Qual è la vera posta in gioco a Taranto


Taranto è la città dei due mari, Mar Grande e Mar Piccolo, l’antica colonia fondata dagli Spartani e capitale della Magna Grecia. Ma è anche la città della più grande acciaieria d’Europa, costruita alle sue porte negli anni Sessanta e diventata una presenza capace di condizionare sviluppo, lavoro, ambiente e salute di diverse generazioni.

Il 21 agosto l’antica Taras ha inaugurato i Giochi del Mediterraneo allo stadio Iacovone, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto. Un’occasione internazionale per mostrare una Taranto oltre l’immagine della grande fabbrica.

Ma è la stessa Taranto che nel 2022 David R. Boyd, allora Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e l’ambiente, ha inserito tra le “zone di sacrificio” del pianeta, territori gravemente contaminati nei quali le conseguenze dell’inquinamento compromettono salute, ambiente e pieno godimento dei diritti umani. 

Ed è la città in cui un gruppo di cittadini, i Genitori Tarantini, guidati da Cinzia Zaninelli, ha portato il caso dell’ex ILVA fino alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Sono undici ricorrenti, dieci adulti e un bambino, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. Il 27 luglio 2026 la Corte d’Appello di Milano ha accolto il loro reclamo e ha ordinato a ILVA, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, tutte in amministrazione straordinaria, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento. 

La decisione si fonda principalmente su due questioni, che i giudici considerano ciascuna sufficiente anche da sola a giustificare lo stop: la mancata rimozione completa dell’amianto ancora presente negli impianti e l’assenza, nell’Autorizzazione Integrata Ambientale approvata a luglio 2025, di misure adeguate per ricondurre le emissioni di PM10 e PM2,5 entro limiti di sicurezza, alla luce delle evidenze sanitarie accumulate negli anni.

La Corte ha assegnato novanta giorni dall’ultima comunicazione del decreto per completare in sicurezza la sospensione: il termine scade il 28 ottobre 2026. Il 14 agosto ILVA in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti, ha presentato ricorso in Cassazione. Il 18 agosto Federacciai, insieme a quattordici aziende del settore, ha presentato una manifestazione d’interesse che per Taranto riguarda però la sola area a freddo, escludendo proprio l’area a caldo sulla quale pende l’ordine di sospensione.

Il nodo di questa storia precede di molti anni l’ultima decisione dei giudici. Per anni lo Stato italiano ha continuato ad autorizzare la produzione mentre studi epidemiologici, valutazioni sanitarie e dati sui lavoratori documentavano gli effetti dell’inquinamento sulla salute di chi viveva e lavorava attorno e dentro lo stabilimento. 

Nel frattempo la fabbrica, nata come grande investimento dell’industria pubblica, è stata sostenuta attraverso una lunga successione di norme speciali, finanziamenti, aumenti di capitale e ammortizzatori sociali, mentre una parte rilevante del territorio tarantino, Sito di Interesse Nazionale (SIN), rimane ancora oggi oggetto di interventi di bonifica da parte dello stesso Stato. 

Di cosa parliamo in questo articolo:

Una richiesta di giustizia che non chiede un euro

Undici cittadini, dieci adulti e un bambino affetto da una rara mutazione genetica, legati all’associazione “Genitori Tarantini”, hanno promosso l’azione collettiva da cui è nata la causa civile approdata al Tribunale di Milano. Il loro obiettivo non era ottenere un indennizzo per i danni subiti, ma chiedere al giudice di eliminare l’esposizione al rischio derivante dalle emissioni dello stabilimento. Per farlo, hanno utilizzato l’azione inibitoria collettiva, prevista dall’articolo 840-sexiesdecies del Codice di procedura civile.

Come precisa nel decreto la stessa Corte d’Appello, i cittadini «non hanno agito per l’accertamento del risarcimento del danno o del nesso causale tra gli eventi morte e le emissioni inquinanti», ma per ottenere l’eliminazione dell’esposizione al rischio per la salute individuale e collettiva.  

Sul piano medico-scientifico è stata decisiva la consulenza della pediatra Annamaria Moschetti, di ISDE – Medici per l’Ambiente e allora presidente della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto, che ha portato nel processo anni di studi epidemiologici e valutazioni sanitarie sulla popolazione esposta. Messa a confronto con quella di ILVA, la consulenza di Moschetti ne ha «completamente e radicalmente confutato» le conclusioni, scrive il Tribunale, che dichiara di condividerne i risultati perché fondati su dati scientifici «ampiamente riconosciuti e documentati». 

