Come in un dramma wagneriano, dieci anni son passati in un baleno da quel 2016 in cui Tommaso Labranca (Milano, 1962 – Pantigliate, 2016) se n’è andato, lasciandoci improvvisamente più soli e, soprattutto, senza un vaccino, anzi, nemmeno una mascherina, contro i miasmi della correttezza culturale e il ridicolo involontario del patentino antifa. La prima cosa che viene da pensare, riprendendo in mano la straordinaria biografia che Claudio Giunta gli ha dedicato nel 2020, Le alternative non esistono. Vita e opere di Tommaso Labranca (Il Mulino), è che tutti vorremmo un biografo così. Giunta è un po’ quello che fu il Pino Corrias per Luciano Bianciardi: uno sguardo ammirato ma non agiografico, basato su testimonianze di prima mano e l’attenta lettura di tutte le fonti, capace di ricostruire le talentuose intuizioni e le nevrosi paranoiche di un autore che alla fine ha preferito l’esilio volontario al compromesso col sistema, qualunque cosa questo “sistema” fosse.
Tommaso Labranca e i Nemici del Popolo
Perché chi era, alla fine, Tommaso Labranca? Per la critica superficiale è stato semplicemente il “teorico del trash”, l’uomo che negli Anni Novanta sdoganò la cultura pop più estrema, elevando a oggetto di studio ciò che lo snobismo accademico liquidava come spazzatura, dai gadget Anni Settanta alle televendite su Antenna 3. Ma per chi, come me, se lo ricorda aggirarsi in un fatiscente capannone nell’hinterland milanese che aveva eletto a sede del CISTE (Convegno Internazionale Sul Trash Europeo), o ha avuto per le mani le sue fanzine autoprodotte o i deliranti CD fatti di una sola frase di Tognazzi ripetuta all’infinito, questo significa ridurlo a uno dei tanti parodisti culturali: significa, cioè, cercare di neutralizzarlo. Labranca, invece, è stato un radar sensibilissimo che ha intercettato le mutazioni antropo-culturali d’Italia con più acume di chiunque altro; ma anche un “Paladino dell’intelletto” che ha pungolato ripetutamente il mondo dell’arte, di cui coglieva i tic, i feticci e le insulsaggini con la stessa spietata lucidità con cui sezionava la tv commerciale. Non è un caso che il suo ultimo libro, significativamente intitolato Vraghinaroda – che in russo significa “I nemici del popolo” –, sia una satira tagliente, ma suo modo idealista, proprio della “compagnia di giro” dell’arte contemporanea.
Klingsor in Brianza
Infatti la vera, grande scoperta di Labranca – quella che attraversa tutta la sua opera come un unico leitmotiv – riguarda l’origine della fascinazione culturale. Arte, letteratura, design, televisione… – tutti quei “mondi”, che da lontano sembrano racchiudere promesse di felicità, di riscatto e di Eleghanzia intellettuale, appena ti avvicini, o ci entri dentro veramente, si rivelano alla fine per ciò che sono: fatui castelli di Klingsor, labirinti senza minotauro, incantesimi senza enigma. Barocco brianzolo: la parete dello studio tv era di cartongesso, dietro nessun mistero da svelare: nell’andata a nero la truccatrice ti mette un po’ di cipria sul naso, ma poi devi lavartela via da solo. Di fronte a questa epifania del nulla c’è chi ha saputo trarre profitto dalle crepe nell’illusione, trasformando quel vuoto in una burla redditizia a uso e consumo dei burlati stessi. Ma Labranca no: lui non ha voluto o saputo farsi complice della messinscena. Novello Parsifal da tangenziale, ha fatto di quella scoperta il suo personale Falò delle vanità, finendo per bruciarvi dentro la sua stessa carriera, arroccandosi in un isolazionismo che aveva il sapore del rifiuto. Ma con tutto ciò, ci si potrebbe chiedere, non è che forse stiamo sopravvalutando Labranca? In fondo, non è un Gadda e non è nemmeno un Bianciardi, di cui pure condivideva la rabbia provinciale contro la metropoli dei miracoli economici e culturali. O forse – ed è qui il vero punto di svolta – è proprio questa la risposta?
L’eterno ritorno dei mediocri. Riflessioni a partire da Tommaso Labranca
Sì. Perché la parabola di Labranca mette in luce anche un’altra verità dell’Italia Eterna, quella verità strutturale che – sia detto by the way – alla fine spiega anche il perenne debito formativo e l’assenza ingiustificata degli artisti italiani dalle grandi rassegne internazionali, Biennale di Venezia in primis. La verità è che questo Paese non ha il fegato – letteralmente, il coraggio viscerale – di riconoscere per tempo i propri talenti, che pure (miracolo!) continua a partorire. Il talento vero, quello puro, immune al clientelismo cortigiano, estraneo allo di scambio di voto culturale, fa paura. Il critico, il curatore, il professore di turno rimangono paralizzati dal terrore tipicamente italico: “ohi, e se poi lo sopravvaluto che figura ci faccio?”. Nel dubbio, sai, meglio incensare l’ultimo ritardato curatore francese (che propina idee di trent’anni prima), o l’artista nippo-franco-canadese che fa tanto chic (anche se scopiazza video degli Anni Settanta), o l’intellettuale “anglo-radical” che spara puttanate tecnofobe (ma, oh-oh, le pubblica da Verso Books!). In una parodia al contrario della sovranità alimentare, la demenziale sopravvalutazione del presunto ingegno straniero va di pari passo alla svalutazione dell’autentico genio nostrano, anche se questo significa un pereat mundus (italicus) che raggiunge vette di comico autolesionismo culturale, e ha reso ormai endemici fenomeni come il caporalato universitario, il vassallaggio creativo, l’insider trading intellettuale. Osservando quell’informe hinterland che è diventato il panorama culturale italiano, è impossibile far finta di non vedere come il capannone dei compilatori di bandi, il bricocenter della fondazione culturale, il palco in tubi innocenti del festival dell’insulso, abbiano reso complicato, se non impossibile, il franco discernimento del genio. Riconoscerlo a Labranca è non solo doveroso, ma decisivo per chi, come lui, ha fatto del trash la sua Lancia di Amfortas, capace di diffondere la malattia e, insieme, di curarla.
Marco Senaldi
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