A quasi un mese dalla morte di Aurora Valenti, la 22enne di Alcamo allieva maresciallo della Guardia di Finanza, emergono nuovi elementi dall’inchiesta della Procura dell’Aquila. E sono elementi delicati, che impongono prudenza ma che allargano le domande su quanto accadeva nelle settimane precedenti alla tragedia.

 

Secondo quanto riportato da Il Messaggero, Aurora avrebbe confidato alle colleghe più vicine di avere già attraversato in passato una gravissima crisi personale e di avere tentato una volta di togliersi la vita. Le stesse allieve avrebbero raccontato agli investigatori anche delle difficoltà vissute dalla giovane all’interno della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza di Coppito.

 

Non c’è, al momento, una conclusione investigativa. C’è però un fascicolo aperto contro ignoti per istigazione al suicidio e c’è una Procura che sta cercando di ricostruire non soltanto le ultime ore di Aurora, ma il contesto nel quale la ragazza viveva e si formava.

 

Le testimonianze delle colleghe

 

Le persone più vicine ad Aurora stanno raccontando agli investigatori ciò che ricordano dei suoi ultimi mesi.

Secondo le indiscrezioni emerse dall’inchiesta, alcune colleghe avrebbero riferito che la giovane aveva manifestato una condizione di profonda sofferenza già prima del 24 luglio.

Ma dalle audizioni sarebbe emerso anche un altro aspetto: Aurora sarebbe stata sottoposta in diverse occasioni a provvedimenti disciplinari, alcuni dei quali comunicati o eseguiti alla presenza degli altri allievi durante le lezioni.

È importante chiarirlo: l’esistenza di provvedimenti disciplinari, di per sé, non dimostra alcun collegamento con la morte della ragazza e non individua responsabilità. È però uno degli elementi che gli investigatori stanno mettendo insieme per comprendere quale fosse lo stato d’animo di Aurora e quale fosse la sua quotidianità all’interno della scuola.

 

I messaggi della sorella: «Lascia la scuola»

 

Ci sarebbero poi le conversazioni con la sorella.

Aurora le avrebbe raccontato le difficoltà che stava attraversando e alcuni problemi vissuti all’interno dell’istituto. La sorella, preoccupata, le avrebbe suggerito di lasciare la Scuola.

Adesso quelle chat potrebbero diventare importanti per ricostruire la vicenda.

Gli investigatori stanno analizzando anche le conversazioni con i genitori e le altre comunicazioni contenute nei dispositivi elettronici sequestrati dopo la tragedia.

 

 

Telefoni, computer e il diario di Aurora

 

La Procura dell’Aquila ha affidato l’analisi informatica al consulente Cristian Franciosi.

Il lavoro riguarda telefoni e computer della giovane: chat, messaggi, contatti e file che potrebbero aiutare a ricostruire sia le ultime ore sia un arco temporale più ampio.

Agli atti c’è anche il diario personale di Aurora.

I genitori della ragazza sono stati ascoltati nei giorni scorsi dal pubblico ministero Mariarosa Bove, titolare dell’inchiesta, accompagnati dal loro legale. Hanno scelto di non rilasciare dichiarazioni pubbliche.

Aurora è morta il 24 luglio all’ospedale San Salvatore dell’Aquila, per le gravissime conseguenze della caduta dalla finestra della sua camera nella Scuola di Coppito. 

 

Un’inchiesta che riguarda anche il modello formativo

 

La morte di Aurora ha aperto, nel frattempo, un confronto che va oltre l’accertamento delle eventuali responsabilità penali.

Da una parte c’è chi invita a non trasformare la tragedia in un processo alla Guardia di Finanza e alla sua Scuola. Dall’altra c’è chi chiede di interrogarsi sul rapporto tra disciplina militare, formazione, pressione psicologica e capacità delle istituzioni di riconoscere il disagio degli allievi.

Su InfoDifesa il generale della Guardia di Finanza in congedo Alessandro Butticé ha contestato quello che definisce un «processo sommario» contro la Scuola di Coppito.

Butticé difende il rigore della formazione militare, sostenendo che una scuola di questo tipo debba sviluppare disciplina, autocontrollo, resilienza e capacità di lavorare sotto pressione. Invita quindi ad attendere il lavoro della magistratura prima di attribuire responsabilità all’istituto nel suo complesso e ricorda che la Scuola dispone di strumenti di ascolto e supporto psicologico.

 

La replica del padre di Beatrice Belcuore

 

A quelle parole ha risposto Stefano Belcuore, brigadiere capo dei Carabinieri e padre di Beatrice Belcuore, allieva maresciallo di 25 anni morta nell’aprile del 2024 all’interno della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze.

La sua è una lettera durissima.

Belcuore non mette in discussione la necessità del rigore nella formazione militare. Contesta però l’idea che il carattere debba essere formato attraverso pratiche percepite dagli allievi come umilianti o attraverso un ambiente nel quale manifestare una difficoltà possa essere considerato un segno di debolezza.

«Non chiedo di abolire il rigore. Chiedo di aggiungere consapevolezza», scrive.

E pone una domanda che, dopo la morte di Aurora, non riguarda soltanto Coppito: quanto sono preparate le scuole militari a riconoscere un giovane che sta attraversando una crisi?

La lettera di Belcuore è stata pubblicata come replica all’intervento di Butticé e chiede una revisione del modello formativo e un rafforzamento degli strumenti di prevenzione e sostegno psicologico. (INFODIFESA)

 

La verità, però, deve ancora essere accertata

 

È questo il punto più importante.

L’inchiesta sulla morte di Aurora Valenti non ha ancora individuato responsabilità. Il fascicolo aperto contro ignoti per istigazione al suicidio è lo strumento attraverso il quale la Procura sta verificando se nella tragedia possano aver avuto un ruolo comportamenti di altre persone.

Le testimonianze delle colleghe, i provvedimenti disciplinari, le conversazioni con la sorella, il diario e i dispositivi elettronici sono pezzi di un mosaico che deve ancora essere ricomposto.

Sarebbe sbagliato trasformarli già oggi in una sentenza contro la Scuola. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarli dettagli irrilevanti.

Perché tra le due posizioni che si stanno confrontando – chi difende il rigore dell’istituzione e chi chiede di ripensare alcuni aspetti della formazione militare – c’è soprattutto una storia che chiede risposte.

Quella di Aurora Valenti, 22 anni, di Alcamo, che poche settimane prima della sua morte aveva ricevuto le “fiamme” e stava cominciando il percorso che avrebbe dovuto portarla a diventare maresciallo della Guardia di Finanza.

Adesso spetta alla magistratura capire cosa sia accaduto. E alle istituzioni, indipendentemente dall’esito penale dell’inchiesta, interrogarsi su tutto ciò che può essere fatto perché una richiesta d’aiuto, quando c’è, venga riconosciuta prima che sia troppo tardi.




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