“Non è una questione di razza, provenienza o nazionalità. Vogliamo poter lavorare senza paura”.
È il punto da cui parte la denuncia di una nota famiglia di ristoratori trapanesi che da settimane racconta episodi di disturbo, tensione e minacce nei propri locali.
Secondo il titolare, la situazione riguarda entrambi gli esercizi della famiglia e sarebbe conosciuta anche da altre attività della zona. L’ultimo episodio avrebbe fatto salire ulteriormente la tensione: la persona indicata dal commerciante si sarebbe presentata con un bastone di ferro o di metallo. Sono intervenuti i Carabinieri.
“Li ringrazio per il loro intervento, ma il problema purtroppo rimane”, racconta il ristoratore, che parla di una famiglia costretta ormai a lavorare con la paura. Una preoccupazione che riguarda anche dipendenti e clienti.
La richiesta, però, è altrettanto chiara: “Non vogliamo vendette. Non vogliamo alimentare odio. Non vogliamo che nessuno si faccia giustizia da solo”. Vogliono poter lavorare.
«Sono tunisino anch’io»
Il commerciante, di origine tunisina, mette esplicitamente le mani avanti sul rischio che la vicenda venga trasformata in una questione identitaria. Sí, perché il soggetto in questione è un migrante.
“Io stesso sono di origine tunisina e conosco perfettamente il peso che possono avere discriminazione e pregiudizi”, scrive.
Il problema, dunque, non sarebbe chi è la persona coinvolta, ma ciò che avrebbe fatto. Se ci sono minacce, aggressioni o comportamenti pericolosi, spetta alle autorità accertarli e intervenire.
È una distinzione semplice, ma importante: la provenienza non può essere né una colpa né uno scudo.
Il ristoratore richiama anche l’articolo 4 della Costituzione e il diritto al lavoro. “Non stiamo chiedendo un privilegio. Stiamo chiedendo di poter esercitare un nostro diritto senza vivere ogni giorno nella paura”.
Il ragionamento di De Santis
Su questa vicenda interviene Giovanni De Santis, operatore culturale noto per essere stato direttore artistico del Luglio Musicale ed ex consigliere comunale.
Il suo commento parte dalla solidarietà alla famiglia e dalla critica a quella che considera una mancata risposta dello Stato, ma affronta anche il tema del pregiudizio.
La sua tesi, in sostanza, è che la provenienza non debba condizionare l’intervento delle istituzioni né in senso securitario, considerando automaticamente pericoloso chi è straniero, né nel senso opposto, facendo diventare il timore di essere accusati di razzismo un deterrente per chi deve intervenire.
Un ragionamento che De Santis applica al caso dei ristoratori, ricordando che si tratta a loro volta di una famiglia di origine tunisina, da decenni inserita nel tessuto economico della città.
Il commento, però, è espresso con toni molto duri. De Santis parla di “africano molesto” e “delinquente africano” e utilizza altre espressioni molto forti. Ed è anche per questo che la discussione, partita da una denuncia sulla sicurezza, ha finito per allargarsi rapidamente al tema dell’immigrazione.
E arrivano i commenti razzisti
L’episodio denunciato e, successivamente, il commento di De Santis hanno dato la stura sui social a una serie di interventi che sono andati ben oltre la questione concreta, arrivando a contenere commenti apertamente razzisti e generalizzazioni sugli stranieri.
È il rischio che il ristoratore aveva cercato di evitare fin dall’inizio: trasformare il comportamento di una singola persona in un giudizio su un’intera comunità.
Il paradosso è che la denuncia originaria chiedeva esattamente il contrario: non essere giudicati per la propria origine e non giudicare per l’origine chi viene indicato come responsabile di un comportamento, ma valutare i fatti.
La sicurezza, in altre parole, non dovrebbe avere nazionalità.
Tra i commenti, qualcuno ha avanzato anche un’altra ipotesi: che la persona coinvolta possa avere problemi di natura mentale. È soltanto un’ipotesi e non un elemento accertato.
La vicenda richiama inevitabilmente alla memoria la storia di Martha, la giovane nigeriana che nel 2023 viveva per strada sotto i portici di via Osorio. La sua vicenda mise insieme marginalità, comportamenti aggressivi, sicurezza e necessità di assistenza sanitaria.
All’epoca furono coinvolti servizi sociali, forze dell’ordine, sanitari e Procura. La donna fu sottoposta anche a un TSO e, successivamente, trasferita in una Comunità terapeutica assistita, dove oggi conduce una vita decorosa e piú consapevole.
Il parallelismo non significa, naturalmente, che le due situazioni siano uguali. Serve però a ricordare una cosa: quando dietro comportamenti problematici può esserci una condizione di disagio psichico, la risposta non può essere affidata ai social né alle diagnosi improvvisate e, soprattutto, non urlare all’ “uomo nero” che deve essere etichettato automaticamente come un pericolo.
Prima che sia troppo tardi
Resta però la domanda della famiglia: “Dobbiamo aspettare che qualcuno venga ferito? Dobbiamo aspettare che un dipendente, un cliente o un altro commerciante si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato? Dobbiamo aspettare che un bastone diventi qualcosa di peggio?”.
Saranno le autorità a dover verificare gli episodi denunciati e stabilire eventuali responsabilità. Ma la richiesta dei ristoratori è, in fondo, molto più semplice del dibattito che ne è nato.
Non chiedono di essere tutelati perché tunisini. Chiedono di essere tutelati perché cittadini, lavoratori e commercianti.
E non chiedono di essere difesi da un migrante, ma da una persona che mette in pericolo la loro sicurezza e serenità.
Proprio per questo la vicenda dovrebbe restare sul terreno dei fatti: sicurezza per chi lavora e per chi frequenta quei locali, responsabilità individuali per chi sbaglia e, se necessario, assistenza per chi dovesse trovarsi in una condizione di fragilità.
Senza pregiudizi. In nessuna direzione.
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redazione@tp24.it (Luca Sciacchitano)
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