conto fino a 5 miliardi


Il governo non ha deciso una nazionalizzazione, ma ha aperto a una partecipazione pubblica nella futura società se arriverà un piano industriale credibile. Dal 2012 le immissioni e i finanziamenti statali direttamente ricostruibili valgono circa 2,55 miliardi; considerando garanzie, ammortizzatori sociali e altri oneri, le stime più ampie del costo pubblico arrivano fino a circa 5 miliardi.

(Foto: operai ex Ilva durante una manifestazione sindacali di questo inverno).

Lo Stato potrebbe essere socio anche della nuova ex Ilva, ma questa volta l’ingresso non sarebbe presentato come un semplice passaggio temporaneo verso un privato già individuato. Sarebbe una delle condizioni attorno alle quali costruire da zero la nuova acciaieria di Taranto, con un impianto produttivo diverso, una quota pubblica ancora da definire e un costo che si aggiungerebbe a quello accumulato in quattordici anni di crisi. Al tavolo di Palazzo Chigi dell’8 settembre, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha detto che il governo non esclude una partecipazione pubblica, a condizione che sia presentato un “piano industriale solido e credibile”. Non è quindi una nazionalizzazione già decisa. È, però, la riapertura esplicita di un’opzione che per anni i governi hanno cercato di considerare transitoria: lo Stato dentro il capitale dell’acciaio.

La scelta arriva mentre l’ex Ilva è ancora in amministrazione straordinaria, la vendita non è definita e il cuore industriale dello stabilimento di Taranto è appeso a una decisione giudiziaria. Oggi, 9 settembre, la Corte d’Appello di Milano esamina l’istanza di sospensione del provvedimento che impone la fermata dell’area a caldo entro la fine di ottobre. Nel frattempo le imprese dell’indotto hanno congelato le procedure di licenziamento collettivo annunciate per circa 2.500 lavoratori. La sospensione, concordata dopo la richiesta del governo, è legata proprio all’esito del contenzioso sull’area a caldo.

Quanto denaro pubblico è già stato impegnato per tenere in vita il più grande polo siderurgico italiano? La risposta dipende dal perimetro scelto. Se si contano soltanto i finanziamenti statali, gli apporti di capitale e i prestiti direttamente riconducibili allo Stato, il totale ricostruibile arriva oggi a circa 2,55 miliardi di euro. Se invece si aggiungono garanzie pubbliche, ammortizzatori sociali, sostegni alle imprese dell’indotto, costi della gestione straordinaria e altre forme di esposizione pubblica, le stime pubblicate negli ultimi mesi salgono molto: a gennaio 2026 il conto era stato valutato in circa 3,6 miliardi, mentre a fine luglio alcune ricostruzioni lo hanno collocato fino a 5 miliardi.

Le due cifre non si contraddicono. Misurano cose diverse. Un prestito che deve essere restituito non equivale a una sovvenzione a fondo perduto; una garanzia dello Stato non diventa automaticamente una perdita; la cassa integrazione è una spesa pubblica, ma non entra nel bilancio dell’azienda come un aumento di capitale. Parlare genericamente di “5 miliardi bruciati” sarebbe quindi impreciso. Ma sarebbe altrettanto fuorviante fermarsi ai soli aumenti di capitale, perché una parte consistente del costo della crisi è stata scaricata sul bilancio pubblico fuori dal capitale societario.

Il primo blocco di interventi risale alla fase aperta dopo il sequestro degli impianti del 2012 e l’avvio dell’amministrazione straordinaria nel 2015. In una risposta parlamentare del gennaio 2025, il governo ha ricostruito circa 600 milioni di finanziamenti statali concessi all’Ilva tra il 2012 e il 2015 per far fronte alle esigenze finanziarie della società. A questi si affiancò un finanziamento bancario di 400 milioni assistito da garanzia del Ministero dell’Economia: denaro privato, dunque, che non può essere sommato automaticamente alla spesa statale effettiva, ma che rappresentava comunque un rischio assunto dal settore pubblico.

