importanti.
È questa combinazione a definire una parte significativa del professionista contemporaneo: conoscenze solide, capacità di applicarle e disponibilità ad aggiornarsi quando strumenti, processi e modalità di lavoro cambiano.
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