Che cosa sappiamo sulla salute dei tarantini

Quando i cittadini decisero di intraprendere la causa, il quadro sanitario di Taranto era già stato studiato per anni e le evidenze disponibili erano pesanti. Nel 2012 l’Associazione Italiana di Epidemiologia, prendendo posizione sulla vicenda ILVA, ricordava che la popolazione di Taranto è stata esposta per decenni a elevati livelli di diverse sostanze chimiche dagli effetti cancerogeni noti e che gli studi epidemiologici hanno documentato un aumento della mortalità e della morbosità per malattie cardiache e respiratorie.

Lo studio SENTIERI, lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento dell’Istituto Superiore di Sanità, aveva evidenziato un eccesso di mortalità per tumore del polmone di circa il 30% in entrambi i sessi. Gli studi epidemiologici successivi avevano inoltre registrato un incremento significativo della mortalità per patologie respiratorie e per tumori nella popolazione tra 0 e 14 anni, con effetti più forti nei quartieri maggiormente inquinati, Tamburi e Borgo, a ridosso dello stabilimento. Sono le conclusioni che l’AIE ha poi riassunto nel proprio documento sul caso ILVA

Lo studio di coorte sulla popolazione residente aveva a sua volta mostrato nei quartieri più vicini alla zona industriale aumenti di mortalità e ricoveri per patologie respiratorie, cardiovascolari e tumorali anche dopo aver tenuto conto delle differenze socioeconomiche tra le diverse aree della città. La ricerca, condotta su oltre 320 mila residenti, aveva rilevato eccessi nei quartieri Tamburi, Borgo e Paolo VI e nel Comune di Statte. 

Nello stesso periodo gli studi epidemiologici dedicati al SIN di Taranto descrivevano un «quadro sanitario compromesso per i residenti nel SIN di Taranto e, tra questi, in particolare per i bambini», confermando gli eccessi già osservati per malattie respiratorie, cardiovascolari e diverse patologie tumorali.

Nel 2019 il Quinto Rapporto SENTIERI aveva analizzato anche le malformazioni congenite: tra il 2002 e il 2015, su 25.853 nati da madri residenti nel sito di Taranto erano stati osservati 600 casi di malformazioni congenite, contro circa 550 attesi sulla base del riferimento regionale, con un eccesso del 9%.

Le Valutazioni del Danno Sanitario, rese disponibili da ARPA Puglia fin dal 2017 e dal 2018, avevano già documentato criticità. Nel 2021 era arrivata un’altra valutazione particolarmente rilevante. Nell’ambito del riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale disposto dal Ministero dell’Ambiente, il tavolo tecnico interistituzionale composto da ARPA Puglia, AReSS Puglia e ASL Taranto aveva valutato, con approccio tossicologico ed epidemiologico, lo scenario emissivo corrispondente alla produzione autorizzata di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. La conclusione era stata che permaneva un «rischio sanitario residuo non accettabile» nello scenario di produzione considerato.

Nel dicembre 2023 era stata pubblicata la valutazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dedicata specificamente alle attività dello stabilimento siderurgico di Taranto. L’OMS aveva ricordato che nella popolazione locale erano stati documentati ripetutamente eccessi di numerose malattie e della mortalità e aveva aggiornato le stime dell’impatto sanitario legato alle emissioni atmosferiche dell’impianto.

Per i soli uomini e donne con più di trent’anni residenti nel Comune di Taranto, l’OMS stimava 27 morti all’anno nello scenario produttivo meno favorevole e cinque in quello più favorevole. La stessa Organizzazione aveva precisato che si trattava di una valutazione parziale, perché altre importanti vie di esposizione, attraverso suolo, acqua, rifiuti e alimenti, non potevano ancora essere quantificate con la stessa affidabilità.

Il sequestro del 2012 e le leggi Salva ILVA

È all’interno di questo quadro che il 26 luglio 2012 il gip di Taranto Patrizia Todisco dispose il sequestro preventivo senza facoltà d’uso dell’area parchi, delle cokerie, dell’agglomerato, degli altiforni, delle acciaierie e dell’area di gestione dei rottami ferrosi dello stabilimento ILVA. Nel procedimento erano state svolte in incidente probatorio due perizie, una chimico-ambientale e una medico-epidemiologica. Negli atti giudiziari veniva descritta una «grave ed attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria» legata alle emissioni degli impianti.

