Il professore è collocato in pensione per raggiunti limiti di età, ma lui proprio non ci sta poiché in pensione proprio non ci vuole andare. E per questo motivo fa causa in Tribunale che in prima istanza gli dà ragione, in seconda gli dà torto. Il successivo reclamo è stato discusso definitivamente il 19 agosto prossimo, si attende il verdetto. E i suoi ex studenti, appoggiando l’iniziativa del loro ex prof di Storia e filosofia, Franco Manni, hanno inscenato per lui un flash mob che si è tenuto lunedì davanti ai cancelli del Liceo Leonardo di Brescia, ispirato al film L’attimo fuggente. Il gesto ha voluto esprimere solidarietà al professore che come detto si sta battendo contro il proprio collocamento obbligatorio a riposo per raggiunti limiti di età.

Tra tanti docenti felici di andare in pensione o che farebbero carte false per potere anticipare il giorno dell’agognato pensionamento ci sono anche coloro che invece contestano il Testo Unico sul Pubblico Impiego del 1957 che espelle i lavoratori pubblici dal posto di lavoro e li manda in pensione contro la propria volontà al raggiungimento di una certa età anagrafica, che si attesta oggi sui 67 anni o poco più. È gente che vorrebbe restare in servizio perché si sente ancora non solo nel pieno delle proprie capacità ma che ritiene che sia un vero peccato, anzi un danno personale e sociale, la dispersione del patrimonio di competenze, di conoscenza, di saggezza acquisite negli anni.

Sono insegnanti che considerano anacronistica una legge partorita in un periodo in cui la speranza di vita era molto bassa rispetto alla realtà attuale che vede oggi il nostro Paese come uno dei più longevi del mondo con una età media di oltre 80 anni. Del resto, un conto è avere 67 anni nel 1960, un conto è averli oggi, i 67 anni. A questo proposito qualcuno, come Adriano Bernasconi – mette a confronto i volti celebri di ieri e di oggi per evidenziare il cambiamento epocale di cui la legge non tiene conto. Dice in un video: Guardate una foto di Brad Pitt”, che oggi ha 63 anni e una di Aldo Fabrizi che in un celebre film con Totò del 1960 aveva solo 54 anni. Il primo però appare giovane e prestante, il secondo oggi lo avremmo definito molto anziano.

Basta peraltro guardarsi in giro e guardare i sessantenni e le sessantenni di oggi, nel pieno delle forze e delle ambizioni su un futuro da vivere e ricordarsi o immaginare i sessantenni e le sessantenni degli anni Sessanta. Si evidenzia inoltre una incomprensibile discriminazione rispetto al settore privato, nel quale lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi possono per legge tranquillamente continuare a lavorare, se lo desiderano, “finché morte non li separi”, alle dipendenze di datori di lavoro o per i propri clienti che evidentemente apprezzano capacità, conoscenza, competenze e saggezza. Peraltro, se capita a tutti, quando si debba scegliere un avvocato o un medico specialista, di preferire l’avvocato anziano e il medico avanti negli anni, vorrà dire che si dà per scontato che l’anzianità è un valore aggiunto in fatto di competenza, anche relazionale, e non una condizione escludente. Nessuna legge obbliga quell’avvocato o quel medico a lavorare oltre l’età pensionabile ma nessuna legge tratta questi due lavoratori come persone da mandare ai giardinetti o a stare con i nipotini. E del resto chi vedrebbe come un problema in classe i 74 anni e mezzo di un eventuale professor Julio Velasco? Peraltro la legge consente ai medici pensionati di lavorare negli ospedali pubblici come gettonisti, per mettere al servizio della comunità la propria professionalità sia pure a fronte delle carenze d’organico del SSN. Per altri versi, è significativo che la legge italiana consenta ai docenti di fare la domanda come commissario o come presidente di commissione agli esami di Stato, anche dopo anni (non più di tre) dall’avvenuto pensionamento.

Perché – ci si chiede – disperdere questo patrimonio nel settore pubblico? Non si chiede che la legge imponga di lavorare fino a 70 anni o fino a 80. Chiediamo, al contrario, che la legge consenta, a chi lo desidera, di continuare a insegnare nella scuola pubblica fino a che lo desidera, come succede non solo nel settore privato in Italia, ma come succede negli altri Paesi occidentali, anche nel settore pubblico. Siamo l’unico Paese su 28 – dati alla mano – che abbia questo obbligo”.

