Entrare nella mostra di Miriam Cahn (Basilea, 1949) al MACRO significa incontrare subito il corpo. Nudo, vulnerabile, deformato, accasciato. Le figure dell’artista svizzera occupano tele e carte con una fisicità che riduce la distanza abituale tra chi guarda e ciò che viene guardato. Prima ancora di cercare un significato, arriva una sensazione di disagio. È da qui che la retrospettiva acquista la propria forza: oltre centotrenta opere attraversano più di cinquant’anni di ricerca senza trasformarsi in una semplice ricostruzione cronologica. Formatasi nel clima dei movimenti femministi degli Anni Settanta, Cahn ha sviluppato un linguaggio riconoscibile attraverso carboncino, pittura, acquerello e disegno. La mostra, curata da Cristiana Perrella, riunisce lavori dalla fine degli Anni Settanta a oggi attorno a guerra, desiderio, famiglia e memoria.

Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph: Ela Bialkowska / OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Miriam Cahn al MACRO rinuncia alla spettacolarizzazione

Tra i lavori più forti della mostra c’è Herumliegen (2022), un’installazione realizzata in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Corpi e frammenti sono disseminati nello spazio senza una scena centrale capace di ordinarli. Lo sguardo passa da un elemento all’altro senza trovare un punto privilegiato. La guerra perde così la forma della narrazione spettacolare. Nessun episodio riassume il conflitto, nessuna figura diventa protagonista. Il confronto con il flusso quotidiano di fotografie e video provenienti dalle zone di guerra è inevitabile. Immagini che attraversano gli schermi con una rapidità capace di trasformare la sofferenza in consumo visivo. Qui quella rapidità è sospesa: per attraversare l’opera bisogna fermarsi. Herumliegen non spiega il conflitto: ne restituisce la disgregazione. In questo rifiuto della rappresentazione spettacolare si riconosce una delle qualità più convincenti della ricerca di Cahn. Il lavoro di Cahn non compete con il flusso delle immagini mediatiche, ma ne interrompe il ritmo, costringendo lo spettatore a confrontarsi con un tempo più lento e meno rassicurante.

Memoria e famiglia come nuclei della ricerca di Miriam Cahn

Un altro nucleo importante è Familienraum (1996–2009), composto da dodici dipinti a olio e quattro disegni realizzati nell’arco di oltre un decennio. Il tema è quello della famiglia e della memoria, affrontato senza costruire una narrazione lineare. Il passaggio dalla guerra alla dimensione privata apre una continuità inattesa. La storia collettiva entra nella memoria individuale; il vissuto familiare diventa una lente attraverso cui osservare ciò che rimane degli eventi. Cahn evita di ricostruire una storia precisa. Lascia emergere la natura instabile del ricordo, fatto di assenze, sovrapposizioni e dettagli che resistono alla ricostruzione. È anche ciò che distingue questo nucleo da una semplice autobiografia. La memoria non viene utilizzata per ricostruire un passato, ma come dispositivo instabile attraverso cui leggere il presente.

Una pittura che si muove tra bellezza e orrore

Il materiale è parte integrante della ricerca. Le prime carte a carboncino conservano la fisicità del gesto: la pressione della mano e la rapidità dell’esecuzione. La superficie non viene nascosta: partecipa alla costruzione dell’immagine. Nelle opere successive il colore assume maggiore intensità. Gli acquerelli dedicati all’Atombombe sono tra i lavori più incisivi della mostra per il contrasto tra la qualità cromatica e ciò che evocano. Qui emerge una tensione difficile da risolvere: un’immagine può attirare per la sua bellezza mentre rappresenta distruzione e minaccia. In alcuni lavori la componente cromatica tende a prevalere sul soggetto; in altri produce una dialettica capace di rimanere nello sguardo. Questa ambivalenza impedisce di ridurre l’opera a una semplice dichiarazione politica ed è in questa oscillazione che la pittura di Cahn trova la propria forza. L’immagine non cerca un equilibrio definitivo tra seduzione e violenza, ma lascia convivere le dimensioni. La bellezza del colore non attenua l’orrore; al contrario, rende più difficile respingerlo. Guerra, femminismo, desiderio e violenza sono temi riconoscibili; la pittura resta più complessa delle categorie con cui proviamo a definirla.

Una mostra per il presente

Una retrospettiva di oltre cinquant’anni può facilmente assumere un carattere celebrativo; nel caso di Cahn, il rischio è accentuato da una carriera che comprende appuntamenti come documenta e la Biennale di Venezia. Il percorso del MACRO di Roma mantiene, invece, aperto il confronto con le opere. La loro attualità non dipende soltanto dai soggetti. Guerre, migrazioni e crisi umanitarie fanno parte di un sistema quotidiano in cui la sofferenza rischia di diventare familiare: Cahn lavora dentro questo contesto senza trasformare la pittura in cronaca. Le sue opere non illustrano l’attualità: mettono in discussione il nostro modo di guardarla.

Il bilancio della mostra del MACRO

Alla fine del percorso non rimane una successione ordinata di opere, ma singoli dettagli: una figura, un colore, una postura. Una delle qualità più convincenti della retrospettiva è che le opere non si lasciano consumare rapidamente e continuano a riaffiorare una volta fuori dalle sale. La retrospettiva convince soprattutto quando rinuncia a qualsiasi intento dimostrativo e lascia che siano le immagini a produrre il loro attrito con lo sguardo. Meno efficace, invece, è quando il peso dei temi rischia di precedere quello della pittura. È la sensazione con cui si esce dal MACRO: alcune immagini chiedono tempo. Guardarle significa accettare di non poterle risolvere subito. È forse questa la qualità più rara della mostra: sottrarre le immagini al consumo immediato senza trasformarle in simboli. Restano aperte, irrisolte, e proprio per questo continuano a lavorare nella memoria del visitatore.

Margherita Artoni

Roma // fino al 15 novembre 2026
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda
MACRO – Via Nizza, 138
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