Pochi mesi dopo intervenne però il Governo Monti. Il decreto-legge 3 dicembre 2012 n. 207 introdusse una disciplina speciale per gli stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale e incluse espressamente l’ILVA di Taranto. La norma consentì, anche in presenza del sequestro, la prosecuzione dell’attività produttiva subordinandola alle prescrizioni dell’AIA riesaminata nell’ottobre dello stesso anno. 

Fu il primo passaggio di quella che negli anni sarebbe diventata una lunga successione di norme speciali sull’ILVA, intervenute sulla continuità produttiva, sui termini per l’attuazione delle prescrizioni ambientali, sul commissariamento, sulla gestione e sulla proprietà della fabbrica. Già nel 2013 la legittimità costituzionale del primo decreto arrivò davanti alla Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 85 respinse le questioni sollevate dalla magistratura tarantina e considerò la disciplina espressione del bilanciamento operato dal legislatore tra tutela della salute e dell’ambiente, lavoro e produzione.

Nel frattempo prese forma anche il procedimento penale Ambiente Svenduto, scaturito dall’indagine della Procura di Taranto, sulla gestione dello stabilimento durante gli anni della proprietà Riva. Il processo di primo grado si concluse il 31 maggio 2021 con 26 condanne, per complessivi 270 anni di reclusione, la confisca degli impianti dell’area a caldo e la confisca per equivalente dell’illecito profitto nei confronti di ILVA spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici per 2,1 miliardi di euro. Le motivazioni, depositate nel novembre 2022, descrivono una gestione che avrebbe arrecato un «gravissimo pericolo per la salute pubblica».

Quella sentenza, però, non divenne definitiva. Il 13 settembre 2024 la Corte d’Assise d’Appello di Taranto, sezione distaccata della Corte d’Appello di Lecce, la annullò integralmente. Le motivazioni chiarirono che due parti civili avevano svolto funzioni di giudice di pace e una terza quelle di esperto della sezione agraria del Tribunale di Taranto. Secondo la Corte si determinava così una questione di competenza ai sensi dell’articolo 11 del Codice di procedura penale, che avrebbe dovuto essere rilevata fin dall’udienza preliminare. Gli atti furono quindi trasmessi alla Procura di Potenza.

A Potenza il procedimento è ripartito dall’udienza preliminare il 21 marzo 2025. Il 6 febbraio 2026 il gup Francesco Valente ha disposto il rinvio a giudizio di 21 imputati, 18 persone e tre società. Il nuovo processo riguarda ancora il presunto disastro ambientale prodotto tra il 1995 e il 2012 durante la gestione Riva; tra gli imputati figurano, fra gli altri, Nicola e Fabio Riva e l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, la cui posizione per concussione si è chiusa nel maggio 2026 con una prescrizione, non con una sentenza di merito.

Come l’ILVA di Taranto è diventata la più grande acciaieria d’Europa

Per capire perché lo Stato italiano abbia continuato per così tanto tempo a intervenire sull’ILVA bisogna però tornare alle dimensioni assunte dalla fabbrica. Lo stabilimento nacque negli anni Sessanta come Italsider, azienda pubblica, all’interno della politica di industrializzazione del Mezzogiorno. La costruzione del quarto centro siderurgico venne decisa nel 1959 e avviata nel 1960; nel 1961 ILVA e Cornigliano Genova confluirono nella nuova Italsider, appartenente alla siderurgia pubblica del gruppo IRI-Finsider. È però con il raddoppio degli impianti deciso alla fine del decennio che Taranto cambiò definitivamente scala.

Quando i lavori di ampliamento si conclusero, nel 1975, la fabbrica occupava ormai circa 15 milioni di metri quadrati, raggiungendo una capacità produttiva di 11,5 milioni di tonnellate di acciaio e impiegando circa 20 mila persone. L’Archivio storico delle imprese la definì allora il «più grande e più moderno stabilimento d’Europa», capace di competere direttamente con la siderurgia americana e giapponese. Ma già Antonio Cederna, dalle pagine del Corriere della Sera, nel 1972, raccontava di una città in balia dell’Italsider.

Questa crescita si intrecciò con la riorganizzazione della siderurgia italiana. A Bagnoli l’area a caldo venne spenta nel 1990; nel 2005 l’accordo di programma per Cornigliano sancì la chiusura definitiva delle lavorazioni a caldo di Genova, mentre proseguirono quelle a freddo. Lo stabilimento genovese riceve ancora oggi rotoli di acciaio prodotti a Taranto, dove si è concentrata la produzione primaria a ciclo integrale.