Chi conduce la battaglia per il pensionamento libero a scuola vede nel medesimo anche uno strumento di salvaguardia dei conti dell’INPS, destinati a collassare nei prossimi anni a causa della messa a riposo forzosa della massa dei dipendenti baby boomer, nati nel decennio 1955-1965, ma non ignora le tante obiezioni. Obiezioni che provengono non tanto dal legislatore, il quale ha semmai fatto un timido “ma insufficiente” passo avanti con la Legge di Bilancio del 2025 che all’art 1 comma 165 dà la possibilità alle scuole e solo a loro e non ai dipendenti di presentare istanza per trattenere in servizio alcuni lavoratori “per far fronte a esigenze funzionali non altrimenti gestibili”. Gli insegnanti infatti da un lato temono che iniziative del genere possano rappresentare un pericoloso cavallo di Troia che potrebbe spingere il legislatore a questo punto ad aumentare l’età pensionabile per tutti. E dall’altro lato si appellano al ricambio generazionale tra gli insegnanti che secondo loro verrebbe inibito.

A queste obiezioni si risponde intanto con un paradosso: Il legislatore – si risponde – sta già progressivamente portando l’età pensionabile verso i 70 anni a causa del disavanzo dell’INPS che si aggraverà con il citato pensionamento di massa dei baby boomer, dunque l’agognato diritto di restare volontariamente in servizio oltre l’età pensionabile, che potrebbe in astratto essere esercitato da un numero anche limitato di docenti, avrebbe semmai il duplice effetto di ridurre la pressione sull’Inps e quindi di ritardare e non invece accelerare la pensione a 70 anni per tutti. Quanto al ricambio generazionale, vanno invece tenuti in considerazione due fattori: la grande longevità degli italiani e la bassissima natalità del nostro Paese.

Ma c’è di più. L’anzianità di servizio dovrebbe essere vista come un patrimonio da spendere a beneficio della società grazie all’esperienza maturata e alla saggezza acquisita negli anni. La stessa legge e i contratti collettivi prevedono peraltro gli scatti di anzianità – unico strumento di avanzamento di carriera – a beneficio degli insegnanti, scatti che consentono aumenti di stipendio giustificati appunto con la maggiore esperienza maturata a contatto con gli studenti.

Adriano Bernasconi, un docente che ha preso a cuore questo tema e che ha dedicato al medesimo vari interventi anche video si sofferma sulla grande esperienza che si matura con gli anni. L’anzianità di servizio: “Se tu metti in pensione le persone anziane cioè le cancelli dal mercato del lavoro – spiega – tu cancelli la possibilità che queste persone hanno di trasferire le conoscenze e la trasmissione stessa delle conoscenze si indebolisce perché chi le trasmetterà? Persone più giovani e quindi meno qualificate. E quindi qui andiamo contro il luogo comune ‘largo ai giovani’”. Ma quanti sono gli interessati? Non si sa, ci si può solo ispirare ai commenti rinvenibili sui social di docenti che testimoniano di avere confidato negli anni in un trattenimento in servizio fino a 70 anni.

E la giurisprudenza cosa dice? Qual è il suo orientamento? C’è per ora un unico caso finito in Tribunale ed è quello, citato, del professor Franco Manni, docente di Storia e Filosofia al liceo scientifico statale Leonardo di Brescia. Di fronte al primo decreto di collocamento a riposo, emanato dal preside della sua scuola a ottobre 2025, il professor Manni ha promosso una causa davanti al Tribunale del Lavoro di Brescia, chiedendo, sulla base della normativa del 2024, di essere trattenuto in servizio e di non andare obbligatoriamente in pensione per raggiunti limiti di età anagrafica ritenendo inoltre “obsoleta” la norma del 1957 sul limite obbligatorio di età pensionabile basato sull’età anagrafica, ritenendola peraltro una norma unica nel panorama internazionale. Nelle successive tappe giudiziarie il verdetto in prima istanza favorevole viene prima riformato, poi appellato, per vari motivi, sia formali, sia di merito. La sua ultima possibilità giudiziaria sarà l’udienza del 19 agosto 2026, quando verrà esaminato il suo reclamo davanti al Tribunale del Lavoro di Brescia. Staremo a vedere. Abbiamo intanto intervistato il docente per capire di più non tanto sul suo caso giudiziario ma sui motivi di evidente interesse generale ad esso connessi.

Professor Franco Manni, lei parla di unicità del caso italiano. Perché?

