Trapani continua a discutere di decadenze da quasi nove mesi, praticamente un parto.
Una vicenda iniziata formalmente il 17 novembre scorso – dopo i consigli comunali straordianari del 22 e 23 ottobre scorso – che, giorno dopo giorno, ha assunto i contorni di una vera e propria saga amministrativa, fatta di pareri, diffide, note protocollate, interpretazioni dello Statuto e richiami alla giurisprudenza.
Una storia che, almeno per l’opposizione, sembra ormai essere diventata prioritaria persino rispetto alla mozione di sfiducia al sindaco Giacomo Tranchida.
Eppure il tema è tra i più delicati che possano approdare in un’aula consiliare. La decadenza di un consigliere comunale non è una semplice presa d’atto amministrativa: incide sul diritto di elettorato passivo e, indirettamente, sulla rappresentanza democratica espressa dagli elettori.
Non è un caso che l’Assessorato regionale delle Autonomie Locali abbia più volte richiamato la giurisprudenza amministrativa secondo cui la decadenza rappresenta una misura eccezionale, da applicare solo in presenza di un effettivo e dimostrato disinteresse verso il mandato e non come automatica conseguenza di assenze dall’aula e, men che meno, come clava politica.
Intanto, però, la città aspetta altro.
Il bilancio di previsione è stato rinviato a settembre. Senza l’approvazione degli strumenti finanziari restano congelati interventi sulla rete idrica e fognaria, sulla manutenzione delle strade, sugli immobili comunali e sulla messa in sicurezza del cimitero. Un blocco che potrebbe tradursi in un pesante rallentamento della spesa comunale, mentre Palazzo Cavarretta continua a consumarsi attorno a una vicenda che, anche qualora si concludesse con la decadenza dei cinque consiglieri interessati, non cambierebbe gli equilibri politici dell’aula: scatterebbero infatti le surroghe, il sindaco resterebbe in carica e la partita si sposterebbe quasi certamente davanti al TAR.
La diffida di Miceli
L’ultimo atto è la diffida notificata dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia Maurizio Miceli alla Prefetta di Trapani, all’Assessorato regionale delle Autonomie Locali, al presidente del Consiglio Alberto Mazzeo e al segretario generale Giovanni Panepinto, dopo l’ultima conferenza dei capigruppo che non calendarizza – di nuovo – il consiglio per le decadenze.
Miceli ricorda come la Conferenza dei capigruppo del 9 giugno abbia deliberato di proseguire il procedimento di decadenza nei confronti di Giovanni Parisi, Andrea Genco, Angela Grignano, Vincenzo Guaiana e Marzia Patti e sostiene che la fase amministrativa sarebbe rimasta inspiegabilmente bloccata.
Nella diffida richiama l’articolo 97 della Costituzione, i principi di buon andamento della pubblica amministrazione e diffida gli uffici a completare senza ulteriore ritardo la predisposizione degli atti, chiedendo una risposta entro 48 ore e preannunciando, in caso contrario, il ricorso alle autorità amministrative e giurisdizionali competenti.
Il carteggio tra Mazzeo e Panepinto
Proprio nelle stesse ore è emerso lo scambio di note tra il presidente del Consiglio e il segretario generale.
Mazzeo aveva contestato la richiesta ricevuta dal Segretario Generale, Giovanni Panepinto, il 14 luglio, sostenendo che il presidente del Consiglio non dispone di alcun potere di “assenso preventivo” sulle proposte di deliberazione predisposte dagli uffici.
Nella sua risposta richiama il TUEL, lo Statuto comunale e la giurisprudenza amministrativa per affermare che la predisposizione tecnica degli atti compete esclusivamente alla struttura burocratica dell’Ente e che al presidente spettano esclusivamente la convocazione del Consiglio e la direzione dei lavori.
Panepinto, con la nota del 6 agosto, chiarisce però che quella richiesta non intendeva attribuire al presidente alcun potere di veto o di codecisione.
Perché, allora, chiedere quell’assenso se non era previsto dalla legge?