Nel frattempo, nel 1995, la siderurgia pubblica fu privatizzata: con un atto di compravendita del 16 marzo l’IRI cedette alla RILP del gruppo Riva il 100% di ILVA Laminati Piani, comprendente anche gli stabilimenti di Novi Ligure, Genova, Marghera e Torino. La gestione privata proseguì fino alla crisi aperta dall’inchiesta della Procura di Taranto e dal sequestro giudiziario dell’area a caldo del luglio 2012.

Nel 2013 ILVA venne commissariata con il decreto-legge n. 61, che richiamava la permanente, grave sussistenza di pericoli ambientali e per la salute accertata nello stabilimento; nel 2015 entrò in amministrazione straordinaria, con la nomina del collegio dei commissari. Fin da subito lo Stato considerò il commissariamento una soluzione transitoria e cercò un acquirente privato a cui cedere l’intero complesso, un obiettivo che avrebbe attraversato tutti i passaggi successivi.

Nel 2017 la gara per il trasferimento fu aggiudicata ad AM InvestCo Italy, la cordata guidata da ArcelorMittal e partecipata da Marcegaglia; dal 1° novembre 2018 ArcelorMittal subentrò a ILVA nella gestione delle attività produttive. Nel 2021 lo Stato rientrò direttamente nella società attraverso Invitalia, che il 14 aprile sottoscrisse un aumento di capitale da 400 milioni acquisendo il 38% del capitale e il 50% dei diritti di voto: AM InvestCo Italy assunse la denominazione Acciaierie d’Italia Holding, mentre ArcelorMittal mantenne il restante 62%.

Alla fine del 2023 i due soci non trovarono un accordo sul sostegno finanziario, a fronte di una richiesta di nuovi finanziamenti per 1,32 miliardi di euro: il 20 febbraio 2024 Acciaierie d’Italia venne ammessa all’amministrazione straordinaria, dichiarata insolvente dal Tribunale di Milano il 29 febbraio. L’obbligo di acquisto con ArcelorMittal non fu così perfezionato: nel maggio 2024 le due società sottoscrissero un nuovo contratto di affitto che consentiva ad Acciaierie d’Italia di proseguire nella gestione dei rami d’azienda: la proprietà resta a ILVA in amministrazione straordinaria, la gestione ad Acciaierie d’Italia, anch’essa commissariata.

Dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo alla Costituzione e alla Corte di Giustizia UE

Prima che la causa degli undici cittadini arrivasse a Lussemburgo, la vicenda ILVA era già approdata davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), grazie ai ricorsi di cittadini tarantini guidati da Daniela Spera e Lina Ambrogi Melle.

Il 24 gennaio 2019, con la sentenza Cordella e altri contro Italia, Strasburgo accertò la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte rilevò che le autorità italiane non avevano adottato tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione dall’inquinamento né garantito un rimedio effettivo. Il 5 maggio 2022 tornò sul caso ILVA con altre quattro decisioni.

Nel febbraio dello stesso anno cambiò però anche la Costituzione italiana. Con la legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio venne modificato l’articolo 9, introducendo espressamente la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi «anche nell’interesse delle future generazioni»; venne modificato anche l’articolo 41, secondo il quale l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno, tra l’altro, alla salute e all’ambiente.

È in questo quadro che nel 2022 il Tribunale di Milano, chiamato a decidere sull’azione inibitoria degli undici cittadini, sospese il procedimento e si rivolse alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il giudice chiese come dovesse essere applicata al caso ILVA la Direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali e, in particolare, quale ruolo dovesse avere la valutazione degli effetti sulla salute nel rilascio e nel riesame dell’autorizzazione ambientale. Da quel rinvio nacque la causa C-626/22.

Il 25 giugno 2024 la Grande Camera rispose alle domande del Tribunale e stabilì che la valutazione degli effetti dell’attività industriale sulla salute umana dovesse essere parte integrante del rilascio e del riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale, l’AIA, cioè il provvedimento che stabilisce a quali condizioni ambientali una grande installazione industriale può funzionare. Non possono essere considerate soltanto le sostanze già presenti nell’autorizzazione: devono essere valutati anche gli altri inquinanti che possono essere emessi dall’impianto in quantità significativa, tenendo conto della loro natura e della loro pericolosità per la salute umana e l’ambiente.

La Corte intervenne anche sulle proroghe. La Direttiva europea impedisce di rinviare ripetutamente i termini concessi al gestore per conformarsi alle misure di protezione dell’ambiente e della salute quando siano stati individuati pericoli gravi e rilevanti; se quei pericoli permangono, l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso. Spetta al giudice italiano verificare se quelle condizioni ricorrano nel caso concreto di Taranto.