Perché quasi nessun altro paese ha questa situazione. Nei paesi anglosassoni è vietato perché sarebbe contrario ai diritti della persona, come se fosse una discriminazione di genere o razziale, sarebbe un’age discrimination. Tutto nasce in Italia da una legge del 1957, quando l’aspettativa di vita era di 65 anni A quell’epoca aveva un senso, ora l’aspettativa di vita è di 83 anni, dunque il concetto di vecchiaia che poteva avere un senso negli anni ’50, ora questo senso non ce l’ha più per niente. Nei paesi occidentali continentali c’è un’età massima che può variare e che si attesta sui settant’anni e che però sconta un ampio regime di deroghe dovute all’iniziativa del lavoratore che può chiedere e ottenere di rimanere in servizio. In Germania addirittura è previsto un aumento del salario per chi resta in servizio. In Italia tutto questo non esiste, c’è solo la nuova possibilità, prevista dalla legge finanziaria dell’anno scorso ma si basa unicamente sull’iniziativa della pubblica amministrazione e si applica solo in presenza di “funzioni difficilmente sostituibili”. Di fatto nella pubblica Istruzione non è accaduto neanche un caso mentre in altri ministeri ci sono alcuni casi. Intanto la Consulta si è espressa con una sentenza che dice che è irragionevole mandare in pensione un lavoratore pubblico prima che egli abbia accumulato i contributi per la pensione.

Questa è dunque un’altra fattispecie. Si vuole premiare chi non ha i contributi minimi per andare in pensione. Lei intanto parla di discriminazione e di Repubblica democratica fondata sulla pensione.

“Il concetto di fondo è che il Testo Unico del 1957 parla di “vecchiaia” vista quasi come una condizione disabilitante Non lo dici ma è come come se fosse. All’epoca c’era una base sociologica e demografica che giustificava la norma vista l’età media. Che cosa facevano gli ottantenni negli anni 50? Erano morti. Ora questo concetto è molto legato alla dottrina costituzionalistica relativa all’art. 3 della Costituzione secondo cui è vietato discriminare per vari motivi, come, tra gli altri, il sesso, la religione, le condizioni personali e sociali, ma non prevede i motivi anagrafici. In un video che ha avuto centinaia di migliaia di visualizzazioni – circa due milioni e mezzo di visualizzazioni su quattro video, e questo vuol dire che il tema è sentito – sostengo che la nostra Repubblica è fondata sulla pensione. C’è una carrellata di ricerche sulla dottrina nei primi dei primi 20 anni del XXI secolo con un elenco di costituzionalisti, visibile su uno dei video, che mettono in evidenza come certe condizioni non debbano essere discriminate dalla legge, mentre l’età è considerata la Cenerentola dei diritti soggettivi dei cittadini perché ancora non è riconosciuta come condizione di non discriminabilità.

Con la sua iniziativa lei assicura di non chiedere l’aumento dell’età pensionabile per tutti e cita i benefici che deriverebbero dal riconoscimento del diritto di non essere espulsi dal lavoro per ragioni anagrafiche.

La mia richiesta non danneggia le persone che vogliono andare in pensione il prima possibile ma consente a coloro che lo desiderano di restare in servizio. E consente di ridurre il disavanzo dell’Inps. Quando si manda un sessantasettenne in pensione lo Stato pagherà la sua pensione e in aggiunta lo stipendio e i contributi al nuovo assunto, nell’altro caso pagherebbe invece solo una persona. Se ci fosse l’apertura mentale dei politici si potrebbe ridurre o moderare la portata di ciò che avverrà tra pochi anni e cioè la costrizione per tutti di andare in pensione a settant’anni a causa del disavanzo dell’Inps. Se ci fosse un 20 per cento di dipendenti come me ci sarebbe un 20 per cento in meno di pressione sull’innalzamento progressivo dell’età pensionabile per tutti. Siamo il paese più longevo del mondo e al contempo quello con più bassa natalità della Ue, per forza che l’Inps è in disavanzo. La proporzione tra pensionati e lavoratori attivi sarà molto presto sbilanciata a favore dei pensionati. Questo “molto presto” è dovuto come dicevo alla bassa natalità e alla grande longevità, cui si aggiunge un terzo fattore demografico che riguarda le nascite e le morti. Nel decennio 1955-1965 sono nati i gruppi di età più numerosi di tutta la storia d’Italia che si chiamano boomers. Questi baby boomer cominceranno in massa ad andare in pensione, costituiranno l’accelerazione della proporzione.

Quali saranno gli anni dei pensionamenti di massa?

Ci siamo già dentro: sono gli anni che vanno dal 2025 al 2035. Sono questi gli anni in cui in massa andranno in pensione, tutti nel pubblico e buona parte nel privato.

E che cosa succederà in questi dieci anni a scuola?

Adesso il ministero è stato costretto a fare un’enorme quantità di assunzioni che però non copriranno i buchi. Anche adesso ci sono i buchi nella scuola per via dei pensionamenti.

Sì, ma c’è in calo di iscrizioni per via della natalità.

