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Un educatore professionale in Italia guadagna mediamente tra i 1.200 e i 1.500 euro al mese. Un assistente sociale non molto di più. Un oss di una rsa spesso meno. Cifre che in una piccola città di provincia permettono di vivere con difficoltà, e nelle grandi aree metropolitane non bastano nemmeno per l’affitto. I servizi sociali faticano a trovare personale, chi c’è è spesso esausto, chi se ne va raramente torna: il turnover in alcuni settori — comunità educative, residenze per anziani, disabilità — supera il 30% annuo.

Non è una crisi congiunturale. È strutturale, costruita in vent’anni di sottofinanziamento, tariffe pubbliche che non coprono i costi reali, e un racconto collettivo che ha trattato il lavoro di cura come vocazione, missione, dono — tutto tranne che lavoro qualificato, degno di essere pagato per quello che vale.

Come siamo arrivati a questo punto

La dimensione salariale è reale e urgente, ma da sola non racconta tutto. C’è una variabile che la rende ancora più acuta, e che nelle ultime stagioni si è fatta insostenibile: il costo dell’abitare nelle città dove si concentrano i bisogni e quindi i servizi. «A Milano il problema non sono i 1.500 euro che a fine carriera diventano 1.900. Il problema è che con quegli stipendi, se devi prenderti una casa in affitto, un educatore non ce la fa. E quindi non abita più a Milano. Semplice», dice Pietro Segata, presidente di Società Dolce, una delle più grandi cooperative sociali italiane con sede a Bologna. Quello che vale per Milano vale appunto per Bologna, ma anche per Roma e per tutte le aree metropolitane che attraggono domanda di servizi e non riescono più a trattenere chi quei servizi dovrebbe erogare. La risposta del mercato è già in atto e racconta da sola l’entità del problema: a pochi chilometri dal confine svizzero, educatori e infermieri che abitano in provincia di Sondrio attraversano ogni mattina il confine e tornano a casa con quattro o cinque volte lo stipendio di un collega che lavora a Milano. Non è un capriccio. È una risposta razionale a un’ingiustizia strutturale.

È assurdo che il Terzo settore paghi l’irap più del settore privato for profit. Occorre un’esenzione omogenea in tutta Italia

Pietro Segata, presidente cooperativa sociale Società Dolce

Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali, aggiunge un’altra dimensione: quella del senso perduto. «Si è debordato in un’ossessiva misurazione che non consente nemmeno una parola, un sorriso, una battuta. Il primato dell’approccio prestazionale — in questi minuti fare questo, in questi altri fare quest’altro — ha inaridito il lavoro, in particolare nelle Rsa, togliendogli l’anima». Non è un dettaglio secondario: è uno dei fattori che più pesano sulla tenuta delle persone. Quando il lavoro di cura viene ridotto a una sequenza di prestazioni cronometrate, chi lo fa smette di riconoscersi in quello che fa. E smette di farlo.

Per capire perché siamo arrivati fin qui, bisogna uscire dalla scala locale e guardare la struttura. Lo fa Tommaso Vitale, professore di scienze politiche a Sciences Po di Parigi, uno dei maggiori esperti europei di welfare urbano. La sua diagnosi è quella di una trappola a tre pareti: autonomia fiscale troppo limitata per i Comuni, formule di trasferimento finanziario disegnate per una geografia economica che non esiste più, e assenza di un mercato regolato del capitale paziente per le infrastrutture sociali.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Il paradosso dei trasferimenti è documentato e clamoroso. I Comuni che spendono di più in welfare — perché concentrano più fragilità, più domande complesse, più bisogni — ricevono meno risorse dallo Stato, non di più. «Le formule di trasferimento sono state disegnate per una geografia economica degli anni Settanta e Ottanta, quando la vulnerabilità era distribuita in modo più uniforme nel territorio», spiega Vitale. «Oggi non è più così, ma quelle formule non sono mai state aggiornate». Il caso di Milano è emblematico: la città ha aumentato la spesa di welfare del 28% in quattro anni, passando da 213 a 263 milioni di euro, e ha ricevuto dal fondo nazionale per i minori in accoglienza meno di un comune da 30mila abitanti della sua area metropolitana. La ragione è tecnica e perversa: chi già spende di più pesa relativamente di meno nel riparto, indipendentemente da quanti bisogni deve coprire.