Una procedura d’infrazione aperta dal 2013

La Corte di Giustizia si pronunciò ben più rapidamente della Commissione Europea, che dal 2013 mantiene aperta sul caso ILVA la procedura INFR(2013)2177, non ancora chiusa. Il 7 maggio 2025, dopo la sentenza della Corte di Giustizia, la Commissione ha inviato all’Italia un’ulteriore lettera complementare di costituzione in mora, tornando a contestare il modo in cui la normativa nazionale considera gli effetti degli impianti sulla salute umana, la necessità di prendere in esame tutte le sostanze inquinanti emesse e l’obbligo di sospendere l’attività quando ricorrono le condizioni previste dalla Direttiva. 

Nello stesso giorno ha preso fuoco l’Altoforno 1, riavviato il 15 ottobre 2024 alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, dopo oltre un anno di fermata per manutenzione. Il giorno successivo la Procura di Taranto ha disposto il sequestro probatorio senza facoltà d’uso dell’altoforno.

Nel novembre 2025 Bruxelles ha riferito di stare ancora valutando la conformità della legislazione italiana e della nuova AIA dello stabilimento alla normativa europea. Nell’agosto 2026, tredici anni dopo l’apertura, la procedura rimane dunque in corso: ancora nel febbraio 2026 la stessa Commissione Europea l’ha indicata espressamente come procedura aperta nei confronti dell’Italia.

Quanto ci costa l’ILVA

C’è un altro modo per leggere la storia dell’ILVA: partire dai conti. Sono tre, diversi tra loro, e nessuno dei tre è mai entrato davvero nel dibattito pubblico sulla continuità produttiva.

Il primo è quello dell’azienda. Secondo le relazioni semestrali dei commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, nei primi sei mesi del 2025 la società ha registrato una perdita netta di 793,598 milioni di euro, con un margine operativo lordo negativo per 688,2 milioni. Nel secondo semestre la perdita è stata di altri 582,579 milioni, con un MOL negativo per 414,9 milioni. In un solo anno, quindi, Acciaierie d’Italia ha perso circa 1,38 miliardi di euro, in media quasi 3,8 milioni al giorno. Sono i conti depositati dagli stessi commissari che dal 2024 amministrano la società.

Il secondo conto è quello dell’inquinamento, che non compare in nessun bilancio della fabbrica. Secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente, analizzati nell’inchiesta realizzata da CORRECTIV.Europe e Cittadini Reattivi, nel 2021 i tre grandi impianti considerati a Taranto, siderurgico, centrale termoelettrica e raffineria, hanno prodotto complessivamente 1.879.773.392 euro di costi sanitari e ambientali. Per il solo stabilimento siderurgico la stima è di 1.135.702.144 euro in un anno, dei quali circa 393 milioni legati alla mortalità per esposizione ai principali inquinanti atmosferici: il primo impianto industriale italiano, e il diciottesimo europeo, per costi ambientali e sanitari. L’intero Just Transition Fund destinato dall’Unione Europea a Taranto per accompagnare la transizione ammonta invece a 795,6 milioni di euro, una cifra inferiore alla stima dei costi sanitari e ambientali attribuiti al solo siderurgico nel 2021.

Il terzo conto è quello delle risorse pubbliche spese negli anni per sostenere ILVA e Acciaierie d’Italia. Nel gennaio 2025, rispondendo alla Camera sui costi sostenuti dallo Stato dal 2012, il Governo ha ricostruito circa 600 milioni di finanziamenti statali erogati tra il 2012 e il 2015, 400 milioni versati da Invitalia nel capitale nel 2021 e un finanziamento soci di 680 milioni nel 2023. Nel 2024 è stato inoltre disposto un prestito ponte, poi salito a 420 milioni di euro, un finanziamento oneroso, cioè un prestito da restituire con gli interessi, non un contributo a fondo perduto.

A queste cifre si aggiungono altri 250 milioni, resi disponibili nel gennaio 2025 dal patrimonio alimentato dalle risorse della confisca alla famiglia Riva, in origine destinate al ripristino ambientale e alla decontaminazione, non un nuovo finanziamento a carico dello Stato. Poi, uno dopo l’altro, arrivano altri prestiti onerosi: 200 milioni nel 2025, 149 milioni ad aprile 2026, altri 100 milioni a maggio e fino a 100,5 milioni il 27 luglio, sempre per garantire continuità e sicurezza degli impianti. L’intero quadro degli aiuti era stato autorizzato dalla Commissione europea entro un tetto di 390 milioni di euro.