Il calo c’è sulla primaria. La bassa natalità è stata moderata dall’immigrazione e se si guardasse bene ci si accorgerebbe che c’è un boom di assunzioni ad onta dei luoghi comuni secondo cui non c’è posto a scuola per i giovani insegnanti e invece il posto c’è. Negli anni ’80 del secolo scorso ci fu un sacco di assunzioni. Ora c’è di nuovo un grande bisogno di insegnanti per via dei pensionamenti dei baby boomer, indipendentemente dal calo demografico. E questo è un grande problema. I problemi sociali ci sono sempre nella vita, ma peggiorano se si fa finta di ignorarli.

Si sta facendo finta di ignorarli?

Di solito si parla di anziani da gestire, di anziani sul piano economico Ma c’è un aspetto che per me è quello più importante: è un aspetto spirituale. Che cosa deve fare un anziano? Stare con i nipoti e dare il cibo ai colombi? Ho una lettera aperta dei miei ex studenti (che pubblichiamo in calce a questa intervista, ndr) con la quale hanno voluto manifestare preoccupazione dispiacere per quello che succede a me “per debito nei confronti del professor Manni, a cui siamo legati e che è stato una figura importante per le nostre vite e per la nostra formazione culturale, intellettuale e morale, ma anche, come si legge nella lettera “per contribuire a migliorare la società italiana, mostrando come la farraginosità degli automatismi della burocrazia possa ledere al bene pubblico”. Hanno sottolineato la preoccupazione contro un assurdo automatismo che spegne le vocazioni…

Professor Manni, faccia attenzione nel pronunciare la parola vocazione. Ogni volta il popolo degli insegnanti insorge in rete contro chi invoca questa parola…

La polemica è polvere rispetto a quella che è una profonda realtà umana che cerca la vocazione da parte di chi è chiamato a fare in primo luogo la cosa più importante e utile a dare senso alla propria vita. In questa lettera aperta gli studenti si dicono dispiaciuti e preoccupati che l’Italia impedisca a un docente che ha la vocazione di svolgere la propria professione ed è buttato via come una scarpa vecchia.

Perché succede? Pressioni sindacali?

Sono uno storico e dunque non posso sottrarmi dal ricercare le cause storiche dei fenomeni. L’unicità italiana è stata dovuta all’idea dello Stato unitario del 1861 di uniformare i cittadini italiani rispetto ai sette regnucoli 7 allora esistenti e questa spinta all’uniformazione ha fatto sì che la pubblica amministrazione, soprattutto i ministeri, volesse ridurre al minimo la differenziazione dei propri dipendenti e cercare al massimo l’uniformità. Questo atteggiamento ha portato alla pubblica amministrazione a vedersi al centro del servizio pubblico e non invece come un servo meccanismo, uno strumento, un utensile al servizio dei beni comuni. Quest’idea che la pubblica amministrazione sia al centro e non uno strumento per il cittadino è un’idea che a differenza di altri Paesi, in Italia non è cambiata, e questa è la mia spiegazione storica. Questi limiti di età nei paesi dell’Europa occidentale come Spagna, Francia e Svezia non ci sono più questi limiti automatici: perché in Italia questo non è successo? La nostra pubblica amministrazione è ancora vista come il centro della società e che utilizza i cittadini come me o un medico come pure pedine da prendere e buttare. Invece occorre riconoscere che il cittadino lavoratore ha dei diritti in quanto persona e non come pedina della pubblica amministrazione. Dire a un pubblico dipendente ora non ci servi più e ti buttiamo via non è una mentalità liberale, è una mentalità autoritari.

Da questa intervista e dalla sua azione giudiziaria lei si aspetta ostracismo oppure solidarietà?

Sono pessimista. Su dieci commenti ai miei video otto erano negativi. Questo odio verso coloro che hanno maggiore coraggio e che riconoscono che ci sono problemi per i quali offrono delle soluzioni, di solito son presi con fastidio.

***

Pubblichiamo per completezza la lettera aperta degli ex-studenti del prof. Franco Manni

“Siamo un gruppo di ex studenti, di età compresa tra i diciannove e i cinquantaquattro anni, accomunati dall’aver avuto il prof. Franco Manni come nostro insegnante di storia e filosofia al liceo. Egli, quest’anno, avendo raggiunto i 67 anni, è obbligato dalla legge ad andare in pensione, nonostante il suo desiderio di continuare ad insegnare, seguendo quella che lui ha sempre considerato sia la sua missione, sia la sua passione.