La seconda parete della trappola è finanziaria. I servizi sociali richiedono capitale paziente: investimenti a 30-40 anni, a basso rendimento, con profilo di rischio stabile. Ma i mercati finanziari ordinari non lo offrono — i rendimenti attesi sono troppo bassi. Le banche commerciali non lo erogano — gli orizzonti temporali superano i loro modelli di rischio. I fondi di private equity cercano exit entro cinque-sette anni. E i Comuni non possono indebitarsi oltre i limiti del patto di stabilità. Il risultato è che le infrastrutture sociali invecchiano e nessuno ha i mezzi — né pubblici né privati — per rinnovarle davvero. «Nessuna risposta può agire su una sola parete», avverte Vitale. «Questo problema va guardato strutturalmente, o non si risolve».

Come uscire dal guado

Se la diagnosi è strutturale, anche le terapie devono esserlo. Stefano Granata, presidente di Federsolidarietà/Confcooperative, usa un’immagine precisa: per troppo tempo il Terzo settore ha «mutualizzato l’offerta», si è messo insieme per costruire servizi. La sfida oggi è «mutualizzare la domanda».

Serve un piano nazionale per il lavoro sociale, che superi la frammentazione delle norme regionali, che spesso diventa un alibi

Massimo Ascari, presidente Legacoopsociali

 «Per tanto tempo abbiamo ragionato così: ci mettiamo insieme, mettiamo risorse, costruiamo. È evidente che non è più sufficiente. Il vero cambio di programma sarebbe mutualizzare la domanda: è l’unico modo per uscire dalla trappola della sostenibilità», spiega Granata. L’esempio che porta è il disagio giovanile: un bisogno che esplode in tutta la sua complessità, ma che continua a ricevere solo risposte individuali — uno psicologo, uno psicoterapeuta. Come è già successo, in modo distorto, per la non autosufficienza: il vuoto lasciato dai servizi è stato riempito dal badantato, con tutte le sue distorsioni: lavoro nero, isolamento, «deportazione» di donne da Paesi più poveri che si sono fatte carico di un bisogno che la collettività non ha saputo affrontare collettivamente.

 La via d’uscita, secondo Granata, è costruire programmazioni di lungo respiro su alcuni grandi temi — non autosufficienza, disagio giovanile, abitare — capaci di coinvolgere istituzioni pubbliche, fondazioni, cooperative e finanza d’impatto. «L’unica strada fattibile è individuare uno-due grandi temi dove queste forze si mettono insieme e pensano un’autentica programmazione. Capace di ingaggiare anche il mondo della finanza su un interesse comune, non solo speculativo». E aggiunge: «Questo sarebbe anche l’unico passaggio per riabilitare il lavoro sociale: non valutarlo per l’efficienza, ma per l’efficacia. E quella consentirebbe di rialzare anche il valore di chi lo fa».

 
Irap, decontribuzione del lavoro sociale, nodo dei de minimis

Accanto alle riforme strutturali, esistono misure che potrebbero essere attivate nell’immediato. Segata ne indica due concrete: decontribuzione sul lavoro sociale — almeno il 9-10%, simile alle misure straordinarie introdotte durante la crisi del debito — ed esenzione uniforme dall’Irap su tutto il territorio nazionale. Oggi la tassa sul lavoro viene pagata in modo disomogeneo: in Lombardia il Terzo settore è completamente esentato, in Emilia-Romagna no, altrove il livello di tassazione dipende dalla regione. «È assurdo che il Terzo settore paghi l’Irap più del settore privato for profit. Ed è ancora più assurdo che rimanga una decisione regionale, creando un arlecchino di trattamenti diversi», commenta Segata.

C’è poi il nodo del de minimis europeo: il regime che regola gli aiuti di Stato di piccola entità — sussidi, agevolazioni fiscali, prestiti — concessi alle imprese senza obbligo di notifica preventiva alla Commissione europea, perché ritenuti non in grado di alterare la concorrenza. Dal 1° gennaio 2024 il limite è fissato a 300mila euro per impresa nell’arco di tre esercizi finanziari: una soglia troppo bassa per consentire misure efficaci di sostegno al lavoro sociale. Servirebbe una deroga che li innalzasse alle imprese del Terzo settore. «Intervenire pesantemente sul lavoro sociale non serve solo a garantire welfare senza dumping salariale. Serve a sostenere politiche neo-keynesiane in sostituzione dei tradizionali lavori pubblici», spiega Segata, indicando nella Conferenza Stato-Regioni un possibile promotore della proposta verso Bruxelles. Sul fronte contrattuale, Ascari è altrettanto netto: «Se le professionalità nel lavoro sociale si sono fortemente elevate, dev’essere esigibile consentire a chi le esercita un lavoro dignitoso — mantenersi, non sopravvivere». La piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale di settore è stata presentata appena prima di Pasqua. Ma gli aumenti contrattuali non bastano se le tariffe pubbliche non si adeguano. «La revisione prezzi deve diventare obbligatoria e strutturale nei contratti pubblici di servizi. Senza di essa, migliorare il Ccnl rischia di trasformarsi in un azzardo per le cooperative invece che in una leva strategica». 