Mettendo insieme le principali voci di provenienza statale fin qui documentate si arriva a circa 2,65 miliardi di euro. Includendo anche i 250 milioni del patrimonio confiscato ai Riva, si arriva a circa 2,9 miliardi. Non sono tutti costi definitivi per il bilancio pubblico, gran parte sono prestiti da restituire con gli interessi, non perdite acquisite, e il conto non comprende gli ammortizzatori sociali né gli altri interventi per l’indotto.

Nel febbraio 2026 Acciaierie d’Italia ha chiesto la proroga della cassa integrazione straordinaria per 4.450 lavoratori, 3.803 dei quali a Taranto, a partire dal primo marzo e per dodici mesi. Al 31 gennaio 2026 la società impiegava complessivamente 9.702 persone, di cui 7.920 a Taranto.

Bambini, madri e lavoratori: le prime vittime dell’inquinamento

Sono bambini, madri e operai i primi a pagare il prezzo di questa storia. Uno studio sui disturbi dello spettro autistico, pubblicato nel 2024 su Scientific Reports, ha rilevato tra i sei e gli undici anni una prevalenza di 9,58 casi ogni mille bambini nei comuni SIN di Taranto e Statte contro 6,33 negli altri comuni della provincia . Gli autori parlano di un’associazione con la prossimità residenziale a impianti industriali, precisando che lo studio non consente di attribuire causalmente la condizione del singolo bambino a una determinata esposizione.

Nel novembre 2023, dopo una serie di richieste FOIA di Cittadini Reattivi, l’Istituto Superiore di Sanità ha trasmesso lo studio completo sul biomonitoraggio del latte materno delle donne residenti nell’area di Taranto e Statte. Lo studio, poi pubblicato nella letteratura scientifica, ha analizzato 150 campioni: i risultati mostrano differenze significative nelle concentrazioni di diossine, furani e PCB tra il gruppo esposto e quello di confronto. Tra i composti studiati figura il 2,3,4,7,8-pentaclorodibenzofurano, possibile marcatore delle attività metallurgiche.

Quel biomonitoraggio derivava dalla prescrizione 93 dell’AIA del 2012, che imponeva, tra le altre attività, la verifica di PCDD/F (diossine) e PCB nel latte e nel sangue materno. Lo studio è stato commissionato da ILVA all’Istituto Superiore di Sanità e realizzato con ASL Taranto: la raccolta dei campioni si è svolta tra il 2017 e il 2018. La campagna non è diventata però un programma permanente di sorveglianza.

C’è un altro prezzo che Taranto paga ogni giorno, ed è quello di chi lavora dentro lo stabilimento. Migliaia di dipendenti diretti e dell’indotto vivono sotto la minaccia della fermata dell’area a caldo, ma sono già oggi esposti, ogni turno, a polveri, emissioni e sostanze pericolose, dentro impianti nei quali il rischio di infortuni continua a essere una questione concreta.

Il 12 gennaio 2026 Claudio Salamida, 46 anni, è morto dopo essere precipitato nell’Acciaieria 2 mentre era impegnato nel controllo delle valvole del convertitore 3. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe ceduto il pavimento grigliato sul quale si trovava. Il 2 marzo è morto Loris Costantino, 36 anni, dipendente della Gea Power, impresa dell’indotto. Stava svolgendo attività di pulizia di un nastro trasportatore nel reparto Agglomerato quando il cedimento di un piano di camminamento lo ha fatto precipitare per oltre dieci metri. 

Salamida e Costantino non sono due casi isolati. Nel 2025 l’assessora all’Ambiente del Comune di Taranto Fulvia Gravame ha ottenuto dall’INAIL i dati relativi a infortuni e malattie professionali dello stabilimento nel periodo 2005-2024, poi pubblicati dal Comune e analizzati dall’ex europarlamentare Rosa D’Amato.

Nel ventennio risultano 13.728 denunce di infortunio sul lavoro, esclusi i casi in itinere, e 12.341 infortuni riconosciuti; dieci quelli con esito mortale. Nello stesso periodo sono state riconosciute 2.035 malattie professionali, delle quali 934 tumori, con 691 casi associati a un esito mortale. Le denunce di malattia professionale sono passate da 145 nel 2022 a 289 nel 2024.