La risposta sembra essere nella natura stessa del procedimento. La proposta di decadenza di un consigliere comunale non è un atto ordinario, ma un provvedimento destinato a incidere sul diritto di elettorato passivo, tutelato dall’ordinamento e oggetto di una consolidata giurisprudenza amministrativa che ne impone un’interpretazione rigorosa. È anche per questo che Panepinto, nella sua nota, parla di “garbo istituzionale” e di “opportuno raccordo” tra uffici e Presidenza: per condividere un passaggio particolarmente delicato prima dell’approdo in aula. In pratica, il segretario dice: “Volevo soltanto essere sicuro che, una volta caricate le delibere, tu convocassi il Consiglio.”
Contestualmente annuncia di avere proceduto al caricamento delle proposte deliberative, precisando che da quel momento la convocazione dell’aula e l’iscrizione all’ordine del giorno costituiscono una competenza esclusiva del presidente del Consiglio.
In sostanza, il confronto tra i due non riguarda più la predisposizione degli atti amministrativi, ma il momento in cui le delibere arriveranno effettivamente davanti al Consiglio comunale.
Per Maurizio Miceli, la comunicazione di Panepinto scaturirebbe dalla sollecitazione della sua diffida; di fatto, il segretario risponde al presidente del Consiglio e non sembra tenere conto dell’ulteriore “sollecitazione”.
Le fonoregistrazioni che riaprono il “caso”
Ma c’è un altro documento a riaprire quello che ormai è un “caso”.
Si tratta della fonoregistrazione della Conferenza dei capigruppo del 9 giugno, durante la quale vennero esaminate le giustificazioni presentate dai consiglieri interessati dal procedimento e, contestualmente, accettate quelle dei consiglieri Giovanni Carpinteri e Claudia La Barbera, nel frattempo passati all’opposizione.
La fonoregistrazione della seduta riporta, un elemento destinato che potrebbe tenere aperto il dibattito.
Secondo il segretario generale, la Conferenza dei capigruppo avrebbe dovuto deliberare con un quorum rappresentativo di almeno 13 consiglieri su 24
Durante le votazioni, Panepinto mette infatti a verbale che i voti favorevoli sono 12 e dichiara di ritenere non raggiunto il quorum strutturale.
Il presidente Mazzeo, tuttavia, non condivide questa interpretazione e proclama ugualmente l’avvio della procedura.
Sempre dalle fonoregistrazioni emerge inoltre che lo stesso Mazzeo esprime la posizione del gruppo ex “Trapani Tua”, essendo il capogruppo ed il vice assenti. Una questione che ha sollevato perplessità sulla legittimità, per il ruolo terzo che il Presidente del consiglio è chiamato a ricoprire, specie in un procedimento istruttorio.
Sono aspetti che testimoniano quanto il percorso delle decadenze sia caratterizzato da interpretazioni differenti delle norme statutarie e regolamentari.
Il paradosso
Il risultato è che la montagna non partorisce manco topolini, almeno per il momento e Trapani continua a discutere delle decadenze di cinque consiglieri comunali.
Una vicenda che – qualora risolta – non modificherà gli equilibri politici dell’aula visto che sono previste le surroghe dei consiglieri. E non contribuirà in alcun modo a mettere fine all’amministrazione Tranchida.
Una vicenda che però continua ad assorbire energie istituzionali e politiche mentre il Comune attende di approvare bilancio di previsione e PUG.
Ed è forse questo il vero paradosso della storia infinita delle decadenze: mentre la politica continua a confrontarsi su una procedura destinata con ogni probabilità a proseguire davanti alla giustizia amministrativa, la città resta in attesa delle decisioni che incidono concretamente sulla vita quotidiana dei cittadini.
Nel frattempo, una cosa è certa: da questo momento la partita sulle “decadenze” è interamente nelle mani di Alberto Mazzeo e, a metterlo nero su bianco, è stato Giovanni Panepinto.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione@tp24.it (Valentina Colli)
Source link