Il secondo passaggio avvenne con il ritorno dello Stato nel capitale. Nel dicembre 2020 Invitalia, su indicazione del governo, firmò l’accordo con ArcelorMittal; nell’aprile 2021 sottoscrisse un aumento di capitale da 400 milioni di euro, acquisendo il 38% del capitale e il 50% dei diritti di voto di quella che divenne Acciaierie d’Italia Holding. Era l’operazione che avrebbe dovuto accompagnare la riconversione ambientale e il rilancio produttivo. Due anni dopo servì nuovo denaro. Nel febbraio 2023 i soci decisero un sostegno patrimoniale complessivo di 750 milioni: 680 milioni furono versati da Invitalia, mentre ArcelorMittal contribuì per 70 milioni attraverso la conversione di crediti.

A quel punto il capitale pubblico messo direttamente nel progetto con ArcelorMittal aveva già raggiunto 1,08 miliardi tra l’aumento del 2021 e il finanziamento soci del 2023. Ma il rapporto con il partner privato si deteriorò rapidamente. A fine 2023 non fu trovato l’accordo su un ulteriore fabbisogno da 1,32 miliardi. Il 18 febbraio 2024 Invitalia chiese l’ammissione immediata di Acciaierie d’Italia all’amministrazione straordinaria; il decreto arrivò due giorni dopo e il Tribunale di Milano dichiarò lo stato di insolvenza il 29 febbraio. Lo Stato, entrato per condividere il rilancio con ArcelorMittal, si ritrovò di fatto a gestire la crisi.

Nel 2024 fu quindi disposto un finanziamento ponte da 320 milioni di euro. Il governo ha sempre sottolineato che si tratta di un prestito erogato a condizioni di mercato e non di un trasferimento a fondo perduto. La distinzione contabile è corretta, ma non elimina l’esposizione: il denaro è stato messo a disposizione dal settore pubblico e il suo recupero dipende dalla capacità della procedura e del futuro acquirente di rimborsarlo secondo le condizioni previste.

Nel 2025 la necessità di liquidità è proseguita. Il decreto legge 92 ha previsto 200 milioni di euro per interventi urgenti di manutenzione, ripristino ambientale, sicurezza e continuità produttiva. Nello stesso periodo sono state utilizzate anche risorse provenienti dal patrimonio destinato di Ilva in amministrazione straordinaria, alimentato dalle somme della cosiddetta confisca Riva. È un punto che spesso si perde nelle somme complessive: quei fondi hanno origine privata e non possono essere trattati allo stesso modo di un nuovo esborso fiscale, anche se il loro impiego ha consentito di sostenere la continuità dello stabilimento.

Il 2026 ha aggiunto un altro capitolo. Dopo il mancato perfezionamento della cessione, il governo ha autorizzato un prestito oneroso fino a 149 milioni di euro, concesso formalmente in aprile. A maggio è arrivato un ulteriore finanziamento fino a 100 milioni e a fine luglio un altro fino a 100,5 milioni. Solo queste tre misure del 2026 valgono quindi 349,5 milioni di euro. La disciplina prevede che i prestiti siano rimborsati secondo scadenze definite e, in alcuni casi, pone obblighi anche a carico del futuro cessionario se il ricavato della vendita non fosse sufficiente.

Sommando i circa 600 milioni dei primi finanziamenti statali, i 400 milioni dell’ingresso di Invitalia nel 2021, i 680 milioni del 2023, i 320 milioni del prestito ponte 2024, i 200 milioni del 2025 e i 349,5 milioni autorizzati nel 2026, si arriva a circa 2,55 miliardi di euro di interventi pubblici diretti. È una cifra che comprende strumenti giuridicamente diversi e, soprattutto, una quota di prestiti teoricamente recuperabili. Per questo non coincide con una perdita secca per il contribuente.