Tra le patologie professionali figurano tumori del bronco e del polmone e mesoteliomi, patologia strettamente associata all’esposizione all’amianto, sostanza cancerogena il cui impiego è stato messo al bando in Italia con la legge n. 257 del 1992 ma che è ancora presente in parti dello stabilimento. Nel rapporto sul programma di rimozione dell’amianto, la quantità residua presente nello stabilimento al 23 agosto 2023 era stimata in 2.140 tonnellate, una delle questioni che sarebbero poi tornate al centro della decisione della Corte d’Appello di Milano del 2026.

Il SIN di Taranto e le bonifiche ancora aperte

La vicenda ambientale di Taranto non si esaurisce nelle emissioni dell’acciaieria. Parte del territorio è stata dichiarata area ad elevato rischio di crisi ambientale già il 30 novembre 1990 e nel 1998 Taranto è entrata tra i Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche, i SIN: aree dove la contaminazione rende necessario un intervento coordinato dallo Stato.

Il primo perimetro, definito nel 2000, comprendeva 4.383 ettari a terra e 7.006 a mare, e non riguardava soltanto l’ILVA: anche porto, aree militari, discariche e Mar Piccolo. Le indagini hanno documentato contaminazioni da metalli, IPA, PCB e altri microinquinanti.

Ventisette anni dopo quella legge, solo lo 0,1% dei 4.383 ettari a terra è stato effettivamente bonificato, secondo la denuncia congiunta di Acli, Agesci, Arci, Azione Cattolica, Legambiente e Libera, e lo si fa mentre le principali fonti di quella stessa contaminazione, il siderurgico, la centrale termoelettrica, la raffineria, restano tutte pienamente attive dentro il perimetro del SIN.

Anche nel Mar Piccolo gli interventi restano vanno a rilento da decenni: il Ministero ne aveva prescritto la messa in sicurezza di emergenza nel 2005, ma nel 2026 proseguono ancora i primi interventi sui sedimenti contaminati da PCB nel primo seno. 

Dall’AIA 2025 al decreto della Corte d’Appello di Milano 

Il 25 luglio 2025 il Ministero dell’Ambiente ha rinnovato l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dello stabilimento di Taranto e Statte, già scaduta ad agosto 2023: lo ha fatto con 472 prescrizioni, prevedendo una produzione fino a sei milioni di tonnellate l’anno, con validità dodici anni e ri-conferma dell’utilizzo del carbone. Pochi giorni dopo, un’inchiesta di Wired Italia raccoglieva le critiche di Maurizio Rizzo Striano, il legale che ha imbastito la causa inibitoria promossa da 10 genitori tarantini e un bambino: la nuova autorizzazione, diceva, non recepiva i principi fissati dalla Corte di Giustizia.

Un anno dopo, il 27 luglio 2026, su quell’autorizzazione è arrivato il decreto della Corte d’Appello. I giudici hanno respinto innanzitutto l’obiezione di ILVA secondo cui un tribunale civile non potrebbe intervenire su un’autorizzazione amministrativa: il diritto alla salute, hanno scritto, resta un diritto fondamentale anche di fronte a un atto della pubblica amministrazione. Inoltre, il 12 agosto 2025 Governo ed enti territoriali avevano sottoscritto un documento sui forni elettrici, necessari per la decarbonizzazione dell’impianto, senza fissarne i tempi: la Corte lo ha definito un «percorso embrionale».

Nel merito, la sospensione si fonda su due motivi, ciascuno da solo sufficiente. Il primo è l’amianto: il piano ambientale del 2017 ne imponeva la rimozione completa entro il 2023, il termine è stato spostato quello stesso anno. Nell’AIA 2025 la prescrizione è sparita del tutto. La Corte ha respinto la tesi di ILVA secondo cui l’amianto non riguarderebbe l’AIA, osservando che il rapporto usato per giustificare il rinvio si basava sulle dichiarazioni dell’azienda e che negli atti non risultava la documentazione delle rilevazioni

Il secondo motivo riguarda le polveri sottili, PM10 e PM2,5. Le valutazioni sanitarie disponibili da anni indicano un rischio “non accettabile” anche quando i limiti di legge vengono rispettati. Eppure l’AIA 2025 prevede per queste sostanze solo un monitoraggio “conoscitivo”, senza tradurre quelle conoscenze in specifici valori limite e nelle misure necessarie a rispettarli. Su queste basi la Corte ha sospeso l’area a caldo, assegnando novanta giorni per fermarla in sicurezza. Potrà ripartire solo dopo la rimozione completa dell’amianto e l’adozione di misure per contenere le polveri sottili; la richiesta dei cittadini sulla CO₂ è stata invece respinta.

