Il mestiere di assistente sociale spiegato ai bambini. È il senso di Smilla fa un lavoro importante, un libro uscito da pochi mesi e che ha già fatto una lunga strada. Scritto da Laura Gedda e illustrato da Giovanni Lombardi, nasce per poter parlare in modo positivo e in prima persona dell’assistente sociale all’infanzia e alle famiglie, e per offrire uno strumento concreto di dialogo a operatori e operatrici.
«L’assistente sociale, nell’immaginario collettivo, viene talvolta associata al controllo, alla burocrazia o a decisioni percepite come punitive», scrive nella prefazione Annamaria Campanini, già professoressa in Servizio sociale all’Università di Milano Bicocca e past president dell’International Association of Schools of Social Work. «Questo libro, invece, restituisce con delicatezza e intelligenza una immagine positiva, realistica e umana del lavoro sociale, contribuendo a costruire quel clima di fiducia senza il quale nessun progetto di aiuto può davvero realizzarsi. È molto più di un libro per bambini. È uno strumento di educazione civica, di promozione culturale, di riconoscimento professionale». Abbiamo intervistato l’autrice.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
La sua professione viene spesso associata a momenti di dolore e fatica, temi da cui la società sembra voler tenere il più lontano possibile i bambini. Perché lei ha voluto invece scrivere un libro dedicato proprio ai più piccoli?
L’idea nasce da una necessità che definirei domestica, familiare. Mia figlia, all’età di tre anni, mi chiedeva di raccontarle il mio lavoro. “Sono assistente sociale, aiuto le persone”. Per lei era sufficiente, mi aveva collocata tra quelli che fanno delle cose buone. Poi ha iniziato a non bastare più. “Mamma, cosa fai tutti i giorni, mi spieghi meglio?”. Come spesso i genitori fanno per trovare le risposte, ho cercato aiuto nei libri ma quel libro non c’era. Le domande arrivavano soprattutto la sera e io le parlavo del mio lavoro attraverso immagini e situazioni concrete, trasformando giornate complesse in storie comprensibili. Smilla fa un lavoro importante è la raccolta di tutte quelle sere e prova a mettere in pagina motivazione, metodo, responsabilità e anche la parte più difficile di questo mestiere. Giovanni Lombardi è riuscito a interpretare disegni e parole, Isabella Derosa (la curatrice, nda) ha trasformato l’idea in un progetto editoriale, sostenuto dall’Ordine degli Assistenti sociali del Piemonte e Valle d’Aosta.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Perché lo ha scelto?
Il titolo è arrivato per ultimo. Doveva predisporre chi legge a riflettere fin da subito sull’importanza delle azioni raccontate e sulla dignità professionale di chi le compie. Chi legge viene coinvolto in un percorso di indizi per scoprire chi si nasconda dietro la donna vestita in rosso e bianco, per me i colori dei diritti esigibili. Il nome, Smilla, evoca per me una donna che si autodetermina, che ha un pensiero alternativo. E poi il dubbio da dipanare: Smilla “è” o Smilla “fa” un lavoro? La seconda. Volevamo restituire dignità professionale a una figura spesso abbinata a una vocazione, al buon senso o al buon cuore. “Ci vuole pelo sullo stomaco”, “io non potrei mai fare il tuo lavoro”, mi dicono gli amici. Ma ci vuole soprattutto un percorso formativo universitario che fornisca principi, metodo e strumenti per favorire il cambiamento che le persone desiderano.
Perché questo è molto più di un libro per bambini?
Perché conoscere i servizi sociali significa conoscere meglio i propri diritti. In una comunità ogni professione ha una funzione e l’assistente sociale lavora anche per rendere accessibili diritti e opportunità a chi ha meno strumenti o meno potere sociale. Informazioni corrette sono fondamentali anche per superare la paura. Un racconto distorto o sensazionalistico del servizio sociale può spingere le persone a chiedere aiuto troppo tardi, quando una difficoltà è già diventata un’emergenza. A quel punto gli interventi possono diventare necessariamente più urgenti o anche coercitivi, alimentando proprio il timore iniziale. Raccontare chi è un assistente sociale e che cosa fa significa costruire fiducia. E credo che la professione debba assumersi direttamente questa responsabilità: raccontarsi senza lasciare che siano altri a definirla. Se non raccontiamo noi chi siamo, rischiamo di riconoscerci sempre meno nel racconto che gli altri fanno di noi.


«Smilla vuole che tu ce la faccia anche senza il suo aiuto». È una delle frasi più potenti del racconto. Che cosa significa?