Si tratta di un unicum tra i paesi del mondo occidentale, poiché altrove non esiste un tale obbligo per i dipendenti pubblici, basato unicamente sull’età anagrafica e senza alcuna possibilità di proroga o deroga.

Inoltre, si tratta di un’unicità fondata su una legge che risale al 1957, quando la percezione di cosa fosse la “vecchiaia” era ben diversa da ciò che possiamo osservare concretamente nella società di oggi. Il professore si è opposto a questa ingiustizia ed ha lottato! Ha fatto ricorso contro il decreto di pensionamento presso il giudice del lavoro, ha rilasciato interviste, ha fatto campagna di sensibilizzazione sul tema attraverso una serie di video che si possono trovare sul suo canale YouTube, ha presenziato alle udienze in tribunale… ma ha, purtroppo, perso.

Da settembre, contro la sua volontà e con danno per tutti i suoi attuali e potenziali studenti, il suo vasto e prezioso patrimonio di conoscenze e competenze sarà accantonato dallo stato italiano.

Noi vorremmo, con la nostra testimonianza di ex studenti, far sentire la nostra voce e opporci almeno moralmente a questa ingiustizia, sia per debito nei confronti del professor Manni, a cui siamo legati e che è stato una figura importante per le nostre vite e per la nostra formazione culturale, intellettuale e morale, sia per contribuire a migliorare la società italiana, mostrando come la farraginosità degli automatismi della burocrazia possa ledere al bene pubblico.

L’attuale governo ha voluto ribattezzare il dicastero della scuola Ministero dell’Istruzione e del Merito. Ebbene, il prof. Franco Manni, di merito, ne ha da vendere! E ne possiede in entrambi i significati che questa parola – se davvero ha qualche valore al di là dei proclami – assume nell’ambito dell’insegnamento.

Il primo significato del merito riguarda la competenza disciplinare: egli conosce in modo profondo ciò che insegna, sia Storia che Filosofia, e lo espone in modo chiaro, vivificandolo mentre lo collega all’attualità. Se studiare serve a qualcosa, se davvero la conoscenza è un tesoro, allora quella ricchezza sta nel donare strumenti intellettuali utili per la propria vita, per interpretare il mondo, per leggere la contemporaneità, per combattere i luoghi comuni.

Il secondo significato riguarda la capacità educativa: il rapporto interpersonale con gli studenti, la capacità di gestire le classi, l’essere guida o mentore per i conflitti che si affrontano nella vita, il mostrare alle nuove generazioni ciò che di buono hanno da donare quelle vecchie. Se qualcuno fosse interessato, a questo link può trovare un bel video che mostra una lezione viva, vera e feconda tra il prof. Manni e svariati suoi ex studenti di diverse generazioni, incentrata su due temi sempre attuali: la libertà di parola (Storia) e la μεσότης (mesòtes), cioè il giusto mezzo della virtù tra due vizi opposti (Filosofia). Entrambi questi meriti non diminuiscono col tempo, ma si accrescono con l’esperienza: dunque un insegnante più anziano può essere molto più esperto della propria disciplina e molto più esperto dei rapporti interpersonali di uno giovane – e il prof. Manni ne è un esempio!

Ed ora, tra un mese o poco più, tutta questa conoscenza, tutte queste competenze e tutto questo merito verranno messi da parte dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, come se fossero un vecchio paio di scarpe rotte, usando come unico criterio discriminatorio quello della vecchiaia – peraltro contro la volontà dell’interessato. Tutto questo appare a noi, suoi ex studenti, come una profonda ingiustizia nonché una grande miopia da parte delle istituzioni, che sprecano ciò che di meritevole già possiedono. Il professor Manni andrà in pensione non perché non sappia più insegnare, non perché non lo vogliano i suoi studenti, non perché – raggiunta l’età pensionabile – non lo desideri lui stesso, ma solo ed esclusivamente perché il calendario glielo impone.

Noi crediamo che una scuola capace di riconoscere il merito non possa permettersi di confondere l’età anagrafica con il valore di un individuo. Ogni volta che una legge costringe una persona competente, appassionata e ancora pienamente capace di svolgere il proprio lavoro a fermarsi esclusivamente perché ha raggiunto una rigida e inderogabile soglia d’età, non riceve un danno solo la persona interessata, ma lo riceve anche l’intera collettività.

Noi, che abbiamo avuto la fortuna di essere suoi studenti, sappiamo quanto sia prezioso ciò che il nostro Paese sta caparbiamente e irragionevolmente scegliendo di perdere. Ed è per questo che sentiamo il dovere di dirlo pubblicamente: il professor Franco Manni non viene pensionato per mancanza di merito, ma nonostante il suo merito.


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 Vincenzo Brancatisano

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