Tiziana a Roma non ci é andata in vacanza,ma per un altro motivo: provare a guarire da una gastroenterite che lei collega alla contaminazione dell’acqua di casa.

I biglietti aerei erano già lì, ma alla fine sono stati cancellati per tutta la famiglia. 

Le ferie sono rimaste sospese da qualche parte, insieme allo scirocco di agosto. 

Dieci giorni di terapia. Una lunga convalescenza. E una paura che, adesso, è rimasta appesa al rubinetto.

Perché l’acqua può essere limpida, inodore, sembrare normale, scrive Tiziana. Eppure, quando le analisi dicono altro, quella trasparenza non basta più a tranquillizzare nessuno.

 

Racconta anche di avere presentato una denuncia penale più di un mese fa e di essere ancora in attesa di sviluppi. Chiede un confronto con Comune e Prefettura e una task force sull’emergenza sanitaria ed economica legata alla rete idrica e fognaria.

 

È una delle tante storie dentro la grande storia dell’acqua contaminata a Trapani. 

Una storia che scorre e non restituisce mai le stesse prospettive.

E forse è proprio questo il punto: non c’è più soltanto un problema tecnico da risolvere. Ci sono persone che hanno smesso di fidarsi di quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale.

Una città che aspetta il “punto zero”

 

Il sistema idrico trapanese aveva già mostrato tutte le sue fragilità durante la crisi del 2024-2025: pozzi, condotte e serbatoi sotto pressione e autobotti sempre più presenti nelle strade.

 

Nell’estate 2025 l’emergenza ha colpito anche il turismo, con strutture ricettive costrette a ricorrere a serbatoi e rifornimenti privati, mentre il servizio comunale non riusciva a soddisfare tutte le richieste.

 

Da qui la Commissione d’inchiesta del Consiglio comunale, chiamata a ricostruire le responsabilità e capire come Trapani sia arrivata a questo punto.

 

Da marzo a oggi la vicenda ha cambiato strada – anzi, tubature – ma non sostanza.

A marzo il Comune aveva vietato l’utilizzo dell’acqua in diverse vie intorno piazza XXI aprile, in seguito  alle segnalazioni di acqua torbida e maleodorante e i primi campionamenti con l’Asp.

 

Poi le riaperture, le verifiche, i contatori nuovamente attivi, emergenza rientrata. 

E a luglio un’altra doccia fredda: in via Nicolò Fabrizi un’analisi privata ha trovato 800 Escherichia coli e 135 Enterococchi per 100 millilitri.

 

Il Comune ha iniziato allora a cercare il “punto zero”: otto strade interessate dal divieto, condotte isolate progressivamente, nuovi campionamenti. Ma quella parola, “punto zero” che sembra riportare ad un film di fantascienza, per chi vive in quelle strade significa una cosa molto concreta: non sappiamo ancora da dove arriva l’inquinamento. Ed é una delle cose più difficili da ammettere, insieme al fatto che non si può radere al suolo una città per rinnovare le condutture.

 

«Non ce la faccio più»

Poi c’è Paola, che vive in via Messina.

È passato un mese e il contatore è ancora chiuso. Un mese senza poter utilizzare normalmente l’acqua di casa. 

Un mese di autobotti, bottiglie comprate, telefonate, richieste di informazioni.

Paola ha scritto pubblicamente per chiedere un confronto con l’amministrazione e invitare gli altri residenti a unirsi: “Il problema oggi tocca la mia palazzina, ma domani potrebbe toccare la tua”.

In via Livio Bassi c’è chi racconta di essere già al secondo distacco del contatore. Ma anche in via Passo Enea la storia non cambia, in una palazzina di circa 40 appartamenti.

 

In via Virgilio Antonella ha fatto analisi private, presentato reclami e continua ad aspettare risposte, mentre  ci si fida solo dell’acqua con le autobotti. 

Si domanda anche se le interrogazioni dei consiglieri comunali abbiano ricevuto risposta ed ha anche dimenticato perché era stata istituita la commissione di inchiesta.

 

Via Nicolò Fabrizi

E poi c’è via Nicolò Fabrizi, una delle strade simbolo dell’emergenza. Una strada dove, secondo le denunce dei residenti, si è arrivati anche al ricovero di un bambino per gastroenterite. 

A luglio la nuova analisi privata ha riacceso l’allarme. E il caldo ha trasformato l’assenza dell’acqua in qualcosa di ancora più pesante: una doccia diventa un problema, lavare i piatti diventa un problema, persino vivere normalmente dentro casa diventa un problema.

 

Prima mancava l’acqua. Ora fa paura

Ma la contaminazione è soltanto l’ultimo capitolo di una crisi che Trapani si porta dietro da due anni.

Prima c’erano i rubinetti a secco, le turnazioni, le cisterne da riempire, le autobotti prese d’assalto. La siccità ha fatto emergere una fragilità che già esisteva: pozzi, condotte vecchie, dispersioni, guasti e un sistema di approvvigionamento diventato sempre più difficile da governare. La crisi, da emergenza, è diventata strutturale.

 

Ora il paradosso è completo: prima i trapanesi avevano paura che l’acqua non arrivasse. Adesso hanno paura di usarla quando arriva.

 

E resta il problema di ciò che sta sotto l’asfalto.

Il Comune ha ammesso che la rete sotterranea non è completamente conosciuta, per molti versi è un rebus; ha raccontato anche i sospetti sui danni provocati da alcuni cantieri alle condotte. 

Ad agosto l’amministrazione ha vietato le minitrincee dopo avere segnalato “frequenti e reiterati danneggiamenti” alle reti idriche e fognarie, con il rischio di una commistione tra reflui e acqua potabile.

 

E poi ci sono le autobotti. A Trapani sono diventate ormai parte del paesaggio della crisi. Il Comitato «L’acqua è un diritto di tutti» ha chiesto perfino l’intervento dello Stato, sostenendo che il sistema comunale non riesca più a garantire un approvvigionamento adeguato alle famiglie.

 

Sul fondo resta anche una domanda politica: che fine ha fatto la Commissione d’inchiesta sulla crisi idrica istituita nel 2025? A giugno il Comitato chiedeva ancora di conoscere gli esiti dei lavori e l’eventuale relazione conclusiva, oggi c’è  la risposta: la Commissione ha ottenuto una proroga fino ad ottobre per concludere il lavoro fin qui svolto: 290 giorni, sei sedute di cui la metá per prorogare i lavori, un sopralluogo, un confronto con il dirigente.

 

Così l’acqua è diventata una roulette.

Non si sa se dal rubinetto arriverà acqua, un’ordinanza o una nuova analisi positiva.

La rabbia cresce di chi l’autobotte privata non può permettersela, o anche di chi può, monta. 

E non esiste nulla di più pauroso di un’acqua classista.

Per ora l’esasperazione resta soprattutto sui social, tra proposte di comitati, esposti e richieste di incontri pubblici.

Ma potrebbe anche uscire dai social.

 

Perché l’acqua, a Trapani, è ormai una roulette russa: solo che qui non si gira il tamburo di una pistola, si gira la manopola del rubinetto.

E ci sono cittadini che, prima di bere, hanno imparato ad avere paura.

 

A Trapani questa storia fa acqua da tutte le parti.

È un paradosso dirlo.

Da tutte le parti, tranne che dai rubinetti.




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 redazione@tp24.it (Luca Sciacchitano)

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