Non sono più sostenibili trattamenti economici diversi tra chi lavora nel pubblico e chi nel privato sociale

Massimo Minelli, presidente di Confcooperative Lombardia e di Fondazione Triulza

Quel gap tra chi lavora nel pubblico e chi lavora nel privato sociale

Su questo punto incide anche una distorsione strutturale che Massimo Minelli, presidente di Fondazione Triulza e di Confcooperative Lombardia, descrive con numeri precisi: «Uno dei nodi da sciogliere è la disparità di trattamento fra assistenti sociali che lavorano nel privato sociale e quelli che lavorano nel pubblico. Questi ultimi, in base ai contratti oggi vigenti, guadagnano centinaia di euro in più netti al mese e lavorano due ore in meno a settimana. Il risultato è che per noi certe figure professionali diventano introvabili». La soluzione, secondo Minelli, non può che essere sistemica: «Tutti i dirigenti di cooperativa vorrebbero adeguare gli stipendi anche oltre l’ultimo significativo aumento contrattuale, ma occorre introdurre un meccanismo di adeguamento automatico della remunerazione fra quella prevista dai contratti della Pa e quella a cui sono soggetti, in base alle tariffe, i lavoratori degli enti del privato sociale a cui il pubblico affida i servizi».

Questo va fatto attraverso la costruzione di un piano nazionale per il personale sociale. La carenza è già grave e peggiorerà: nei prossimi anni il sistema dovrà rispondere a una domanda crescente con un bacino di lavoratori disponibili che si restringe. Non si risolve con qualche centinaio di reclutamenti all’estero, se non si garantisce alloggio, lingua, inserimento. «Ci si scontra con la frammentazione delle competenze regionali, che fatica a coordinarsi in una logica di Paese. Forse è anche un alibi. Ma è un alibi che costa carissimo», osserva Ascari. 

Strumenti che esistono già, da importare

Vitale non si ferma alla diagnosi. Indica strumenti già in uso altrove che potrebbero essere introdotti anche in Italia, a patto di costruire le condizioni regolatorie necessarie. In Francia il modello del Livret A — un libretto di risparmio garantito dallo Stato, il cui rendimento è obbligatoriamente canalizzato verso la Cassa Depositi per finanziare housing sociale e servizi di comunità a 40-60 anni — dimostra che si può mobilitare risparmio privato per infrastrutture sociali senza ricorrere al debito pubblico.

In Olanda, un fondo pensione dei lavoratori sociali e degli educatori ha costruito una coalizione con il Terzo settore e i Comuni per introdurre strumenti di investimento a basso rendimento stabile. «Non sono utopie, sono modelli che esistono. Alcuni da decenni», dice Vitale. «Il problema non è la loro credibilità tecnica. È costruire le coalizioni politiche per introdurli». Il perimetro di queste coalizioni è necessariamente più largo di quello a cui il Terzo settore è abituato. Riforma dei fondi di coesione europei, tassonomia sociale comune che riconosca gli investimenti nella cura, accesso diretto dei Comuni ai fondi europei senza mediazioni regionali che penalizzano i territori con i bisogni più alti: sono battaglie che richiedono alleanze tra Terzo settore, fondazioni, città e — con le garanzie regolatorie necessarie — anche finanza istituzionale. «Il rischio è restare con gli occhi nel micro, nello spazio e nel tempo», avverte Vitale. «Serve alzare lo sguardo».

In questo quadro, un ruolo specifico spetta al sistema filantropico. Davide Maggi, presidente della Fondazione di Comunità di Novara e consigliere di amministrazione di Fondazione Cariplo: «Sottopagare il lavoro sociale è un problema non solo di giustizia economica, ma anche di qualità dei servizi. Persone mal pagate difficilmente offrono prestazioni di qualità».

Il punto di partenza è superare il sistema delle gare al massimo ribasso, ma non può essere l’unica misura. «Lo stesso Terzo settore, il sistema filantropico e il mondo delle imprese lavorino insieme. La strutturazione delle imprese sociali e dei percorsi di carriera devono diventare focus strategici per gli enti filantropici, passando da una logica di fornitori di risorse a una di capacity building».

Un cambio di prospettiva che chiama in causa anche le aziende: attraverso la Csr  e le fondazioni corporate, le profit hanno la possibilità di contribuire al rafforzamento strutturale degli enti. A patto che il Terzo settore colga le occasioni: «Troppe volte le risorse per sostenere queste linee di sviluppo non vengono nemmeno richieste».  

In apertura, foto di Vitaly Gariev su Pexels

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 Sara De Carli

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