Il futuro degli stabilimenti ex Ilva torna al centro del confronto istituzionale e industriale. Al Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è svolto il tavolo sulle prospettive di Acciaierie d’Italia, presieduto dal ministro Adolfo Urso, con la partecipazione dei principali rappresentanti del mondo siderurgico e manifatturiero italiano. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, il direttore generale Maurizio Tarquini, il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, il presidente di Federmeccanica Silvano Simone Bettini, il presidente di Confindustria Taranto Salvatore Toma, Antonio Marcegaglia per il Gruppo Marcegaglia, Alessandro Banzato per Acciaierie Venete, Federico Pittini per il Gruppo Pittini, Giuseppe Pasini per il Gruppo Feralpi, Antonio Beltrame per AFV Acciaierie Beltrame, Alessandro Brussi e Anna Mareschi Danieli per Danieli, Ruggero Brunori, amministratore delegato di Ferriera Valsabbia, oltre ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia.
Al centro del confronto il rilancio industriale del polo siderurgico, la transizione energetica, la decarbonizzazione e il futuro occupazionale di migliaia di lavoratori. Sul tavolo resta però la forte contrarietà dei sindacati rispetto al definanziamento delle risorse destinate a DRI Italia, la società pubblica incaricata di sviluppare gli impianti per la produzione del preridotto necessario al processo di decarbonizzazione dell’ex Ilva.
“Apprendiamo che è stato approvato il ‘decreto legge Pnrr’ che prevede lo svuotamento definitivo delle risorse residue di DRI Italia, originariamente stanziate dal Governo Draghi e pari a 1,2 miliardi di euro. DRI Italia è la società pubblica con la missione di investire per la realizzazione degli impianti per la produzione del preridotto utile per il processo di decarbonizzazione dell’Ex Ilva. Questo provvedimento va ritirato – dichiara Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, che critica anche la gestione del confronto istituzionale – perché contrasta con l’unico piano industriale condiviso un anno e mezzo fa con i commissari. Soprattutto va nella direzione opposta alle richieste che abbiamo fatto come organizzazioni sindacali con il ‘Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva’. Come organizzazioni sindacali abbiamo chiesto di prevedere più risorse per il DRI e la decarbonizzazione”.
“I Ministri ieri erano assenti al tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali, mentre oggi scelgono di presenziare agli incontri al Mimit – conclude -. E’ un pessimo segnale così si arriva allo scontro. Lunedì abbiamo scioperato a Taranto e ieri abbiamo rilanciato lo stato di mobilitazione permanente in tutti gli stabilimenti”.
Nel dibattito interviene anche Federmanager, che difende il percorso compiuto negli ultimi anni sul fronte ambientale e della sicurezza, chiedendo che le decisioni sul futuro dell’impianto siano basate su dati aggiornati e valutazioni tecniche.
“L’Ilva di oggi – sottolinea il presidente di Federmanager Valter Quercioli – non è l’Ilva di ieri. Gli interventi realizzati, le prescrizioni applicate e il lavoro svolto negli stabilimenti hanno profondamente modificato la realtà aziendale. Non riconoscere questo cambiamento significa formulare valutazioni che non corrispondono più alle condizioni attuali”.
La Federazione spiega di aver partecipato a tutte le riunioni di lavoro promosse dal Governo sul tema, attraverso una delegazione composta dal vicepresidente nazionale Gherardo Zei e dal coordinatore della Commissione nazionale Siderurgia Paolo Bonci, portando il contributo dei dirigenti e delle competenze tecniche del settore.
“La tutela della salute e dell’ambiente non è negoziabile”, prosegue il Presidente Quercioli. “Proprio per la delicatezza della situazione, però, ogni decisione deve basarsi su dati aggiornati, condizioni di sicurezza effettive degli impianti e valutazioni tecniche indipendenti. Acciaierie d’Italia opera nel rispetto delle prescrizioni stabilite dall’Autorizzazione integrata ambientale (AIA). È un dato oggettivo dal quale non si può prescindere. Il sistema di vigilanza e controlli è tra i più serrati in Europa e a oggi non risulta che abbiano mai rilevato una situazione fuori controllo rispetto all’AIA”.
Secondo Federmanager, negli anni più difficili dirigenti e quadri dell’azienda hanno garantito la continuità produttiva e la gestione di un sistema industriale complesso, assicurando l’applicazione delle prescrizioni ambientali e di sicurezza. La Federazione invita quindi a distinguere le responsabilità del passato dalla situazione attuale, evitando decisioni che possano compromettere definitivamente produzione, occupazione e filiere industriali.
“Ad impossibilia nemo tenetur: nessuno può essere obbligato a realizzare ciò che è oggettivamente impossibile”, conclude il Presidente. “Il provvedimento della Corte richiama, tra le ragioni della sospensione dell’area a caldo, la necessità di ulteriori interventi per la riduzione delle emissioni e la presenza di materiali contenenti amianto non tenendo conto che si tratta di amianto confinato. Quest’ultimo se fosse considerato un rischio sarebbe un problema non solo circoscritto al sito tarantino ma riguarderebbe una buona parte dell’industria italiana e degli edifici civili. Le valutazioni tecniche evidenziano, tuttavia, che gli interventi necessari richiedono tempi ben superiori ai novanta giorni previsti. Le prescrizioni devono essere rigorose e pienamente rispettate e devono anche tenere conto della concreta possibilità tecnica di attuarle e dei tempi necessari. Imporre prescrizioni irrealizzabili non rafforza la tutela della salute e dell’ambiente: rischia soltanto di determinare la paralisi degli impianti e una grave crisi sociale dagli esiti imprevedibili”.
Dal tavolo del Mimit arriva anche l’apertura di Confindustria a una possibile soluzione industriale nazionale. “Visto le nuove condizioni relative allo stabilimento dell’Ilva si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base”. Così Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, al termine dell’incontro. “Oltre alle persone – ha spiegato – ci sono (questioni) importantissime di prodotti”.
Per il leader degli industriali il confronto è stato positivo: “un incontro serio e proficuo, nel merito si stanno valutando ipotesi”. Sulla ex Ilva “quello che stiamo cercando di fare noi come Confindustria è di inserire i nostri imprenditori volenterosi, che comunque tengono al Paese, e soprattutto possono fare qualcosa che possa essere un’opportunità”. Orsini ha però ribadito la necessità di un progetto industriale chiaro e di una particolare attenzione all’impatto occupazionale.
“Dietro un’attività del genere serve un piano industriale, serve pensare alle persone perché ovviamente per noi un capitolo importante è quello delle persone. Sappiamo che ci sono quasi 10.800 persone, di cui 5.500 impattate dall’area a caldo, che quindi questo è un tema. E un’enormità”. Secondo Orsini, la prospettiva è quella di una progressiva chiusura dell’area a caldo e di una riconversione verso altre attività produttive.
“L’area a caldo verrà chiusa, quindi questa è una consapevolezza e ce ne saranno 3.800-4.000 che possono rimanere sull’area a freddo. Quindi – ha spiegato Orsioni – speriamo che questo lavoro porti buoni frutti. Noi stiamo lavorando perché queste condizioni possano avvenire”.
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