L’auto europea entra nell’era dell’economia circolare e il cambiamento non riguarderà soltanto il momento della rottamazione. Dalla progettazione dei nuovi modelli fino alla gestione dei ricambi, Bruxelles punta a costruire una filiera nella quale materiali, componenti e valore industriale restino il più a lungo possibile all’interno del sistema produttivo. Il nuovo regolamento Ue 2026/1738, entrato in vigore il 13 agosto, segna l’avvio di questa trasformazione, anche se la maggior parte degli obblighi scatterà progressivamente a partire dal 2028.
La filiera
La posta in gioco è anche economica. Ogni anno in Europa arrivano a fine vita tra 10 e 12 milioni di veicoli, una massa enorme di acciaio, alluminio, plastica, rame e materie prime critiche che Bruxelles vuole recuperare in misura crescente. Il problema è che circa 3,5 milioni di mezzi ogni anno scompaiono dai circuiti ufficiali, tra esportazioni e trattamenti irregolari, sottraendo materiali e valore a una filiera che l’Unione vuole rendere più trasparente e competitiva.
Cambia il ciclo dell’auto
Il nuovo quadro europeo supera la logica che concentrava l’attenzione quasi esclusivamente sul veicolo arrivato alla fine della sua vita utile. Le nuove regole abbracciano l’intera catena del valore, imponendo criteri di circolarità già nella progettazione: le vetture dovranno essere concepite per rendere più semplice smontare, sostituire, recuperare e riciclare parti e materiali. Cambia così anche il rapporto tra case automobilistiche, fornitori, demolitori e operatori del riciclo, chiamati a lavorare su informazioni sempre più integrate. Un passaggio centrale riguarda proprio la disponibilità dei dati tecnici. Il regolamento prevede informazioni digitalizzate utili alla rimozione e alla sostituzione dei componenti e rafforza gli strumenti di tracciabilità del veicolo, compresi certificati elettronici di distruzione e scambio di informazioni tra autorità nazionali. Per il mercato dei ricambi usati e rigenerati significa poter disporre di una base informativa più ampia, con l’obiettivo di favorire il riuso prima ancora del riciclo della materia.
Da quando diventa operativa
La disciplina non diventerà però operativa tutta insieme. Fino al 1° settembre 2028 continuerà ad applicarsi il sistema precedente; da quella data il nuovo regolamento diventerà direttamente applicabile nell’Unione. L’estensione sarà poi progressiva: nel 2031 il perimetro comprenderà anche motocicli, camion, autobus e rimorchi, mentre altre prescrizioni entreranno in funzione negli anni successivi. Una gradualità pensata per consentire all’intera filiera automotive di adeguare processi, investimenti e organizzazione.
Più plastica riciclata nelle auto nuove
Uno dei capitoli destinati ad avere l’impatto industriale maggiore riguarda le materie prime seconde. A partire dal 2032, i nuovi veicoli dovranno incorporare almeno il 15% di plastica riciclata; la quota salirà al 25% nel 2036. È un vincolo che spingerà costruttori e fornitori a rivedere approvvigionamenti, specifiche tecniche e rapporti con l’industria del recupero, trasformando il materiale proveniente dalle demolizioni da semplice rifiuto a risorsa strategica per la produzione. Il principio potrebbe inoltre allargarsi ad altre materie decisive per il settore. La Commissione europea indica che saranno definiti requisiti anche per il contenuto riciclato di acciaio e alluminio, con applicazione prevista dal 2033. La direzione industriale è chiara: aumentare l’impiego di materiali recuperati significa non soltanto diminuire i rifiuti, ma anche ridurre la dipendenza europea dalle importazioni di materie prime in un settore che ne assorbe quantità molto elevate.
Il fronte risorse
Proprio l’automotive è uno dei comparti più esposti sul fronte delle risorse. Secondo la Commissione, l’industria europea dell’auto rappresenta il primo utilizzatore nell’Ue di materiali come alluminio, magnesio, gomma naturale e metalli del gruppo del platino, oltre a una quota significativa delle terre rare. Rendere più efficiente il recupero dei materiali contenuti nelle vetture significa quindi intervenire sulla sicurezza degli approvvigionamenti, un tema diventato sempre più rilevante per la politica industriale europea.
Il conto del fine vita passa anche ai produttori
L’altro pilastro è la responsabilità estesa del produttore, la cosiddetta Epr. Il principio sposta una parte importante degli oneri del fine vita verso chi immette i veicoli sul mercato: i produttori dovranno contribuire al finanziamento dei sistemi di gestione e collaborare con gli operatori che raccolgono e trattano i mezzi dismessi. Il fine vita diventa quindi una componente strutturale del costo industriale dell’automobile e non più soltanto un problema affidato alla fase finale della filiera. Per le case automobilistiche questo significa incorporare la circolarità nelle scelte economiche compiute molto prima della vendita. Facilità di smontaggio, recuperabilità dei materiali, disponibilità dei ricambi e quantità di materiale riciclato potranno incidere sempre di più sul modo in cui viene progettato un nuovo modello. Per demolitori e riciclatori, al contrario, la normativa apre un mercato potenzialmente più strutturato per componenti recuperati e materiali secondari, rafforzando una filiera industriale che Bruxelles considera strategica.
Chi sfugge ai circuiti regolari
Il nodo resta quello dei mezzi che oggi sfuggono ai circuiti regolari. La Commissione stima in circa 3,5 milioni l’anno i veicoli che scompaiono dalle strade europee senza una destinazione tracciata, spesso perché esportati oppure smaltiti illegalmente. Le nuove regole puntano a chiudere questa falla collegando maggiormente i registri nazionali, aumentando controlli e tracciabilità e limitando l’esportazione dei mezzi che non possiedono i requisiti necessari per essere considerati ancora veicoli usati.
Un mercato miliardario dietro la rottamazione
Dietro la stretta normativa c’è però anche una scommessa economica. Nelle valutazioni pubblicate dalla Commissione, l’applicazione delle nuove regole potrebbe portare entro il 2035 a 5,4 milioni di tonnellate di materiali riciclati con maggiore qualità o riutilizzati e a 3,8 milioni di veicoli fuori uso in più raccolti e trattati nell’Unione. Bruxelles stima inoltre la possibilità di recuperare circa 350 tonnellate di terre rare, rafforzando l’autonomia europea sulle risorse critiche.
Le ricadute sul lavoro
La Commissione associa alla riforma anche ricadute sul lavoro: le stime indicano fino a 22 mila nuovi posti, dei quali 14 mila nelle piccole e medie imprese, soprattutto nelle attività di demolizione e riciclo. Sul fronte ambientale vengono indicati 12,8 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 evitate entro il 2035, cui viene attribuito un valore economico di circa 2,9 miliardi di euro. Si tratta di stime della Commissione europea legate agli effetti attesi dell’intervento normativo.
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