La citazione è di Confucio: “Non regalare pesci, insegna a pescare”. Il principio di servizio sociale a cui si fa riferimento è quello di autodeterminazione, primo anno di università, insegnamento di Principi e fondamenti di servizio sociale, volume 1. Le persone decidono per sé e compito dell’assistente sociale è favorirne l’autonomia, rimuovere la dipendenza assistenziale, aiutando le persone a riconoscere e utilizzare le proprie risorse per affrontare le situazioni. Lo trovo un atteggiamento professionale, oltre che umano, rispettoso e con maggiore probabilità di tenuta. A volte è difficile riuscire a non “spingere” troppo le persone verso la soluzione della crisi ma è importante che la attraversino con il proprio passo e le proprie scarpe.
Funambola, supereroina, ruspa, poliziotta, musicista. L’assistente sociale si porta dentro un pezzetto di ognuna di queste figure secondo il libro illustrato. Si sente così?
Sì, perché questa professione richiede soprattutto capacità di adattamento. Ogni persona ha una storia, una cultura, valori e risorse diverse: non esiste una soluzione standard. Mi piace pensare che ogni persona sia un libro scritto in una lingua che l’assistente sociale deve imparare a conoscere. Per questo Smilla assume forme diverse. Tra tutte, sono particolarmente affezionata alla ruspa: rappresenta la ricerca delle risorse che le persone possiedono ma che, nei momenti difficili, possono non riuscire più a vedere. La ruspa fa spazio, prepara il terreno per nuove costruzioni. La mia preferita, però, è Smilla davanti alle tre porte: rappresenta l’advocacy, cioè la capacità di portare i bisogni che emergono nella comunità agli interlocutori in grado di contribuire alle risposte. È una funzione che considero profondamente sociale e anche politica. Smilla cambia forma perché cambiano le persone: la sua vera forza è saper capire quale strumento serve, ogni volta.
Nei ringraziamenti ricorda le colleghe che ha visto lavorare in modo eccezionale: «…dovreste vederle!», scrive. Quanto c’è della sua vita professionale in questo libro?
Smilla nasce da 21 anni di lavoro sul campo. Le sue radici sono nelle storie incontrate e nella complessità dei quartieri e delle comunità in cui lavoro. I media tendono a dipingere una professione che si muove freelance, magari utilizzando buon senso e valori personali. Il libro rassicura, invece, perché Smilla è seduta a un tavolo dove concerta con gli altri “personaggi” della storia: giudice, avvocato, psicologo, insegnante e, soprattutto, le persone coinvolte, ognuno con il proprio ruolo. Dietro una storia che i giornali possono raccontare in poche righe c’è un lavoro d’equipe molto più complesso.


Crede che la scelta di ricorrere alle illustrazioni possa contribuire a cambiare l’immaginario?
Ne sono convinta. L’immagine dell’assistente sociale come figura grigia, con una valigetta e un ruolo quasi burocratico, appartiene a un immaginario che dobbiamo superare. Un libro illustrato permette di parlare alle piccole generazioni ma anche agli adulti che lo leggono con loro: genitori, nonni, insegnanti, educatori e professionisti. Con Isabella Derosa abbiamo scelto anche di rappresentare corpi, generi, età, etnie differenti, perché ogni lettore potesse trovare qualcosa di sé e riconoscersi. L’obiettivo, ora, è far uscire Smilla dalle pagine: fumetto, animazione, nuove storie. Perché è arrivato il momento che gli assistenti sociali imparino a raccontarsi anche attraverso strumenti nuovi.
Un episodio che si porta dentro dai primi feedback ricevuti sul libro, che intanto continua a viaggiare (la prossima presentazione sarà il 25 settembre alle 9,30 nella biblioteca comunale di Trani).
Il 17 marzo 2026, Giornata mondiale del servizio sociale, l’Ordine regionale del Piemonte e Valle d’Aosta ha regalato il libro a circa 500 assistenti sociali. Mi aspettavo di ritrovarlo sulle scrivanie, nelle sale d’attesa o magari in qualche cassetto. Invece molte colleghe lo hanno portato a casa. E poco dopo ho iniziato a ricevere fotografie di bambini e bambine che lo leggevano. Ho capito allora che Smilla aveva superato il confine tra professionale e personale. Molte assistenti sociali avevano sempre cercato le parole giuste per spiegare ai propri figli che cosa facessero, talvolta evitando gli aspetti più difficili del lavoro. Il libro ha reso quel racconto più semplice. E poi è arrivata la risposta più bella, quella dei bambini: «Da grande voglio fare anch’io l’assistente sociale».
In apertura, l’assistente sociale e autrice del libro Laura Gedda durante una presentazione. Sullo sfondo, una delle illustrazioni di Giovanni Lombardi contenute nel volume
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Daria Capitani
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