Il conto più largo nasce da ciò che sta attorno alla società. Nei tredici anni trascorsi dalla crisi sono stati attivati ammortizzatori sociali per migliaia di lavoratori, strumenti di tutela per l’indotto, garanzie pubbliche e interventi attraverso società controllate dallo Stato. Una ricostruzione pubblicata a gennaio 2026, basata anche su stime di Assonime, valutava in almeno 750 milioni di euro il costo cumulato della cassa integrazione ipotizzando una platea media di 3.000 lavoratori per dieci anni, e aggiungeva ulteriori voci tra garanzie, finanziamenti Sace, contributi e costi commissariali. È con un perimetro di questo tipo che il conto ha superato i 3 miliardi e, nelle stime più estese dell’estate 2026, è arrivato fino a circa 5 miliardi.

La nuova apertura del governo a una quota pubblica va letta alla luce di questa storia. Invitalia è già entrata una volta per stabilizzare l’azienda e preparare la transizione; meno di tre anni dopo, la società è finita in amministrazione straordinaria. Un eventuale nuovo ingresso dello Stato dovrebbe quindi rispondere a domande che non sono soltanto politiche: chi finanzia i nuovi impianti, chi si assume i rischi ambientali e legali del vecchio ciclo a carbone, quale produzione può essere sostenibile, quali stabilimenti saranno compresi nella nuova società e quale sarà il destino dell’occupazione diretta e dell’indotto.

Sul tavolo ci sono più soggetti. Il gruppo indiano Jindal ha rinnovato il proprio interesse; Flacks Group è rimasto nel dossier dopo avere presentato in precedenza un progetto di acquisizione; la holding ceca CE Industries ha manifestato interesse. Sul fronte italiano, Federacciai, guidata da Antonio Gozzi, ha raccolto una manifestazione di interesse sottoscritta da quattordici imprese siderurgiche, tra cui Arvedi, Duferco, Feralpi, Marcegaglia e Acciaierie Venete. La proposta italiana, allo stato, riguarda soprattutto gli impianti a valle e l’area a freddo, non il vecchio ciclo integrale a carbone. Mantovano ha indicato un orizzonte di un paio di mesi per la presentazione e la valutazione delle offerte, cui seguirà la trattativa; fino ad allora resterà in piedi l’amministrazione straordinaria.

Ed è proprio l’area a caldo a rendere il futuro molto più costoso del passato. La decarbonizzazione non significa soltanto installare un forno elettrico. Richiede una nuova catena di approvvigionamento delle bramme o la produzione di preridotto, infrastrutture energetiche, bonifiche, impianti e tempi industriali lunghi. Carlo Mapelli, professore ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano, ha stimato che per riportare Taranto verso una capacità di 4,5-5 milioni di tonnellate annue servirebbero almeno 5 miliardi di euro di nuovi investimenti. È una stima del fabbisogno industriale futuro, non del costo già sostenuto dallo Stato, ma dà la misura del problema: la prossima fase potrebbe richiedere risorse dello stesso ordine di grandezza di quelle assorbite dalla crisi finora.

Per questo la scelta della quota pubblica non può essere valutata soltanto chiedendosi se lo Stato debba “salvare” o meno l’ex Ilva. Bisognerà stabilire con quale capitale, quali condizioni, quali obiettivi industriali e quale limite all’esposizione pubblica. Il precedente del 2021 dimostra che una partecipazione statale, da sola, non garantisce né il rilancio produttivo né la stabilità societaria. La produzione italiana di acciaio resta però strategica per automotive, meccanica, cantieristica e costruzioni, e rinunciare a Taranto avrebbe a sua volta un costo economico, occupazionale e commerciale.

La decisione che si prepara è quindi diversa dai salvataggi ponte degli ultimi anni. Se il governo entrerà nella nuova società, dovrà farlo mentre il vecchio modello industriale viene smontato e quello nuovo deve ancora essere finanziato. Il conto già sostenuto offre una base utile per giudicare il prossimo intervento: circa 2,55 miliardi di immissioni e finanziamenti pubblici diretti ricostruibili, fino a circa 5 miliardi se si considera l’intero perimetro dei costi e delle esposizioni pubbliche collegati alla crisi. Qualunque nuova quota statale partirebbe da qui, non da zero. 


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