Nei giorni successivi i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia hanno depositato al MASE il piano di decarbonizzazione. Il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha dichiarato di averne scoperto l’esistenza soltanto in quel momento, senza essere stato informato prima. La Fiom lo ha bocciato anche nel merito, definendolo «un semplice adempimento burocratico privo di visione industriale», comunicato senza alcun confronto preventivo con sindacati e istituzioni locali. Il 4 agosto, al tavolo del MIMIT, Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto insieme, senza ottenerla, una nuova convocazione a Palazzo Chigi.

La vicenda giudiziaria, intanto, non si chiude. Il 14 agosto ILVA in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti, ha presentato ricorso in Cassazione contro il decreto della Corte d’Appello. Maurizio Rizzo Striano, il legale che insieme ad Ascanio Amenduni assiste gli undici cittadini, ha ricordato però che il ricorso alla Suprema Corte non sospende da solo l’esecutività del decreto: per ottenere una sospensione, ILVA deve rivolgersi alla stessa Corte d’Appello di Milano.

Chi erediterà lo stabilimento 

Mentre prosegue il contenzioso, resta aperta la procedura per trovare un nuovo soggetto industriale. L’11 dicembre 2025 Flacks Group, società d’investimento statunitense con sede a Miami guidata dall’imprenditore Michael Flacks, ha presentato un’offerta vincolante, proponendo un euro per rilevare l’acciaieria e un piano di investimenti dell’ordine di cinque miliardi di euro.

Alla fine di dicembre i commissari hanno avviato con Flacks una trattativa in esclusiva con l’obiettivo dichiarato di arrivare alla chiusura dell’operazione entro il primo quadrimestre del 2026. Nei mesi successivi la trattativa non ha portato però alla cessione definitiva ed è tornato in campo Jindal Steel International, gruppo siderurgico indiano, che il 27 luglio, nelle stesse ore in cui è stato reso noto il decreto della Corte d’Appello, ha confermato il proprio interesse per l’acquisizione sia dell’area a freddo sia di quella a caldo, prevedendo anche la realizzazione di un nuovo forno carbon free.

Nello stesso giorno il Governo ha approvato un ulteriore finanziamento oneroso fino a 100,5 milioni di euro per garantire la continuità operativa degli stabilimenti durante la procedura di vendita. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto che l’ordine di chiusura dell’area a caldo cambia profondamente una trattativa che il Governo considerava ormai avanzata: «questo è un fatto che stravolge una fase di cessione che era abbastanza avanzata».

Il quadro è cambiato ancora il 18 agosto, quando Federacciai e quattordici imprese associate hanno presentato una manifestazione d’interesse per gli stabilimenti ex ILVA. Si tratta di un atto preliminare e non vincolante; per Taranto, però, la proposta riguarda la sola area a freddo e non comprende l’area a caldo. La gara non ha quindi ancora individuato un acquirente definitivo proprio mentre proprietà e gestione dello stabilimento sono entrambe in amministrazione straordinaria, migliaia di lavoratori sono interessati dalla cassa integrazione e la Corte d’Appello ha ordinato la sospensione dell’area a caldo.

Intanto, il 21 agosto, allo stadio Iacovone, sono partiti i Giochi del Mediterraneo alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto da un’ovazione, della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, fischiata più volte, e del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto. Alla vigilia dei Giochi, Sergio Mattarella ha rivolto un pensiero agli abitanti di Taranto, ricordando i «drammatici aspetti di occupazione e di salute, di sviluppo economico e di qualità della vita» affrontati dalla città e definendoli «un problema e, insieme, un impegno nazionale». L’augurio del presidente della Repubblica è che, proprio a partire dai Giochi del Mediterraneo, Taranto possa tornare ad «abbracciare il futuro».  

Il 23 agosto, due giorni dopo la cerimonia, una densa nube di fumo nero si è sollevata dall’Altoforno 2, l’unico impianto attualmente in funzione, a causa di un guasto elettrico che ha attivato l’apertura di emergenza delle valvole di sicurezza. Nessuna conseguenza per le persone, ma l’assessora all’Ambiente del Comune di Taranto Fulvia Gravame lo ha definito «inaccettabile»: «Mentre il blu del cielo e del mare di Taranto viene raccontato dai media nazionali in occasione dei Giochi del Mediterraneo, chi vive questa città continua ad avere motivo di temere per la propria salute». 

Immagine in anteprima: frame video del documentario “Taranto Chiama” (ITA 2025, 100′)


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